Codice di Condotta in mare ed altri temi al 34° Summit ASEAN a Bangkok

Si è aperto a Bangkok il trentaquattresimo summit del ASEAN nell’anno di presidenza della Thailandia su quattro grandi temi come il Codice di Condotta in mare, la questione dei Rohingya e la questione delle plastiche in mare e lo sviluppo di un patto economico spinto dalla Cina, Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP).

In questo summit del ASEAN il primo ministro “eletto” generale Prayuth ha fatto il suo debutto da capo civile del governo thailandese,

Si ricorderà che Prayuth che lanciò il golpe del 2014 è stato eletto da un coacervo di partiti dopo un’elezione che non è stata né equa né giusta, con un senato di prescelti e familiari della giunta militare del NCPO e con un sistema di attribuzione di seggi nella camera bassa ingiusto.

Prayuth si è vantato nel forum del Bloomberg Asean Business Summit di aver risolto la situazione politica interna risolvendo anche vari problemi che hanno ostacolato lo sviluppo economico e sociale, quali la pesca non regolata, illegale e la schiavitù oltre ad aver facilitato il settore degli affari.

“La Thailandia è preparata in termini di stabilità politica, continuazione delle politiche e fondamentali economici forti. Il nuovo governo è pronto a portare avanti le politiche lanciate dalla amministrazione attuale” ha detto Prayuth al forum.

La Thailandia ha comunque disposto una massiccia presenza di poliziotti per impedire azioni di massa che disturbino gli eventi del ASEAN come accadde nel 2009, senza però riuscire ad impedire la distribuzione di volantini di un gruppo democratico.

Questo gruppo nel dare il benvenuto ai capi dei paesi ASEAN ha denunciato Prayuth:

“L’individuo che fa da Presidente del ASEAN che saluta tutti oggi non è uscito da un’elezione pulita ed equa”

E’ risaputo che ASEAN fondata mezzo secolo fa ha dovuto sempre lottare per trovare un consenso tra tutti i paesi partecipanti sulle decisioni da prendere e che c’è la regola di non immischiarsi in ciò che i paesi membri ritengono sia una questione interna.

Va però notato che durante la scorsa presidenza di Singapore del ASEAN ci sono stati pronunciamenti forti nei confronti della Birmania per la questione Rohingya da parte del Premier Malese Mahathir suscitando il contrappunto della Aung San Suu Kyi.

Il primo punto caldo del Codice di Condotta in mare è un tema che si discute sin dal 2002 ma su cui non si riesce a trovare il modo per vincolare la Cina.

La questione del peschereccio filippino, speronato da una nave cinese dallo scafo in acciaio a Recto Bank che ha abbandonato poi in mare i 22 pescatori, ha riportato l’attenzione sulla grande via d’acqua dove il confronto tra i pescherecci delle milizie paramilitari cinesi ostacolano le attività dei pescherecci degli altri paesi fino ad affondarli.

E’ un’attività quella cinese molto nota, parte della sua strategia di occupare tutto il Mare Cinese Meridionale sulla cui totalità la Cina vanta la proprietà e sovranità. La Cina rifiuta di principio un negoziato multilaterale offrendo solo un negoziato bilaterale con i singoli paesi.

Non a caso l’ex diplomatico Indonesiano Marty Natalegawa mostra, in un’intervista alla Reuters, un certo scetticismo sulla riuscita di questo Codice di Condotta in Mare.

“E’ confortante vedere che i colloqui Cina ASEAN sul Codice di Condotta in Mare sono continuati. Comunque c’è il rischio reale che gli sviluppi sul campo e più precisamente in mare superino i progressi dei negoziati fino a renderli possibilmente irrilevanti”.

A rafforzare questo pessimismo, si ricorderà che Duterte, dopo una settimana di silenzio, ha prima rigettato la nozione dello speronamento definendo quanto accaduto un mero incidente in mare, contraddicendo varie dichiarazioni di militari e spingendo i 22 pescatori a ritrattare le proprie testimonianze su quanto accaduto.

Di fronte alla richiesta cinese di un’inchiesta congiunta tra Cina e Filippine sulla vicenda del peschereccio affondato, ha smentito totalmente il suo ministro degli esteri Teodoro Locsin ed ha accettato la proposta cinese.

In questa commissione di inchiesta, secondo quanto dichiarato da Panelo portavoce di Duterte, ci dovrebbero stare Filippine, Cina ed un paese terzo neutrale, senza con ciò “abbandonare i nostri diritti di sovranità o compromettere i diritti dei 22 pescatori, verso cui useremo tutti i metodi legali”

Lo scopo di questa indagine congiunta, che si dovrebbe svolgere secondo la legge internazionale del mare che la Cina non sembra accettare, è di giungere ad una veloce risoluzione della questione.

Questa scelta è stata descritta dall’ex ministro degli esteri filippino Albert del Rosario, che in settimana si è visto rifiutare l’entrata ad Hong Kong con passaporto diplomatico, come “niente più che una coppa di macedonia”.

Resta da vedere anche se Duterte solleverà questo speronamento nella discussione del codice di condotta in mare ed in che termini. Troppi affermazioni e dietrofront caratterizzano tutta la vicenda nelle Filippine.

Forse questo stesso scetticismo di Marty Natalegawa sul Codice di Condotta in Mare, lo si può estendere bene alla questione Rohingya per i quali ci sono state molte voci che chiedono di ripensare ai piani di rimpatrio dei Rohingya musulmani dal Bangladesh nel Rakhine, sconvolto da un’altra insorgenza della popolazione buddista del Rakhine, alla luce delle quasi certe persecuzioni e discriminazioni.

E’ una questione molto sensibile per ASEAN, secondo Prapat Thepchatree, della Thammasat di Bangkok che già lo scorso hanno ha urtato qualche suscettibilità ma che la Malesia non vuole proprio lasciare lì irrisolta.

Proprio di queste ore c’è un Tweet del ministro degli esteri malese Saifuddin Abdullah in cui si chiede alla Birmania di dare cittadinanza a parte dei 730 mila Rohingya, scappati in Bangladesh per evitare le operazioni di genocidio nel 2017, nel processo di rimpatrio.

Lo stesso Mahathir nel Bloomberg Asean Business Summit in Bangkok ha detto:

“Sono rifugiati. Tutto quello che potremo fare per loro lo faremo” dopo aver detto che ASEAN dovrebbe fare qualcosa per fermare quella oppressione

Resta da vedere come si esprimerà Aung San Suu Kyi e come gli altri paesi interpreteranno la vicenda. Lo scorso anno la Aung San Suu Kyi riuscì ad evitare nella dichiarazione finale un’accusa netta verso il governo birmano incrinando un po’ i rapporti con la Malesia.

Forse l’unico tema che potrebbe mettere d’accordo tutti i paesi è la fretta di firmare un accordo commerciale iniziato dalla Cina che copre metà della popolazione mondiale, RCEP.

Oltre ai dieci paesi ASEAN bisogna infatti aggiungere Cina, India, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda per completare il RCEP che è al momento l’unica alternativa dopo il ritiro USA dalla Trans Pacific Partnership e l’inizio di rappresaglie commerciali tra Cina ed USA.

“RCEP è fondamentale per accrescere il volume dei commerci” ha detto il portavoce thailandese Werachon Sukondhapatipak.

Martin Andanar filippino dice: “Prima la si implementa meglio è. Libero commercio è ciò di cui abbiamo bisogno in questa regione” dopo che la querelle commerciale tra Cina e USA ha fatto “prendere al mondo un bel raffreddore”.

Forse anche qui un po’ di scetticismo è d’obbligo. Se Australia e Nuova Zelanda sono preoccupati anche per la mancanza di contromisure sul piano del lavoro e dell’ambiente, l’India teme che il suo mercato sia inondato da merci poco costose dalla Cina.

Comunque una posizione più netta sul RCEP è da attendersi più in là nell’anno con l’incontro dei ministri del commercio della regione.

L’ultima questione pressante è quella delle plastiche in mare che vede molti paesi importatori di plastiche e rifiuti elettronici ed altri paesi che provano a rimandare al mittente questo traffico nefasto. Anche qui dello scetticismo non è male.

In fondo ASEAN è sempre stato ricco di attenzioni ma povero di interventi risolutivi.