Amaro destino di chi scompare: Tortura o bruciato in un fusto di carburante

Sumaiya Minka, moglie del giovane Abdullah Isamusa morto dopo 35 giorni di coma dopo essere stato interrogato dai militari nella base di Pattani, mostra le foto di segni di tortura sul corpo del marito, proprio mentre da poco sono stati ritrovati i resti del militante karen Billy.

Le foto di seni di tortura sul corpo di Adullah sono state fatte dalla famiglia nell’unità di terapia intensiva dove Abdullah arrivò privo di coscienza dopo un interrogatorio di 12 ore il 22 luglio scorso.

Ci sono segni rossi sui polsi che indicherebbero che Abdullah era stato legato con una fune; segni sulle dita che potrebbero indicare possibili scosse elettriche e della fuoriuscita di liquidi dalle orecchie.

Sumaiya Minka ha presentato le foto del marito in parlamento insieme alla portavoce del Future Forward Party Pannika Wanich che ha aggiunto che sarebbero 54 le morti di detenuti in custodia dei militari sin dal 2014

“Abdullah non è stato il primo ad uscire da un campo militare con gravi ferite, menomato o morto” ha detto Pannika Wanich che ha presentato una documentazione di Pattani Human Rights Research Group secondo cui la maggioranza dei malay musulmani scomparsi hanno da 29 a 38 anni e più della metà provengono dalla provincia di Pattani.

La lotta che combatte Sumaiya Minka non è molto diversa da quella che combatte da anni Angkhana Neelapaijit, moglie dell’avvocato Somchai fatto scomparire nel 2004, o da quella di Pinnapa moglie del militante Karen Billy, fatto scomparire nel 2014 i cui resti sono stati ritrovati bruciati.

Ad accomunarle è anche il destino di appartenere a comunità marginali della società thailandese, a minoranze più o meno forti o più o meno marginali, e di voler rivendicare il diritto alla giustizia ed al riconoscimento.

In fondo “uno dei metodi migliori per valutare il successo o meno di una nazione è vedere come tratta le sue minoranze”, come scrive Karim Raslan in un articolo precedente.

Sull’eredità di scomparse forzate, di tortura, di lotta al nemico dello stato thailandese Pravit Rojanaphruk scrive un articolo molto bello in cui ricorda che il bruciare i militanti, gli oppositori ed i nemici dello stato nei fusti del carburante è una pratica che viene da lontano, dalla lotta contro la guerriglia degli anni 70 ed 80 a Phattalung.

La mai scomparsa abitudine di bruciare le persone in un fusto di carburante

Poiché non sono molto addentro nelle tecniche di omicidio, ho poso due volte la domanda al capo del Dipartimento di Indagini Speciali durante la conferenza stampa che annunciava la scoperta di frammenti del cranio appartenenti al militante scomparso Porlajee “Billy” Rakchongcharoen.

Qual’era il significato delle due barre di metallo trovate all’interno di un fusto di carburante bruciato di carburante da 200 litri dove furono ritrovate i resti di Billy? Entrambe le volte il capo del DSI ha negato la risposta.

Qualche ora dopo, Angkhana Neelapaijit, ex commissario della Commissione Nazionale dei diritti umani e vincitrice del 2019 del premio Ramon Magsaysay, sul suo profilo Facebook indicava che le due barre di metallo dovevano essere un sistema per mantenere il coperchio del fusto di carburante chiuso, mentre si bruciava il corpo del militante.

Non è chiaro se Billy sia stato ucciso prima di essere bruciato o se sia stato bruciato vivo. Fu visto per l’ultima volta in detenzione accusato dall’allora presidente del Parco Chaiwat Limlikhit-aksorn di aver raccolto miele selvatico.

Angkhana scrisse che alcuni ufficiali di alto rango le avevano detto che suo marito Somchai, avvocato dei diritti umani, era stato ucciso e bruciato dentro un simile fusto di carburante dalle autorità.

Somchai si batteva per i diritti del musulmani thai malay del profondo meridione ma fu rapito ed ucciso nel 2004 durante il governo Thaksin. Il suo corpo non fu mai ritrovato e nessuno fu mai punito.

Quasi cinquanta anni fa, durante la Guerra Fredda, era di moda per alcuni ufficiali thailandesi bruciare i nemici dello stato dentro un fusto di carburante, vivi o morti. C’è persino un monumento che ricorda gli omicidi diffusi “fusti rossi”, Thang Daeng, nella provincia di Phattalung. Le stime di questi omicidi variano da alcune centinaia a tremila omicidi commessi durante la Guerra Fredda. Ci era accusato di essere nemico dello stato thailandese scompariva e talvolta i loro resti erano ritrovati in questi fusti di carburante.

Nel 2019, l’ONU ha detto che ci sono stati 86 casi importanti di scomparse forzate in Thailandia dal 1980. Qualcuno crederà che esista una legge che rende un reato la scomparsa forzata, ma si sbaglia. Nessuna legge nazionale considera un reato il rapimento per uccidere.

Perché lo stato è così riluttante ad emanare una legge che riconosce questo crimine odioso per quello che è?

Secondo Angkhana, il parlamento scorso nominato dalla giunta considerò questa legge per tre anni, e alla fine non riuscì ad emanarla prima delle elezioni di marzo, mentre dava alle altre leggi un passaggio veloce.

E’ perché è lo stato stesso il maggiore colpevole di rapimenti e torture? E’ perché spesso lo stato ha bisogno di mettere in silenzio, uccidere e persino bruciare chi lo critica ed i sui oppositori?

Billy lottava per i diritti della gente Karen a vivere in parti contestate del parco nazionale prima di scomparire. L’avvocato Somchai lottava per i diritti dei musulmani thai malay ad avere una voce politica prima della sua scomparsa.

Mentre ci si deve complimentare col DSI per aver scoperto i resti di Billy, si deve fare ancora giustizia. La sfiducia è profonda e non tutti sono rimasti soddisfatti.

scomparse forzate e impunità

Yaowalak Anuphan, che presiede TLHR, avvocati thai per i diritti umani, ha scritto su Facebook appena dopo la conferenza stampa che l’emergere dei resti di Billy ha forse più a che fare con il tentativo della Thailandia di inscrivere il parco di Kaeng Krachan tra i siti patrimonio dell’UNESCO.

Infatti questo anno il Parco era stato preso in rigettato dalla nomina a Sito dell’UNESCO per le preoccupazioni delle comunità Karen nel parco ed è una questione che deve essere affrontata per poter essere ripresa di nuovo l’idea di una nomina.

Speriamo che no era questa la vera mozione per risolvere la scomparsa forzata di Billy
Pravit Rojanaphruk, Khaosodenglish