Colpevoli fino a prova contraria in una società amante della giustizia?

Qualunque società amante della giustizia si infurierebbe nello scoprire che un suo cittadino, prima di morire in ospedale, era stato ritrovato privo di coscienza mentre era sotto la custodia dei militari.

Ma chiaramente questo non è il caso della Thailandia, specialmente se quel cittadino è stato sospettato di essere un insorgente separatista malay musulmano.

Questo è stato il destino del trentaquattrenne Abdullah Isamuso che morì domenica scorsa, dopo aver passato un giorno in detenzione militare. Era stato portato all’ospedale privo di coscienza per poi passare un mese in stato comatoso a letto fino alla sua morte.

Sebbene le autorità abbiano negato l’uso della tortura, in modo opportuno non c’erano registrazioni delle telecamere di sicurezza delle ultime ore di un uomo cosciente. Ha passato le sue ultime ore detenuto nel profondo meridione, in una regione che un tempo era un regno islamico indipendente e coraggioso, prima di essere ingurgitato come una parte della attuale Thailandia.

In una qualunque società amante della giustizia, la presunzione di innocenza deve essere la regola. Ma in Thailandia si è vista svolgere un’altra storia.

Non ci sono state finora indagini indipendenti nella morte di Abdullah. Martedì un membro fondamentale del sotto comitato della Commissione Nazionale dei diritti umani che presiede il profondo meridione, Anchana Heemmina si era dimessa per l’impossibilità di lavorare per “limitazioni ad accedere alle informazioni”.

La famiglia del deceduto ha detto ai media che non si fidano di una autopsia fatta dal governo.

Ad aggiungere alla ferita l’insulto, la richiesta della famiglia di risarcimento economico ha trovato l’insistenza del vice primo ministro generale Prawit Wongsuwan il quale ha detto che si deve prima provare l’innocenza di Abdullah.

Può parlare un morto? Può un morto difendersi? Non era Abdullah già innocente finché non si dimostri la sua colpevolezza?

Queste sono domande che mandano su tutte le furie alcuni lettori ma ad altri thailandesi non importa proprio.

Nelle scorse settimane andarono più attenzione e notizie alla morte del piccolo dugongo Marium.

“Un dugongo può mettere una bomba?” mi rispose un utente Twitter all’osservazione che feci per cui la morte di Marium ebbe più solidarietà di quella di Abdullah.

In realtà c’è stata più chiarezza sulle condizioni che portarono alla morte di Marium, vale a dire l’ingestione di rifiuti di plastica, rispetto a quella di Abdullah.

E’ una cosa buona quel grido di rabbia per la morte di Marium, ma abbiamo bisogno di una rabbia nazionale anche per la morte di Abdullah. Abbiamo bisogno di richieste di giustizia perché non accadano più “misteriosamente” queste morte durante la custodia.

Per anni, si è quasi demonizzati automaticamente i sospettati nel profondo meridione thailandese. Molti thai li considerano spesso colpevoli fino a prova contraria.

Non è un mistero quindi la ragione per cui la violenza nel meridione thai non finirà nel breve periodo.

Pravit Rojanaphruk, Khaosodenglish