Crescita del PIL filippino è solo 5.6% nell’anno in cui Duterte fa il pieno

La crescita del PIL filippino è inaspettatamente solo del 5.6% nel primo trimestre, due punti in meno del previsto per un periodo elettorale, quando il PIL filippino è pompato in alto proprio dalla spesa per le elezioni.

Crescita del PIL Filippino

La vittoria piena dell’amministrazione Duterte nelle Filippine si è ormai delineata ed è storica perché in solo quattro volte l’amministrazione è riuscita a prendere la maggioranza piena al senato, facendo eleggere dieci senatori su dodici, mentre altri due senatori sono formalmente indipendenti.

Si delinea una sconfitta storica per l’opposizione liberale e di sinistra nelle Filippine se anche Bam Aquino, attualmente in ballo tra la tredicesima e dodicesima posizione, restasse fuori delle 12 posizioni da eleggere.

Su questa sconfitta l’opposizione, che non è una perché è divisa tra partito liberale e sinistra che non hanno mai raggiunto un accordo, deve interrogarsi: sui temi e le personalità politiche scelte, sui linguaggi e le teorie economiche.

Deve anche fare luce, per come può, sul come si sono svolte le elezioni, sull’occupazione di molte amministrazioni locali da parte di Duterte, ma anche su tante dinastie politiche del passato che sono crollate.

L’opposizione specie la liberale deve domandarsi come mai nelle zone amministrate dalla Robredo i candidati del Otso Diretso sono andati bene, mentre uno dei candidati di punta, Mar Roxas, ex ministro, non ha avuto un buon risultato nonostante i soldi spesi forse neanche nelle proprie zone.

Non si può negare la forza che ha impiegato l’amministrazione con tutte le agenzie dello stato che hanno fatto di tutto per sostenere i candidati di Duterte. Vanno citati elementi delle forze di sicurezza che hanno fatto propaganda attiva contro i candidati della sinistra, tacciandoli di essere fiancheggiatori della guerriglia comunista.

Mentre su Twitter alcuni facevano notare l’altissimo numero di voti per i candidati legati alla amministrazione, cosa che non si è mai vista finora, e sono stati poste molte denunce sulla manomissione di schede elettorali, restano un buco di alcune ore nella trasmissione di dati ed il malfunzionamento di alcune schede delle macchine di lettura delle schede elettorali.

I rischi di avere un senato con la maggioranza fedele a Duterte sono tanti: dal ritorno della pena di morte per i reati per droga, all’abbassamento dell’età penale per i ragazzi fino a nove anni, all’impunità più completa per la guerra alla droga, alla politica economica ed estera filippina, alla penetrazione cinese nelle Filippine e nel mare cinese meridionale, alla questione del federalismo, all’occupazione dei posti pubblici degli uomini di Duterte.

Mentre su questi ultimi temi ci sarà occasione di ritornare, a partire forse anche da quanto tradotto qui in precedenza, vogliamo sottolineare una notizia uscita poco prima delle elezioni.

Si annunciava che nel primo trimestre la crescita del PIL filippino è inaspettatamente solo del 5.6% nel primo trimestre, due punti in meno del previsto per un periodo elettorale, quando il PIL filippino è pompato in alto proprio dalla spesa per le elezioni.

Ne parla in un pezzo apparso su Inquirer, dal titolo “Si perde forza?” di Cielito Habito.

Gli anni elettorali hanno storicamente dato alla crescita economica sempre 2-3 punti percentuali. Negli anni 2004, 2007, 2010, 2013 e 2016 la crescita del PIL filippino del primo trimestre fu 6.2, 7.0, 8.4, 7.7 e 6.9% contro una media degli anni senza elezioni che si attesta attorno a 5.0 per cento.

Per la prima volta dall’inizio del secolo vediamo un anno di elezioni con un’economia che rallenta, al 5.6%, la prima volta in due decenni che è cresciuto al di sotto del 6%, mentre ci sarebbe dovuto essere una crescita del PIL filippino. Come mai? L’economia sta perdendo forza, dopo essere cresciuta per sette anni oltre il 6% annuo?

Girano molti soldi nei mesi precedenti alle elezioni. Molto contante entra nel circolo da conti bancari nascosti o meno, tenuti nel paese e all’estero. Molto esce dalle casse del governo, dalle riserve private delle casseforti, o sotto il mattone; o persino i soldi illegali di chi fabbrica carta moneta, come scoperto dal NBI prima delle elezioni intermedie del 2013.

E’ denaro che compra manifesti, locandine, banderole e materiale elettorale, pubblicità alle radio, televisione e giornali; servizi di trasporto per i candidati e la gente che li segue; hotel ed altre sistemazioni, magliette, cappellini, ombrelli con i nomi dei candidati, spettacoli di gente famosa; roba da mangiare e da bere e regali. Ed anche denaro che compra direttamente il voto della gente.

Dalla parte del governo, la commissione elettorale sostenne una spesa 16 miliardi di peso per le elezioni intermedie del 2013. I governi locali e nazionale tendono, per ragioni ovvie, poi ad accrescere la spesa per le infrastrutture nel periodo preelettorale.

Come mai allora l’economia ora sbuffa con una crescita di solo 5.6%, quando sarebbe dovuta essere stata dentro 7-8% stando alle esperienze passate?

Il governo indica l’approvazione ritardata del bilancio del 2019 come ragione principale, dato che si era ben nel secondo trimestre quando si definì la lotta tra i legislatori per i finanziamenti ai rispettivi distretti.

Ma è davvero il bilancio in ritardo ad aver rallentato tutto, quando la spesa del governo conta per un solo 13% del PIL aggregato sulla parte della spesa? O forse è l’economia che rallenta con o senza ritardo del bilancio che avrebbe rallentato la spesa del governo?

Un esame più da vicino dei dati del PIL suggerisce che c’è a contribuire al rallentamento dell’economia non c’è solo il bilancio approvato in ritardo.

Secondo la composizione settoriale, il rallentamento di questo anno, rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno è accaduto nell’agricoltura, nella pesca e nella foresta la cui crescita passa dal 1.1 dello scorso anno ad un peggiore 0.8 di questo anno. E’ accaduto nell’industria che scende dal 7.7 dello scorso anno al solo 4.4 % di questo anno. Il rallentamento nell’agricoltura era guidato dalle contrazioni del 4.5% del riso e 2.1% del mais, insieme alla produzione inferiore nei raccolti fondamentali di Banana, Mango, Caffè e Caucciù.

La cosa più preoccupante è il rallentamento nel manifatturiero che era cresciuto del 7-8% annuo dal 2010, ma la cui crescita si è indebolita dal secondo semestre dello scorso anno e che è ora al 4.6%.

La manifattura alimentare, che è il singolo sottosettore maggiore, è cresciuta dal 5.8% al 10.6%, mentre il secondo sottosettore della manifattura elettronica è crollato dal 16% dello scorso anno al mero 1% di questo anno. Cali della manifattura si registrano nei mobili, equipaggiamento di uffici, macchine non elettriche, caucciù e prodotti di plastica, prodotti raffinati del petrolio. Nel frattempo i servizi che come settore prende il 60% del PIL totale ha accelerato dal 6.8 al 7%.

La sola inferiore spesa governativa non potrebbe indurre molto di questo rallentamento e contrazioni. E’ tempo che chi guida il paese riconosca che il cattivo governo e la politica fanno sentire le proprie conseguenze sull’economia e poi sul benessere delle persone.

Si può solo sperare che le scelte elettorali già fatte possano aiutare a cambiarlo

Cielito Habito, Inquirer