Scempia alleanza dei paesi del ASEAN sulla pelle di dissidenti e oppositori

All’apertura del Summit del ASEAN presieduto dalla Thailandia i militanti dei diritti denunciano la scempia alleanza tra alcuni paesi del ASEAN per scambiarsi reciproci oppositori e dissidenti

Tre poliziotti thailandesi si recarono a gennaio alla casa di Bangkok del rifugiato vietnamita Nguyen Van Chung per chiedergli se avesse dei contatti con un altro vietnamita Truong Duy Nhat che era scappato in Thailandia.

Chung rispose di no, che non aveva mai incontrato Nhat, uno scrittore ed oppositore del governo comunista vietnamita che in precedenza aveva passato due anni in carcere con l’accusa di “aver abusato delle libertà democratiche”. Chung conosceva Nhat solo di fama, dai suoi post su Facebook.

Ma nell’interrogatorio seguente Chung fu sorpreso di notare un uomo che era chiaramente un poliziotto vietnamita, cosa che la polizia thai gli confermò.

“In qualche modo, discretamente, le polizie del Vietnam e della Thailandia lavoravano insieme e sapevano tutto” ha confidato Chung da un paese terzo dove fuggì immediatamente dopo quell’interrogatorio.

L’incontro fu rivelatore perché Nhat, lo scrittore che la polizia ricercava, scomparve due giorni dopo da un grande magazzino, per ricomparire in una prigione vietnamita.

Gli inviati dell’ONU in alcune lettere inviate ad Hanoi e Bangkok, sollevarono il sospetto di una scomparsa forzata ed esprimettero la loro grave preoccupazione. Thailandia e Vietnam non hanno commentato.

Il caso di Nhat non è il solo negli ultimi mesi.

Mentre i capi di stato dei dieci paesi membri del ASEAN si sono incontrati lo scorso fine settimana a Bangkok, è stata denunciata dai militanti dei diritti umani l’accresciuta cooperazione nel ritorno forzato di rifugiati e chiedenti asilo.

Dallo scorso anno ci sono stati otto casi in cui i paesi del Sudestasiatico sono stati accusati di aver arrestato ufficialmente o di aver cooperato al rapimento di rifugiati politici dagli altri paesi del ASEAN.

“Vari paesi nella regione scambiano dissidenti politici ed individui che fuggono dalla persecuzione all’interno di una scempia alleanza in cui i regimi della regione si sostengono reciprocamente ” ha detto Nicholas Bequelin di Amnesty International per il Sudestasiatico.

Estremamente inquietante

Le autorità vietnamite, Cambogiane, malesi e thailandesi sono state tutte accusate di aver arrestato e riportato gli oppositori ai rispettivi vicini anche in casi dove gli oppositori avevano lo status di rifugiato da parte dell’ONU.

“La tendenza crescente dei governi del Sudestasiatico di riportare i dissidenti nei rispettivi paesi dove sono a rischio è estremamente inquietante” ha detto il parlamentare malese Charles Santiago, presidente dei parlamentari per i diritti umani.

La Thailandia che ospita il summit del ASEAN ha preferito non commentare le proteste dei gruppi dei diritti.

“Non abbiamo informazioni su tutti questi casi” ha detto il portavoce del ministro degli esteri della Thailandia che un tempo era considerata un porto sicuro per i militanti che fuggivano dai governi autoritari.

Ma sin dal golpe militare del 2014 la Thailandia aveva sempre richiesto il rimpatrio dei propri oppositori dai paesi vicini ed ha anche soddisfatto le richieste simili dei propri vicini.

Lo scorso mese la Malesia arrestò ed inviò a casa una militante repubblica thailandese dopo che la donna si era registrata come chiedente asilo all’agenzia dei rifugiati dell’ONU.

Ora Praphan Pipithnamporn è in attesa di processo per sedizione e crimine organizzato in Thailandia.

Il primo ministro malese Mahathir Mohamad ha difeso l’estradizione dicendo che il suo paese è un buon vicino.

Quid pro quo?

Lo scorso anno le autorità thailandesi arrestarono due cambogiani che furono rispediti a casa.

La militante sindacale Sam Sokha aveva lanciato una scarpa contro un manifesto con l’immagine del primo ministro Hun Sen ed ora sconta una sentenza di due anni per insulto a pubblico ufficiale.

Un altro cambogiano Rath Rott Mony fu arrestato a dicembre a Bangkok e mandato indietro. Rischia tre anni di carcere per “incitamento a discriminare” per la propria azione in un documentario sulla prostituzione infantile. Il verdetto è atteso per il 26 giugno.

Mentre alcuni sono stati estradati attraverso canali legali, per altri ci sono resoconti di rapimento illegale, come nel caso di Naht.

Gli inviati dell’ONU sono stati netti nelle lettere al Vietnam e Thailandia del 18 aprile nel manifestare i propri sospetti ed hanno detto di credere che elementi della polizia, della polizia di frontiera thailandese, un “rappresentante di un ministero thailandese” e polizia segreta vietnamita di Hanoi erano coinvolti nel sospetto rapimento di Nhat.

A febbraio erano scomparsi tre attivisti repubblicani esuli in Laos dove vivevano dal 2014 Siam Theerawut, Chucheep Chivasut e Kritsana Thapthai.

Questi furono arrestati dalle autorità vietnamite mentre erano in transito e consegnati alla Thailandia secondo Thai Alliance for Human Rights.

Né i vietnamiti né i thailandesi hanno commentato sul rapporto che Reuters non riesce a verificare.

Eppure i tempi delle scomparse illegali dei militanti fanno sorgere il sospetto, ha detto Bequelin di Amnesty International.

“La catena degli eventi nel caso di Nhat suggerisce un possibile quid pro quo tra Thailandia e Vietnam”.

A gennaio furono scoperti i corpi di due militanti repubblicani thailandesi fuggiti in Laos sulla riva thailandese del fiume Mekong con i corpi martoriati e appesantiti da pezzi di cemento.

Nessuno sa o dice cosa sia successo loro.
Kay Johnson, Panu Wongcha-um, Reuters

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