Razzismo è al cuore del conflitto papuano contro Giacarta

Il 17 agosto di ogni anno gli Indonesiani si gonfiano di nazionalismo. Quest’anno un evento di ispirazione nazionalista è stato il lancio del film Bumi Manusia, tratto dal romanzo dello stesso titolo di Pramoedya di Ananta Toer, Questa Terra dell’Uomo, che narra la storia d’amore tra l’eroe giavanese Minke e la meticcia Annelisies.

Colui che portava il nomignolo Minke, dato dal suo altezzoso professore olandese, significa “scimmia”. Il modo in cui lo pronunciava il professore, con gli occhi gonfi ed una certa impazienza, portarono Minke a credere che “scimmia” non avesse un tono benevolo, ma perché era il solo ragazzino giavanese dalla pelle bruna nella scuola.

Mentre il romanzo del razzismo coloniale e dell’amore si svolge nei cinema della grande città, un dramma reale di razzismo senza una storia di amore si svolge ora a Surabaya. La reazione non è stata meno drammatica, perché lunedì tantissimi papuani si sono riversati nelle strade di Manokwari, capitale di Papua Occidentale, per liberare le loro rabbia contro l’incidente di Surabaya, e migliaia protestavano nella capitale Jayapura di Papua.

Secondo un rapporto del Surabaya Legal Aid Institute (LBH Surabaya) di venerdì, la polizia indonesiana della capitale di Giava Orientale avrebbe gridato “scimmie” agli studenti papuani per non aver rispettato il giorno dell’indipendenza indonesiana danneggiando la bandiera indonesiana di fronte al loro dormitorio.

Decine di studenti papuani sarebbero stati bloccati dentro senza alcun alimento persino quando due studenti non papuani avevano tentato di dare degli alimenti. Questi due studenti sono stati arrestati dalla polizia.

Il 17 agosto militari, polizia e membri di organizzazione di massa si radunarono davanti al dormitorio ed alcuni di loro gridavano “mettere al bando i papuani”. Poi la polizia ha arrestato 43 studenti che vivevano nel dormitorio dopo aver sparato i lacrimogeni dentro il dormitorio stesso.

Come Minke, i papuani sottostanno alla discriminazione razziale da parte della maggioranza giavanese.

Filep Karma, attivista politico papuano che ha scritto il libro “Come se fossimo persone a metà: il razzismo indonesiano nella terra di Papua”, ha vissuto il razzismo quando studiava in una università di Surakarta e racconta nel suo libro che spesso sentiva i suoi amici chiamare i papuani scimmie.

I libro denuncia tantissimi crimini contro l’umanità che i papuani vivono nella propria terra.

Mercoledì, un gruppo costituito di ONG dei diritti umani, delle chiese papuane e dell’amministrazione di Nduga, ha riportato il lavoro della loro commissione di accertamento dei fatti sul conflitto tra i militari indonesiani del TNI e i gruppi armati papuani in quella provincia. Sarebbero morte almeno 182 persone in maggioranza donne e bambini alcuni per mano delle forze di sicurezza. Molti altri sono morti per gli stenti e le malattie durante la loro fuga dai villaggi preda del conflitto.

Se una tale tragedia fosse accaduta a Giava, avrebbe fatto arrabbiare in molti, compreso lo stesso presidente Joko Widodo, ma le morti a Nduga sono accadute come nulla fosse. Peggio, le morti non erano la sola ed unica tragedia. Molti più civili sono caduti vittima dell’approccio della sicurezza di Giacarta a Papua, dove da anni ci sono sporadici movimenti armati di secessione dall’Indonesia.

A luglio dello scorso anno, Amnesty International Indonesia emise un rapporto in cui sosteneva che almeno 95 civili erano stati uccisi dal 2010.

“Papua è uno dei buchi neri dei diritti umani in Indonesia. E’ una regione dove le forze di sicurezza da anni hanno avuto il permesso di uccidere donne, uomini e bambini senza la prospettiva di dover rispondere per tali crimini” disse Usman Hamid di AI Indonesia.

Parafrasando Noam Chomsky nel suo libro “La fabbrica del consenso”, agli occhi della elite di Giacarta, i Papuani sono “vittime indegne”, indegne della nostra rabbia, indegne della nostra attenzione, indegne di una soluzione pacifica.

La maggioranza di non papuani accetta come normale questa affermazione. Con la pretesa del nazionalismo, pensano che i papuani non hanno diritto di essere arrabbiati. Dopo tutto dicono alcuni: diamo loro le strade, lo sviluppo e tanti finanziamenti speciali dell’autonomia.

Manchiamo comunque di dare ai papuani il rispetto che meritano ed il riconoscimento che sono uguali a noi.

Da cittadini indonesiani hanno la stessa opportunità di protestare quando pensano di essere stati trattati in modo diseguale. Naturalmente questa mancanza è solo razzismo.

I non papuani, la maggioranza, direbbero che i papuani, la minoranza, non hanno diritto a chiedere giustizia o a determinare il proprio futuro dopo gli innumerevoli atti di violenza, di ingiustizia e razzismo sopportati da decenni.

Se non troveranno pace, giustizia e prosperità, considereranno una mera affermazione retorica vivere nello Stato Unitario della Repubblica di Indonesia.

Allo stesso modo in cui gli insegnanti olandesi disprezzavano il Minke di Questa Terra dell’Uomo potremmo avere bisogno di qualche seria riflessione per ammettere che alcuni di noi disprezzano i papuani per il loro colore della pelle.

I papuani meritano pace e prosperità nella loro ricca terra e, se non elimineremo il nostro razzismo verso di loro, non ci sarà mai pace a Papua.

Il razzismo della storia di amore di Questa Terra dell’Uomo è l’antefatto al nazionalismo in erba dell’Indonesia contro l’occupazione olandese prima dell’indipendenza nel 1945.

Di sicuro non vorremmo che il nazionalismo contro i papuani apra la strada alla loro lotta per l’indipendenza dalla “occupazione indonesiana” sulle loro terre.
Evi Mariani, Jakartapost.com