Interrompere il ciclo della violenza: i bambini soldato nel conflitto papuano

Cominciano ad emergere prove che bambini si uniscono al conflitto decennale nella inquieta provincia indonesiana di Papua Occidentale, sei mesi dopo che la repressione dei militari contro i ribelli separatisti per l’omicidio di 17 lavoratori delle costruzioni a dicembre scorso.

Al Jazeera

Una foto consunta condivisa dai ribelli mostra un gruppo di combattenti dell’indipendenza sulle alture centrali della provincia tra i quali ce ne sono almeno tre che sono chiaramente bambini, col volto coperto da colori mimetici e fucili potenti nelle mani.

Un portavoce del WPLA, armata di liberazione di Papua Occidentale, Sebby Sambom ha detto sì di essere preoccupato del fatto che si uniscono alla causa dei bambini i quali però non hanno altra scelta se non prendere le armi.

Quei bambini nelle foto inviate ad Al Jazeera a giugno avevano quindici anni.

“Immaginate i militari che attaccano il villaggio uccidendone i genitori ed i vecchi” ha detto Samborn il quale spiega che le foto sono state fatte a Nduga dove in migliaia sono fuggiti dalle case dopo gli ultimi scontri.

“Alcuni hanno preso le armi per vendicare i morti della propria famiglia. Questa è una situazione politica e il mondo deve riconoscerlo”

Sono almeno 50 anni che i ribelli indigeni papuani lottano per l’indipendenza, ma la prova che dei ragazzi si uniscano alla guerra ha causato allarme tra i capi comunità.

“Questo trauma dei ragazzi può essere un ciclo di vendetta” dice padre John Djonga, prete cattolico nelle alture centrali. “Sarà più terribile nel futuro.”

Prime avvisaglie

A febbraio il gruppo inglese Child Soldiers International (CSI) denunciava come il numero dei bambini soldato reclutati in tutto il mondo era salito drammaticamente negli ultimi anni in contrasto alle convenzioni internazionali.

Il gruppo verificò che oltre 29000 casi di bambini erano stati reclutati come combattenti tra il 2012 ed il 2017 in 17 paesi del mondo, una cifra che non includeva Papua Occidentale, perché l’area resta vietata ai giornalisti ed organizzazioni straniere, diplomatici compresi, che hanno bisogno di un visto speciale per visitare la regione. I turisti possono visitare la regione con un permesso di viaggio.

Shelly Whitman, direttrice del Romeo Dallaire Child Soldiers Initiative, che si adopera per fermare l’uso del soldati bambini nel mondo, ha detto che ragazzi minorenni sono tirati nel conflitto per vendicare la morte di amici e familiari, ma anche a causa della povertà e di mancanza di fiducia.

Non tutti vanno sulla linea del fronte. Spesso trasportano alimenti e acqua per i combattenti o fanno appostamenti, ma più restano nel gruppo più probabile è che finiranno per prendere un’arma, dice la direttrice.

“Questo è un primo indicatore di pericolo di un più deliberato e calcolato potenziale di violazioni di diritti umani” ha detto Whitman ad Al Jazeera. “Lo si deve seguire. Il mondo dovrebbe porre attenzione.”

L’area di Nduga, la cui popolazione era stata in gran parte tagliata dal mondo esterno fino all’arrivo nel 1962 dei missionari, è ben conosciuta per la sua diversità culturale ed è parte del Parco Nazionale Lorentz, elencato tra i siti del Patrimonio dell’Umanità. L’area delle alture sono però anche il cuore del conflitto che iniziò dopo che l’Indonesia assunse il controllo di Papua occidentale dopo un referendum molto controverso.

La popolazione nelle alture centrali hanno “un’orribile memoria collettiva della violenza di stato e tendono ad essere antigovernativi” rispetto ad altre parti di Papua Occidentale, dice la ricercatrice Adriana Elisabeth, che lavora con Indonesian Institute of Sciences, in un rapporto del 2008.

Da padre in figlio

Hanno giocato un ruolo nella continua instabilità anche le rivalità tribali secondo Enos Rumansara, antropologo della Cenderawasih University a Jayapura, e due tribù locali dominavano il distretto da generazioni, Kogoya e Wenda.

Benny Wenda, che fuggì dalla prigione nel 2002 in Indonesia e vive in esilio in UK, guida il movimento di indipendenza papuano. Suo padre, anch’esso un capo ribelle, fu ucciso dai militari nel 1997.

“Le condizioni naturali formano il loro carattere, questi amici delle campagne conoscono la cultura delle guerre tribali” dice Enos il quale aggiunge che le comunità indigene vedono l’Indonesia come un intruso.

“Fino ad oggi esistono ancora gli scontri tribali. La ragione può essere accesa da donne eo da dispute sulle terre”.

L’attuale capo del Free Papua Movement, parte del WPLA, il diciannovenne Egianus Kogoya, è il figlio più giovane dell’ex capo Silas Kogoya che fu ucciso dopo la cosiddetta operazione Mapenduma nel 1966 quando i militari si mossero in aiuto di un gruppo di ricercatori ambientali rapiti dai ribelli.

Nelle scuole superiori Egianus rifiutò di conoscere la Pancasila, i cinque principi che governano l’Indonesia, che lui definì uno strumento di un governo oppressivo. Fu a quel punto che decise di lasciare la scuola, ha detto la sorella più grande Raga Kogoya.

“Non sentì alcun bisogno di conoscere il paese che causò la morte del padre. Si sentiva offeso”

L’Indonesia ha ratificato il protocollo opzionale dell’ONU sul coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati nel 2012, ma i militari devono ancora riconoscere la presenza di soldati bambino a Papua Occidentale.

“Non sappiamo nulla di quanto affermato dal WPLA” ha detto il portavoce dell’esercito indonesiano generale Sisriadi che ha aggiunto che per quanto ne sappiano loro, loro combattevano solo gli adulti rifiutando ogni ulteriore discussione.

Interrompere il ciclo della violenza

Shelly Whitman, direttrice del Romeo Dallaire Child Soldiers Initiative, ha detto che le forze armate hanno bisogno di fare uno sforzo per comprendere cosa conduce i bambini e ragazzi alla violenza. I capi religiosi e tribali hanno un ruolo da giocare nell’aiutare i figli e porre fine alla violenza.

“Qualcuno deve rompere il ciclo della violenza e trovare un percorso differente”

Dopo sei mesi che sono fuggiti dalle case, i bambini dislocati di Nduga devono ancora ricevere alcun sostegno.

“Poiché questi bambini soffrono del trauma, li incoraggiamo ad avere i servizi di riabilitazione psicologica” ha detto Retno Listyarti, commissario della Commissione di protezione del fanciullo. “Se il governo locale non riesce a soddisfare, lo possono richiedere al governo centrale” ha detto ad Al Jazeera.

Il ministro della protezione del fanciullo e delle donne Yohana Yembise non ha risposto alle domande poste da Al Jazeera sulla sofferenza dei bambini.

La notte prima di Pasqua un gruppo di giovani senza casa si radunarono in una chiesa di Wamena sulle alture centrali.

Due volontari chiesero loro di scrivere delle loro speranze sul futuro su un pezzo di carta e appenderlo ad un albero della speranza.

Uno disse di voler diventare un infermiere. Un altro di far felice i loro genitori. Ma altri avevano altre ambizioni.

“Lui vuole essere un combattente per l’indipendenza” disse ridendo uno dei ragazzi puntando il dito all’amico.
Febriana Firdaus, AlJazeera