Le minacce alla sicurezza della crisi Rohingya difficile da gestire

In seguito ad una serie di piccoli attacchi a posizioni di polizia nel 2017, commessi da un piccolo gruppo addestrato di insorgenza, ARSA, i militari di Myanmar lanciarono una campagna militare da terra bruciata sulla popolazione Rohingya, un gruppo etnico birmano musulmano che il governo definisce emigrati bengalesi a cui nega la cittadinanza completa.

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In quella campagna furono uccise oltre diecimila persone, 400 villaggi rasi al suolo ed 800 mila persone fuggirono in Bangladesh a causa di quello che ONU definì un “caso lampante di pulizia etnica”. Una missione indipendente di accertamento dei fatti accusò il governo di Myanmar di avere un “intento genocida”.

Da due anni, quasi un milione di Rohingya è rinchiuso nei campi profughi del Bangladesh, e mentre il sostegno internazionale si raffredda alcuni si consegnano al traffico di schiavi.

La crisi Rohingya pare difficile da gestire, con implicazioni sulla sicurezza della regione.

Mentre la maggioranza della popolazione Rohingya cerca solo di sopravvivere, la comunità è matura per radicalizzarsi.

La realtà è che Myanmar ha resistito al peggio delle sanzioni e dell’obbrobrio diplomatico.

Mentre continueranno, il capo di fatto Aung San Suu Kyi ha dato prova di volere macchiare la sua superficiale eredità. Myanmar sembra contenta di ritirarsi nell’abbraccio diplomatico e politico cinese. Mentre continuerà la pressione diplomatica, non sarà sufficiente a cambiare il comportamento di Naypyidaw particolarmente nella corsa alle presidenziali del 2020.

Agitare le fiamme dell’ultra nazionalismo buddista contro i Rohingya musulmani dà sempre buoni risultati in Birmania.

Benché il governo birmano abbia tenuto colloqui con quello del Bangladesh sul rimpatrio dei Rohingya, finora nessun rifugiato ha voluto tornare senza protezioni legali e la garanzia della cittadinanza. Protezioni che non sono vicine. Il governo birmano è lento nell’applicare l’accordo di rimpatrio bilaterale del novembre 2018, mentre le forze di sicurezza continuano a cementare le frontiere.

Attraverso i dati satellitari, gli analisti del Strategic Policy Institute australiano hanno concluso che il governo Birmano continua a distruggere i villaggi Rohingya costruendoci sopra basi della polizia o dell’esercito, ed in pochi casi costruendo quello che può essere solo definito come campi di concentramento per ospitare coloro che permetteranno di tornare. Inoltre i cambiamenti apportati sulla legge del suolo in Birmania fanno perdere i diritti per la terra abbandonata.

Anche se i Rohingya tornassero, è probabile che abbiano perso i loro diritti di proprietà.

Cominciano ad esaurirsi i fondi di sostegno internazionale per i campi profughi che ospitano 900 mila rifugiati. L’alto commissario dell’ONU per i rifugiati non è riuscito a trovare i fondi necessari per la crisi Rohingya del 2018, mentre la preoccupazione ed il sostegno internazionale continuano a scemare. Nel 2018 si è riuscito a trovare solo il 69% dei fondi necessari per lacrisi Rohingya ponendo un peso insostenibile sul governo del Bangladesh. L’ONU ha chiesto 920 milioni di dollari per il 2019.

I campi sono squallidi e in deterioramento con grandi preoccupazioni di salute pubblica.

In questo vuoto sono entrate le organizzazioni della società civile islamiste che danno istruzione, assistenza medica ed alimenti per i rifugiati. I gruppi islamici del Bangladesh, compresi i duri militanti come Hefazat-e-Islam che usano la violenza, hanno creato oltre mille madrase nei campi.

Una crisi Rohingia di rifugiati, difficile da gestire come quelle in Palestina o Siria, non è un presagio buono per una comunità di tradizioni moderate.

Sul piano diplomatico non ci sono molte pressioni nella regione. La questione Rohingya resta tra le più divisive nel ASEAN. Solo la Malesia e un po’ meno l’Indonesia spingono per una soluzione diplomatica per la crisi Rohingya. In aiuto della Birmania sono giunti Thailandia, Vietnam e persino Filippine.

La Malesia continua a prendere rifugiati Rohingya. Ha 176 mila rifugiati registrati ed un numero incerto di persone entrate col traffico umano. Il governo prova ad aiutarli a poter entrare nel settore formale dell’economia, ma i programmi posti in essere sin dal 2017 hanno avuto scarso successo. Molti Rohingya non vogliono lavorare nel settore delle piantagioni che ha bisogno di lavoro a basso prezzo.

I militanti del ARSA, organizzazione di solidarietà dei Rohingya del Arakan, continua a consolidare la sua autorità dentro i grandi campi dei rifugiati. Nel luglio 2018, ARSA fu sospettata dell’assassinio di 22 rivali politici o di chi condannava le loro azioni che portarono alla pulizia etnica. Il tasso di reclutamento sta crescendo.

Benché la sicurezza del Bangladesh abbia provato a reprimerli, la realtà è che ci sono molte contraddizioni nella relazione tra sicurezza ed ARSA.

Nell’amministrazione dei campi, è utile spesso poter lavorare con una organizzazione con una parvenza di struttura di autorità, ma riconoscere pubblicamente la presenza e le operazioni dentro i campi del ARSA potrebbe portare ad una perdita di aiuti ed assistenza internazionali.

Riconoscere ARSA minerebbe i colloqui con la Birmania sul ritorno dei rifugiati che è il primo obiettivo di Dhaka. Tuttavia dare loro un certo spazio per addestrarsi e organizzarsi ( o dare persino una certa copertura) è uno dei soli punti di forza su Naypyidaw.

Il controllo del ARSA sui campi profughi non solo dà loro potere e controllo sulle risorse, ma dà anche altra pressione quando raccolgono soldi dalle comunità della diaspora.

Per esempio un membro del ARSA ha estorto 20 mila dollari dai profughi in Malesia minacciando per lo più “di attaccare qualcuno” nei campi. Per dirla con le parole della Special Branch malese:

“Molti Rohingya danno denaro al ARSA perché minacciati. Hanno ancora famiglie nel Rakhine ed ARSA ha minacciato di fare male alle loro famiglie lì”.

ARSA resta una forza male equipaggiata ed addestrata, poco capace di fare una campagna sostenuta contro le forze di sicurezza birmana. Il loro obiettivo è ora di consolidare il potere nei campi.

In forte contrasto c’è l’esercito buddista del Arakan, AA, che pone pressione sostenuta sulle forze birmane sempre nel Arakan. 35 mila sarebbero le persone che hanno perso casa con gli scontri, sebbene sia difficile da dire: stampa e osservatori internazionali sono stati messi al bando mentre il governo ha chiuso la rete internet nel Rakhine.

Mentre è sceso moltissimo il numero dei Rohingya fuggiti con le barche nel 2018, si ha paura che il loro numero crescerà moltissimo dopo una stagione delle piogge pesante del 2019. I campi profughi già vedono allagamenti e sono 60 mila le persone hanno perso casa. Gli ultimi arresti in Thailandia suggeriscono che la rete del traffico umano resta forte.

Sebbene la minaccia posta dal ARSA sia bassa, resta la maggiore preoccupazione della radicalizzazione della diaspora da parte di altre organizzazioni radicali. L’appartenenza o il sostegno per il gruppo possa essere un fattore nella loro organizzazione, ma preoccupa più il reclutamento da parte delle organizzazioni jihadiste transnazionali.

ARSA, che cambiò il proprio nome da Harakat al-Yaqin, continua a negale il sostegno da parte di Al Qaeda o IS, e prova a presentarsi con un volto più moderato, ma nei campi ha imposto una ideologia abbastanza islamica.

I gruppi transnazionali jihadisti hanno dato promesse di aiuti formali. Al Qaeda minacciò la vendetta contro il governo birmano in una dichiarazione a settembre 2017:

“Il trattamento selvaggio riservato ai nostri fratelli Rohingya nel Arakan da parte del governo birmano sotto forma di combattere i ribelli non passerà senza dolore e il governo birmano assaggerà quello che i nostri fratelli musulmani hanno patito in Arakan”

Shaykh Abu Ibrahim al-Hanif, in un’intervista con Dabiq del ISIS ha detto: “Cominceremo a lanciare operazioni dentro la Birmania una volta raggiunte le capacità per farlo”.

L’India ha arrestato presunti sospetti di Al Qaeda che reclutavano Rohingya, mentre i pakistani di Jaish e-Mohammed’s Masood Azhar hanno invitato ad una campagna attiva di sostegno ai Rohingya. In un discorso del 2014 il capo ISIS al-Baghdadi si rifrì ai Rohingya ma da allora ha detto pochissimo.

Il basso livello di sostegno e difesa sorprende in qualche modo, dato che “la difesa della religione” e le paure che Islam sia sotto attacco restano i punti salienti della radicalizzazione e reclutamento per tutte le organizzazioni jihadiste. Ma l razzismo e lo segno da parte delle organizzazioni jihadiste arabe verso i musulmani del Sud Asiatico e sudestasiatico sono sempre state chiare. Ogni sostegno ai Rohingya sarebbe opportunista.

Ci sono stati vari arresto di Rohingya radicalizzati in Malesia fin dal 2017. Nel 2019 ci sono stati quattro Rohingya arrestati in Malesia radicalizzati per la violenza.

A maggio furono arrestati insieme ad un Malese ed un indonesiano due Rohingya. I quattro avevano promesso fedeltà al califfato islamico e pensavano ad un’ondata di attacchi contro le zone di intrattenimento e luoghi di culto cristiani, induisti e buddisti, oltre all’assassinio di figure politiche. Pensavano di porre bombe contro l’ambasciata birmana a Kuala Lumpur. La polizia ha sequestrato una pistola e sei oggetti esplodenti improvvisati fatti avere da militanti del meridione thailandese. Altri tre sono riusciti a fuggire.

A giugno la polizia malese arrestò un sostenitore del ARSA e del ISIS che avevano minacciato di morte il primo ministro del Bangladesh Sheikh Hasina con un video sui media sociali. Un quarto era un imam di una madrasa dello stato Kedah malese, dove lavorano molti Rohingya nelle piantagioni.

Il ministro della difesa malese Mat Sabu ha posto il problema del reclutamento e radicalizzazione della comunità Rohingya col prolungamento del conflitto e ella crisi Rohingya:

“Siamo molto preoccupati che questi Rohingya possano essere manipolati e fare attacchi suicidi o reclutati nelle cellule della regione”.

Finora le organizzazioni della società civile Rohingya in Malesia hanno aiutato a tenere lontana la radicalizzazione convincendo la comunità degli effetti deleteri che la militanza avrebbe su tutta la comunità in Malesia e dell’impatto che avrebbe sull’emigrazione.

Un ufficiale che lavora in stretto contatto con la comunità Rohingya in contrasto all’estremismo violento ha detto a questo giornale:

“Siamo stati molto generosi con loro e loro lo sanno” ha detto l’ufficiale che ha anche parlato di una cultura di sottomissione” con poca voglia di combattere, per tutto quello che hanno dovuto subire negli scorsi anni.

Ma ci vogliono solo pochi individui radicalizzati. Poi “l’ecosistema è lì, ma non il detonatore” come ha detto l’ufficiale malese.
Zachary Abuza, WarOnTheRocks