La restituzione del corpo privo di coscienza di Abdullah Isamuso a Pattani

Sumaiya Minka aveva passato una notte in ansia dopo che il marito Abdullah Isomuso era stato arrestato dalle forze di sicurezza il 21 luglio 2019 come sospettato, dopo le preghiere del Maghtib.

Era stato portato per essere interrogato al forte Ingkhayutthaborihan, la più grande base nelle province di frontiera del meridione thailandese. Questi arresti non sono rari nelle aree del conflitto dove si applicano le leggi speciali come la legge marziale e il decreto di emergenza. Non sapeva perché suo marito doveva essere interrogato. Le fu detto che l’avrebbe saputo dopo che fosse andata al centro di detenzione dentro il Forte.

La mattina seguente, Sumaiya andò a fare visita al marito nel Forte Ingkhayutthaborihan. Rimase scioccata nell’apprendere dai militari che Andullah era stato portato di corsa nella Unità di Cure Intensiva dell’ospedale di Pattani.

Prima del suo arresto Abdullah era in salute ed non era mai stato ricoverato da quando otto anni prima aveva sposato Sumaiya. Per lei era impossibile che la salute del marito potesse deteriorarsi così radicalmente.

Abdullah era stato trovato privo di coscienza, alle nove della mattina del 22 luglio, dentro la sua cella nel centro di detenzione della enorme base militare.

I medici trovarono un accumulo di fluidi eccessivi nel suo cervello che suggerivano che aveva sofferto di una carenza di ossigeno per circa mezzora. Come in casi precedenti i dottori parlarono solo delle condizioni del suo cervello, senza poter spiegare cosa avesse causato questa condizione.

Poiché il cervello era stato gravemente danneggiato e non era in grado di rispondere, anche se le condizioni fisiche miglioravano, la cosa migliore che la famiglia potesse attendersi era di riavere il suo corpo privo di coscienza.

Il caso di Abdullah non è il primo delle province del confine meridionale in cui un sospettato detenuto secondo le leggi speciali era stato ritrovato morto o privo di coscienza dopo un deterioramento innaturale e drastico della salute.

Il 19 marzo del 2008, Yapha Kaseng, un imam del posto del distretto di Rueso nella provincia di Narathiwat, fu detenuto insieme ad i suoi due figli dopo che la loro casa fu perquisita senza che le forze di sicurezza trovassero alcunché di sospetto. Furono portati in una postazione militare dentro un tempio del posto dove fu torturato per ore dalle forze di sicurezza. Fu costretto a giacere per terra e gli colpirono ripetutamente il petto con i piedi finché non si ruppe una costola che gli perforò il polmone causandogli la morte.

La famiglia vinse la causa civile ed il tribunale ordinò al governo di pagare un risarcimento di alcune migliaia di euro. La causa penale contro gli ufficiali della sicurezza che avevano torturato l’imam fu fatto cadere dalla corte penale di Narathiwat. La corte disse alla famiglia di portare l’accusa ai tribunali militari chiudendo di fatto il caso legale perché gli individui non possono adire ai tribunali militari, ma solo le autorità.

Nella stessa base militare dove Abdullah fu ritrovato privo di coscienza almeno due uomini erano già stati ritrovati morti.

Il 30 maggio 2010, Sulaiman Naesa che era stato detenuto per sospetto legame con l’insorgenza fu ritrovato impiccato con un asciugamano legato alle sbarre di ferro della finestra della sua cella nella base di Ingkhayutthaborihan. Quando fu ritrovato il cadavere, i piedi toccavano il pavimento. La spiegazione di un suicidio di Sulaiman data non convinse i parenti, perché il suicidio è uno dei peccati peggiori per l’Islam.

Secondo una dichiarazione alla stampa dei militari il giorno dopo la morte di Sulaiman, i genitori gli avevano fatto visita prima che morisse portandogli l’asciugamano con cui si sarebbe suicidato.

“Parlarono un po’, poi Sulaiman si accovacciò e pulì i piedi dei suoi genitori come per dire loro addio” si legge sulla dichiarazione. Ma i genitori dissero che quel giorno non gli avevano fatto visita.

Il corpo di Sulaiman portava un grosso taglio sotto i genitali fatti chiaramente con un oggetto tagliente. Il padre disse che il sangue dalla ferite non si era ancora asciugato qquando arrivò il cadavere a casa.

L’esperta Pornthip Rojanasunand ed il suo gruppo di esperti dissero che la ferita era stata fatta dalle formiche ritrovate attorno ai genitali. Ed il padre si domandò quanto dovessero essere grandi le formiche per causare quella grande ferita su un corpo umano. Si erano sentite varie accuse di tortura da parte dei militanti dei diritti ma fino ad oggi resta ancora sconosciuta la causa della morte di Sulaiman.

Il solo modo per sapere se si fosse trattato di tortura era di condurre un’autopsia, ma i parenti si rifiutarono di farla.

Il sospetto che la tortura sia praticata dalle forze di sicurezza nelle aree di conflitto delle province del confine meridionale esiste da sempre. Le autorità provano a lasciar cadere queste accuse affermando che non esiste una politica di tortura dei sospettati nelle leggi speciali. Comunque il caso ultimo di Abdullah Isomuso con il deterioramento improvviso ed innaturale della salute durante la detenzione rafforza solo i dubbi.

Il portavoce del ISOC della IV regione ha affermato che chiunque coinvolto nell’interrogatorio di Abdullah avesse commesso un reato, sarebbe stato punito severamente.

Sfortunatamente questa dichiarazione non convince per due ragioni. La prima ragione è che con la legge marziale il personale della sicurezza non è ritenuto responsabile di danni o ferite causate da loro nelle loro operazioni. Hanno cioè una forte immunità legale e nessuno mai è stato punito secondo il codice penale.

La seconda ragione è che la Thailandia, sebbene abbia aderito alla Convenzione contro la tortura CAT, non l’ha ancora ratificata né ha approvato una legislazione. Non esiste alcun quadro legale che criminalizzi la tortura e punisca i torturatori.

Il comandante della IV regione promise di istituire una commissione di accertamento dei fatti di indagine sul caso di Abdullah. Non c’è alcuna garanzia che questa commissione potrà funzionare in modo indipendente. Resta sotto la forte influenza e controllo dei militari ed è molto discutibile la sua neutralità.

Sotto queste circostanze, la causa reale dell’improvviso deterioramento della salute di Abdullah resterà sconosciuto, come sempre, e non ci sono garanzie che questo sarà l’ultimo caso.

I sospetti della popolazione locale sono ancora forti. Le autorità devono riconoscere del tutto che tali casi esacerbano la situazione nell’area del conflitto e mettono in pericolo ogni sforzo per costruire la pace.

L’ingiustizia ed il senso di essere collettivamente vittima sono tra le cause radicali del conflitto. Ogni operazione delle forze di sicurezza che si adatta alla narrazione dell’ingiustizia storica creerà e rafforzerà quel senso tra la popolazione Malay musulmana nel meridione thai. A sua volta questo non porta nulla di buono al già fragile e stagnante processo di pace.

Se il governo è serio a voler risolvere il conflitto, deve considerare la seguente agenda. L’applicazione delle leggi speciali. Le vittime citate erano sospettati detenuti sotto le leggi speciali in vigore in loco. Esse permettono alla sicurezza di detenere dei sospettati. La legge marziale permette la detenzione un sospetto dovunque per sette giorni senza mandato. I decreti di emergenza dice che un sospetto può essere detenuto per 30 giorni o al forte Ingkhayutthaborihan o nella scuola di polizia di Yala dopo un mandato del tribunale. Prima del mandato ci deve essere il riconoscimento da parte di militari, polizia ed amministrazione locale. Le autorità di solito detengono un sospettato prima con la legge marziale senza mandato per sette giorni. Se si deve estendere la detenzione, le autorità possono preparare un mandato di arresto secondo il decreto di emergenza nei sette giorni.

Secondo queste leggi speciali un sospettato nell’area del conflitto può essere detenuto fino a 37 giorni senza che abbia compiuto un reato. Finora tutti i detenuti per la sicurezza sono malay musulmani.

Molti di loro tra cui Abdullah Isomuso sono stati arrestati per accuse fatte da altri detenuti senza altra prova. A ciò si aggiunge che il 70% di questi casi giunti in tribunale sono prosciolti per mancanza di prove. Le leggi speciali cioè non sono molto efficaci.

I casi di morti innaturali sono sempre sospettati per essere il risultato della tortura anche per il potere incontrollato e l’impunità data alla sicurezza dalle leggi speciali.

Per queste ragioni si deve prendere in seria considerazione la richiesta dei parlamentari dell’area di conflitto di una valutazione dell’applicazione delle leggi speciali, descritte spesso come draconiane, se il governo ha ancora i diritti umani nella sua agenda come annunciato da Prayuth il 18/2/2018.

Allo stesso tempo si deve ratificare e legalizzare la convenzione sulla tortura. Non si garantiranno mai i diritti umani dei presunti sospetti se non si rende penale la tortura.

Oltre questo, per indagare i casi di violazione dei diritti umani il governo deve istituire un comitato di accertamento dei fatti affidabile e libero dall’influenza ed interferenza dei militari. Sotto un governo militare potrebbe essere necessario il coinvolgimento di osservatori di agenzie internazionali.

Benché queste indicazioni non siano sufficienti a sradicare l’abuso del potere da parte della sicurezza, potrebbero almeno funzionare da deterrenti agli abusi. Comunque se le autorità continuano a godere di poteri quasi senza limiti di detenzione e di imunità, ci saranno altri casi come quello di Abdullah.

I parenti di Abdullah hanno scritto su Facebook che il periodo dei sette giorni di detenzione di Abdullah era completato. In questo periodo Abdullah nell’UCI era sotto la custodia della sicurezza.

Ora è stato ridato alla famiglia da uomo libero ma ancora privo di coscienza in un letto di ospedale
Hara Shintaro, Prachatai.org