Autodeterminazione Papuana: il caso di Veronica Koman

Buchtar Tabuni, militante papuano del ULMWP di Benny Wenda, è stato arrestato lunedì scorso a Papua da forze di azione mobile congiunte tra militari e polizia, dopo che la sua casa è stata circondata e dopo essere stati sparati alcuni colpi di arma da fuoco.

L’arresto di Buchtar Tabuni sarebbe stato condotto senza alcun preavviso né convocazione.

Il portavoce della polizia Dedi Prasetyo ha confermato l’arresto che è stato fatto per “assicurare la sicurezza e l’ordine a Jayapura e a Papua in generale”. Buchtar Tabuni sarebbe l’ideatore di queste proteste di massa che hanno preso tutta la provincia indonesiana del Irian Jaya.

In totale sarebbero 85 le persone arrestate in tutta l’Indonesia per le grandi manifestazioni contro il razzismo e per richiedere un vero referendum sulla autodeterminazione dei papuani.

Molti militanti come Agus Kossay e l’avvocato dei diritti umani Veronica Koman si sono dati latitanti.

Veronica Koman è accusata di aver diffuso i primi video degli attacchi razzisti agli studenti papuani indonesiani che hanno acceso le proteste di massa, poi sfociate nell’incendio di strutture pubbliche dello stato indonesiano.

Secondo il movimento ULMWP sarebbero dodici le persone morte, di cui undici uccise dalle forze di sicurezza, e 39 le persone ferite. Per il governo indonesiano invece solo un manifestante sarebbe stato ucciso insieme ad un militare che nega come falsi i video apparsi su internet degli scontri a Deiyai in cui si vedono le forze di sicurezza indonesiane sparare ad altezza d’uomo contro i manifestanti.

Secondo l’avvocato di Papua Legal Aid Institute, gli interrogatori degli arrestati avviene senza l’assistenza di un avvocato.

Il leader in esilio del movimento, Benny Wenda, sostiene che per risolvere la situazione a Papua sia necessario l’intervento dell’ONU:

“L’Indonesia sta mandando seimila truppe per esercitazioni militari a Papua Occidentale. Non esiste una guerra lì, sono manifestazioni pacifiche contro una grande forza militare. La mia gente è in pericolo. Dobbiamo agire ora prima che sia troppo tardi”

Queste esercitazioni si sono tenute a Sentani e Wamena con l’invio di centinaia di paracadutisti per mostrare ai papuani i denti di un apparato che non si fa alcun problema all’uso della forza.

In una sua intervista rilasciata a Giugno scorso a SBS.co.au, Veronica Koman, avvocato dei diritti umani che si prefigge di combattere le violazioni dei diritti e il vandalismo ambientale della provincia papuana, racconta di vivere nella paura.

Dopo aver mostrato il suo sostegno alle manifestazioni di Papua, Veronica Koman rischia sei anni di carcere per tradimento oltre alle minacce continue di stupro e di morte da una armata di troll pagati da Giacarta.

In un video di febbraio denunciò l’aggressione subita da un ragazzo papuano, che avrebbe rubato un telefonino, attorno al quale la polizia aveva avvolto un grande serpente, tanto da attirare l’attenzione del Commissario dell’ONU sui diritti umani.

Questa volta Veronica Koman mostra al mondo cosa è il progetto di sviluppo indonesiano per Papua Occidentale, qualcosa che i giornalisti stranieri non hanno potuto vedere per la chiusura quasi ermetica a loro posta dal governo.

Papua, ex colonia olandese fino agli anni 60 e poi incorporata con un referendum falso nell’Indonesia, è ricca di risorse naturali e metalli preziosi. La più grande miniera a cielo aperto del mondo della Freeport dove si scava per oro e rame è proprio a Papua e la maggioranza delle azioni sono del governo indonesiano. Ma ai papuani arriva ben poco di questa ricchezza

Il movimento nazionalista ed indipendentista è sostenuto a livello internazionale solo dalle nazioni isole del Pacifico e dal World Council of Churces, mentre l’Indonesia ha trovato l’appoggio tacito anche dell’Australia e continua a fare lavoro di pubbliche relazioni per tenersi ben stretta Papua.

E’ un confronto impari però cresce nel complesso la solidarietà verso la popolazione papuana anche di settori della gioventù indonesiana che sostengono il diritto all’autodeterminazione.

Una di queste voci rare è Veronica Koman che ha difeso i militanti papuani contro lo stato indonesiano con un grande costo personale in processi in cui nessun militare è stato mai condannato.

“Lo scorso mese ci furono due indonesiani che morirono durante la detenzione” dice Koman a SBS. “Parlai alla famiglia ed ad alcuni in carcere. Le mie indagini iniziali mostravano che i due erano stati torturati fino alla morte e finora nessuna indagine alcuna. Nulla. Non si contano i casi come questi e nessun poliziotto o militare è stato mai condannato. Neanche li portiamo molti di questi casi in tribunale”

Koman ed altri avvocati papuani invece documentano tutti questi casi nella speranza che la comunità internazionale e l’ONU si accorgano di loro ed intervengano a dare giustizia alle famiglie.

Oltre questa battaglia e a causa di essa, Veronica Koman combatte una guerra online in cui lei è diventata la nemica dello stato.

“E’ proprio perché non riescono a contrastare i miei dati sui casi dei diritti umani che mi perseguono come individuo, che provano a farmi sembrare non credibile, una che s’inventa le bufale. L’Indonesia è una grande utente di Twitter, uno dei più grandi al mondo. Metto sul mio profilo di Twitter quello che accade a Papua Occidentale.”

A dicembre 2018 dopo una protesta di studenti papuani a Surabaya, fu inseguita da vigilantes sostenuti dallo stato costretta a barricarsi in un ufficio di una ONG. In quel giorno comparve alla superficie tutto il razzismo anticinese ed antipapuano.

“Sei una traditrice, i cinesi devono essere dietro questo separatismo. Vattene da questo paese, o ti uccideremo… Un militante dei diritti storici mi disse di uscire dal paese. Lo feci e dopo alcuni giorni alcuni gruppi delle milizie andarono a quell’ufficio per trovarmi”.

“La maggior parte degli indonesiani credono che se Papua Occidentale fosse libera, non saprebbero come governarsi; sono stupidi e privi di civiltà, non sanno governarsi, sarà la loro fine se si separano da noi” dice Koman ricordando il suo passato di giovane indonesiana.

“A scuola ricordo che ci era insegnato che durante gli anni 60, il presidente Sukarno fu così eroico da liberare i papuani dagli olandesi. Poi scoprii per bocca dei papuani stessi che loro pensavano che quello fu il momento in cui ebbe l’inizio dell’occupazione indonesiana.”

Quando poi ebbe l’opportunità di leggere materiale in lingua inglese su Papua, apprese quello che fu definito come un “genocidio a rallentatore”.

A dicembre 2018 si ha un salto nella guerriglia separatista con l’uccisione di 19 lavoratori indonesiani uccisi a Nduga, dove lavoravano alla superstrada transpauana e dove poi la repressione delle forze indonesiane si accanì con l’uso presunto anche di bombe al fosforo bianco, cosa che il governo indonesiano tuttora nega.

Furono cacciati dalla violenza dei militari 35 mila abitanti costretti a rifugiarsi nelle giungle dove vivono ancora al limite della sopravvivenza. A Marzzo scorso Veronica Koman chiese al Consiglio dei Diritti Umani di Ginevra il ritiro delle forze di sicurezza da Nduga ed il ritorno a casa delle persone sfollate ed indagini indipendenti sulle atrocità accadute lì.

L’inizio del movimento indipendentista può essere tracciato al famoso Referendum dell’ONU, conosciuto come Atto di libera scelta, che si tenne nel 1969 a cui votarono un migliaio di persone, per lo più costrette, su una popolazione di 800 mila unità.

Le ultime manifestazioni ripropongono ancora un referendum che dia spazio al sentimento nazionale papuano ed eviti tanti morti inutili.

Nel 1999 l’Indonesia del presidente Habibie, appena uscita dall’era dell’Ordine Nuovo di Suharto, pose fine a venti anni di dominio coloniale indonesiano su Timor Leste con un referendum che vide una maggioranza del 79% scegliere l’indipendenza.

Le milizie paramilitari indonesiane si scatenarono causando quasi duemila vittime prima che arrivassero le forze di pacificazione australiane per restaurare l’ordine.

Veronica Koman ha chiesto all’Australia di fare la propria parte per Papua come lo fece per Timor Leste.

“L’Australia è silenziosa su Papua Occidentale forse per il trattato di Lombok. Tutti hanno diritto all’autodeterminazione e ciò dovrebbe prevalere sugli accordi bilaterali. Credo che l’Australia dovrebbe riprendersi questo ruolo di guida nel Pacifico su Papua Occidentale come lo fece per Timor Leste. Alla fine questo conflitto infinito si risolverà con un conflitto sull’indipendenza”