Filippine paese più pericoloso al mondo per chi difende i diritti e l’ambiente

Filippine sono il paese più pericoloso al mondo per chi difende i diritti dell’ambiente avendo registrato il maggior numero di morti nel 2018, secondo quanto osservato dalla londinese Global Witness.

Nel rapporto del 2018 di Global Witness sono trenta le persone uccise nelle Filippine tra le quali le nove vittime di Sagay a Negros Occidentale, superando il paese storicamente più sanguinoso dal 2012 che è il Brasile.

“Le richieste di proteggere il pianeta si fanno più forti, ma nel mondo chi difende la propria terra e ambiente è messo in silenzio. Di media sono state uccise più di tre persone alla settimana nel 2018 con attacchi condotti da industrie distruttive come l’industria mineraria, quella del legname e l’agroindustria.

Quest’anno il nostro rapporto annuale sugli omicidi di militanti ambientali e della terra rivela come sono sempre di più le persone minacciate, arrestate o buttate in carcere per aver osato opporsi ai governi o alle compagnie che cercano di fare profitti dalle loro terre.

Sono cittadini ordinari che provano a proteggere la propria casa e il proprio sostentamento e che si battono per la salute nel nostro pianeta. Spesso le loro terre sono espropriate con la forza per produrre beni usati e consumati in tutto il mondo come alimenti, legname, telefonini, gioielli”

Il caso di Sagay si riferisce a nove contadini, tra cui tre donne e due giovani, che lavoravano in una piantagione di canna da zucchero uccisi da una banda di sconosciuti il 20 ottobre, quando occuparono un appezzamento di terra a Bulanon nella città di Sagay durante una contesa sulla terra.

Secondo Global Witness:

“Nelle Filippine, dove abbiamo documentato più omicidi nel 2018 rispetto a tutti gli altri paesi, l’intimidazione dello stato verso i militanti è continuata nel 2019. Il governo del presidente Duterte ha accresciuto la campagna contro i militanti dei diritti definiti “comunisti” e simpatizzanti dei comunisti, terroristi o sostenitori dell’insorgenza del NPA. A gennaio 2019 due capi indigeni che protestavano contro le estrazioni delle risorse e l’invasione dei militari delle terre ancestrali furono accusati di essere reclutatori per la guerriglia e arrestati, un’accusa che negano”

Il caso di Sagay comunque non è isolato e le Filippine sono sempre state in alto in questa classifica speciale. Il 2018 ha segnato il record negativo di sempre con 30 vittime tra i quali le nove vittime di Sagay. Di questi circa 15 sono i militanti uccisi in connessione con l’agroindustria.

“Le vaste risorse naturali e il suolo fertile attrae da tempo l’investimento estero anche se la diffusa corruzione e la cultura dell’impunità di compagnie senza scrupolo vedono i profitti sparire nei portafogli di una piccola elite … Le popolazioni indigene che vivono da generazioni sulla propria terra sono spesso cacciati con la forza dalle case dalle grandi compagnie con investitori internazionali.

Spesso questi crimini sono favoriti da persone ed istituzione che dovrebbero proteggerli. In particolare l’Esercito Filippino, in collusione con grossi interessi privati, è stato legato a numerose morti di militanti. Nel frattempo il sistema penale è usato per criminalizzare ed intimidire proprio i militanti ambientalisti e della terra, mentre i complici dei veri crimini restano impuniti.”

Il governo di Duterte con la sua guerra alla droga che, secondo la polizia, ha fatto 6600 morti ma che altri dicono almeno ventimila, ha esacerbato la paura e il senso di impunità nelle aree povere delle città e nelle aree povere delle campagne che “rendono meno probabile che i cittadini ed i militanti si alzino a protestare per un loro diritto”.

Come nel Brasile o Colombia, anche nelle Filippine come Negros o Mindanao sono le popolazioni indigene o locali a soffrire le pressioni dell’agroindustria.

Basti dire che Vicky Tauli-Corpuz, filippina e Rappresentante speciale dell’ONU per le popolazioni indigene, fu inclusa nella lista del governo filippino dei “terroristi” dopo aver espresso la propria opinione sulle violazioni dei diritti umani dell’amministrazione filippina.

“Lei ha ripetutamente ed in modo specifico espresso le preoccupazioni per l’incremento rapido dei grandi progetti commerciali che sono di solito finanziati attraverso accordi internazionali bilaterali se non per beneficio esclusivo degli investitori esteri, mentre non si mostra alcuna o scarsa considerazione per i diritti delle comunità indigene e la protezione ambientale”

Ed agroindustria nelle Filippine vuol dire, anche e soprattutto banane, da quando la politica estera di Duterte ha spalancato le porte alle esportazioni in Cina che hanno superato le storiche esportazioni in Giappone, come si può leggere in questo articolo.

Un gigante delle esportazioni di Banana citate da Global Witness è Dole Philippines, una multinazionale con vari proprietari, che esporta in Cina, Corea e Giappone con un fatturato che nel 2016 e 2017 raggiungeva 647 milioni di dollari ed il centro della produzione a Bukidnon, Mindanao.

Nel rapporto si citano i particolari delle pratiche con cui le comunità indigene ed i militanti si sono trovati dalla sera alla mattina cacciati dalle loro terre ed espropriati di tutto.

Su Manilatimes.net si legge in merito:
Quasi 300 contadini, persone delle comunità indigene e militanti dei diritti sono stati uccisi da quando Duterte è diventato presidente nel 2016 secondo il gruppo Karapatan.

“Il regime di Duterte ha intensificato la militarizzazione delle comunità che ha portato ad effetti catastrofici” dice Cristina Palabay. “Il poter accresciuto dato a polizia e militari ha soppresso il dissenso e promosso minacce, violente ed attacchi contro i militanti e chi difende i diritti umani”.

Il governo Duterte per bocca del portavoce Panelo imputa alla ferocia di queste dispute l’alto numero di morti e che il governo “sarà sempre preoccupato della violenza comunque inflitta ai propri cittadini sia se fatta da forze esterne o da chi è dentro il paese”.

D’altronde è lo stesso Panelo che qualche giorno fa ha definito “unilaterale fino al grottesco, oltraggiosamente miope e maliziosamente partigiana” la risoluzione dell’ONU che chiede un’inchiesta sulle violazioni dei diritti umani nelle Filippine.

Le prospettive per il futuro non sono rosee come sostiene Alice Harrison di Global Witness.

“Questa tendenza pare destinata a peggiorare perché i politici forti di tutto il mondo tolgono le protezioni ambientali ed i diritti umani per promuovere gli affari a tutti i costi”