La tortura di Abdullah Isamuso e 4 militari morti a Pattani in Thailandia

Quattro persone della sicurezza thailandese, due soldati e due volontari civili armati, sono stati uccisi in un attacco dell’insorgenza ad un posto di controllo nella provincia di Pattani nella notte tra martedì e mercoledì sera portato avanti con bombe e fucili.

E’ stato un attacco condotto da una dozzina di persone mascherate che è durato appena cinque minuti con grande coordinazione. Alcuni dei militanti sarebbero rimasti feriti negli scontri.

Mentre il portavoce dei militari thailandesi Pramote Prom-in ha sostenuto che “questi modi barbari” di attacco sono la risposta alla maggiore pressione che la sicurezza ha applicato bloccando l’acceso ai villaggi, nel meridione thailandese si considera quanto avvenuto a Abdullah Isamuso come causa scatenante di questo attacco letale che è il più mortale nella regione musulmana malay da gennaio 2019.

Abdullah Isamuso era stato fermato secondo i poteri della legge di emergenza sabato scorso e portato nella infame base di Fort Ingkhayut per essere interrogato, sospettato di fare parte di un gruppo dell’insorgenza del meridione thailandese.

Fort Ingkhayut è il più grande centro di detenzione dell’esercito nel meridione dove si conducono i militanti o presunti tali per interrogarli e detenersi secondo la legge dell’emergenza.

Domenica però dopo dodici ore di interrogatorio, viene ritrovato privo di coscienza nella sua cella e portato in ospedale in coma. Qui i dottori hanno trovato un eccesso di fluidi nel cervello dovuto ad una prolungata assenza di ossigeno. Non erano presenti segni di violenza fisica sul corpo.

La moglie Sumaiya Minka sarebbe stata avvisata solo la mattina della domenica quando era andata a far visita al marito al forte militare dove le dissero di andare al reparto di terapia intensiva. Il marito non aveva malattie croniche.

Abdullah fu arrestato dopo essere stato implicato da un capo di una cellula dell’insorgenza e secondo l’ISOC era in buona salute quando è stato portato al forte. La condizione di Abdullah sarebbe compatibile con il metodo di tortura dell’asfissia a secco

Il comandante della IV regione Pornsak Poonsawat ha promesso di istituire un comitato di indagine per indagare cosa sia successo ad Abdullah Isamuso, ma in molti sanno se non il risultato dell’indagine di certo che nessuno sarà mai condannato.

“Posso confermare che nessuno è al di sopra della legge. Chiunque sia coinvolto deve essere trattato equamente e siamo pronti ad analizzare le azioni delle forze del governo” ha detto Pornsak dopo aver visitato Abhullah.

I casi di tortura nel profondo meridione thailandese, ma anche all’interno dei militari stessi verso i cadetti, non sono rari e non sono stati mai perseguiti penalmente anche quando sono stati individuati i responsabili dai tribunali penali o amministrativi.

Anzi, chi ha denunciato la tortura nel profondo meridione ha subito anche la denuncia di diffamazione.

Alcuni giorni prima una quarantina di persone della provincia di Yala erano stati fermati e rilasciati solo dopo che hanno accettato di lasciare campioni per l’analisi del DNA.

Wan Muhamad del Prachachart Party di opposizione ha denunciato i militari per questi attacchi e per la condizione di Abdullah Isamuso.

“Se non si spiega l’incidente la gente avrà paura del governo e la cosa diventa un altro ostacolo alla pace”

Un gruppo di altri parlamentari del governo come dell’opposizione, che provengono dal meridione thailandese, ha chiesto al governo di rivedere la legge dell’emergenza che permette e perquisizioni o la detenzione per una settimana senza mandato e di chiedersi se queste misure drastiche portano davvero pace in quella regione martoriata.

Dopo 15 anni di insorgenza diretta e dopo 7000 morti, la pace non sembra affatto vicina in una regione spesso relegata nella cronaca nera ed il caso di Abdullah Isamuso è un altro caso che lo incendierà ancor di più.

Sunai Phasuk di HRW ha detto che l’attacco “è stato per vendetta” per come è stato trattato Abdullah, mentre MARA Patani ha chiesto un’inchiesta internazionale su quanto avvenuto nel centro di detenzione di Ingkhayuth che non è nuovo a questo genere di casi che avvelenano da sempre i cuori e le menti del meridione thailandese.

“Condanniamo con forza questo atto disumano di codardia, la grave violazione dei diritti umani e la crassa negligenza durante l’interrogatorio” ha detto Abu Hafez Al-Hakim di MARA Patani che ha rilasciato questa dichiarazione.

La tortura presumibilmente commessa da soldati e polizia contro i detenuti negli ultimi anni è sempre avvenuta dietro porte chiuse con tecniche che non lasciano segni o ferite visibili.

Questo fatto dà una ragione sufficientemente forte per sospettare che ci sia stata una qualche tortura ai danni del presunto militante Abdullah Isamuso durante la detenzione dei militari che lo ha portato a soffrire di edema celebrale fino al coma.

Da quando è stato trasferito da campo di Ingkayutth a Pattani all’ospedale Abdullah è ancora in coma.

Fu arrestato a casa sua sabato dopo che un ribelle importante lo implicò in attività dell’insorgenza. Dopo di che le autorità lo portarono al campo per interrogarlo.

Prima della detenzione stava bene secondo una dichiarazione del ISOC, comando delle operazioni di sicurezza Interno. Dopo essere caduto in coma non aveva ferite ma il cervello era rigonfio forse come risultato di una prolungata assenza di ossigeno.

Questo porta a domandarci quale atto possa aver causato la privazione di ossigeno e se sia stato usato come modo per interrogare Abdullah.

L’Istituto Danese contro la Tortura, che illustra i metodi di tortura sul suo sito, specifica l’asfissia a secco come metodo “pulito” di tortura non lascia quasi nessun segno sul corpo ed è difficile da scoprire. Questa tecnica usa metodi differenti come coprire il capo con un sacco o una maschera.

E’ una cosa barbara. Sfortunatamente la privazione di ossigeno è una tortura usata dalla sicurezza thailandese nel profondo meridione che mira ad ottenere informazioni o confessioni, secondo un rapporto del 2016 di tre militanti thai. Questi documentarono 54 casi di tortura tra il 2014 ed il 2015 nella regione. Il rapporto parla di sacchi di immondizia di plastica usati allo scopo.

Per ora resta un mistero quanto accaduto dietro le porte chiuse durante la detenzione di Abdullah, in parte perché le autorità hanno affermato che le telecamere di sicurezza installate in quel momento non funzionavano.

Per molti è un’affermazione che non convince perché significherebbe che in una base militare c’è sicurezza bassissima.

In precedenza una simile affermazione debole fu usata dai militari quando non dettero alla polizia le riprese video di quanto accaduto al militante Lahu Chaiyaphum Pasae ucciso in un omicidio extragiudiziale a Chiang Mai nel 2017.

Molti restano scettici della promessa del ISOC di un’inchiesta su questo caso. Denunce di torture e di scomparse forzate sono state fatte contro la sicurezza in Thailandia in particolare da quando scoppiò la violenza nel profondo meridione nel 2004.

Sono stati indagati raramente con serietà da corpi indipendenti e sono terminati come casi di impunità.

Dal 1980 ci sono stati 80 casi confermati di scomparse forzate e molte delle vittime si crede siano state uccise dai rappresentanti dello stato.

La Thailandia deve criminalizzare la tortura e le scomparse forzate approvando la legge di Prevenzione e soppressione della Tortura e delle scomparse forzate.

Allo stesso tempo i militari devono imporre regolamenti feeri che richiedono l’uso di telecamere funzionanti in tutti i luoghi di detenzione e vietare i maltrattamenti barbari degli individui in custodia.

Quanto accaduto a Abdullah Isamuso nella base militare non deve restare un mistero per diventare un altro caso di impunità.
Bangkokpost, EDITORIALE