Presidente Joko Widodo in silenzio sulla richiesta di referendum a Papua

Papua Occidentale è sprofondata in un disordine sociale sin dalla metà di agosto dopo le denigrazioni razziali e gli arresti della polizia ai danni di studenti etnici papuani che studiano nell’isola di Giava.

Le proteste che in alcuni casi hanno causato morti si sono trasformate nella richiesta di un referendum e dell’indipendenza nella regione più povera della regione.

Le proteste a Papua Occidentale sono un test importantissimo per il presidente Joko Jokowi Widodo che ad aprile è stato rieletto presidente e sarà per la seconda volta presidente a partire dal 20 ottobre.

Dopo aver vinto il 78% dei voti dei papuani, si trova di fronte al difficile compito di esaudire le promesse di crescita economica e autonomia genuina a Papua, mentre fa cadere le richieste di indipendenza che minacciano di rosicchiare un’altra parte del paese.

“Per i papuani l’approccio di Jokowi è del tutto errato” sostiene l’esperto indonesiano del ISEAS-Yusof Ishak Institute di Singapore Made Supriatma ad Al Jazeera.

“Jokowi promette sempre di accrescere la crescita economica sotto un progetto di autonomia speciale e di costruire la regione usando le sue risorse naturali. Ma ha dimenticato la gente che si sente tralasciata”

Allo stesso tempo Jokowi deve affrontare la questione del razzismo che fa sentire i papuani dei cittadini di serie B e che alimenta la richiesta di rompere con l’Indonesia, secondo Made Supriatma.

La risposta di Jokowi

Jokowi ha provato a coltivare relazioni migliori con i papuani. Due mesi dopo la sua elezione del 2014, visitò Jayapura, la capitale e la città più grande a Papua.

Due mesi prima della sua rielezione Jokowi visitò parti di Papua Occidentale almeno dodici volte riuscendo a conquistare i voti papuani che lo sostennero in modo pieno alle elezioni.

Ma la vastità delle proteste lo hanno trovato a corto di risposte.

Mentre scoppiavano le proteste il presidente fece appello alla calma e dichiarava che la violenza era sotto controllo per essere smentito da ulteriori proteste.

Il giorno 11 settembre mentre la situazione si faceva più calma Jokowi ha incontrato rappresentanti papuani nel palazzo presidenziale per discutere promettendo di costruire di costruire palazzo presidenziale a Papua e migliorare la connessione internet della regione.

Ha offerto ulteriori discussioni con i papuani ordinando al governo l’assunzione di laureati papuani nella costruzione della nuova capitale indonesiana nel Kalimantan.

Ha promesso di ritornare in varie aree a Papua e celebrare l’anno nuovo nella regione.

Ma Joko Widodo è rimasto in silenzio sulla crescente domanda di un referendum a Papua.

Wiranto, massimo rappresentante della sicurezza ed intermediario della questione di Papua Occidentale ha rigettato tutti i colloqui su un referendum per parlare ai papuani solo dei loro “diritti fondamentali”

E’ ancora nella mente del governo Timor Erste che tenne nel 1999 un referendum che sanzionò l’indipendenza dall’Indonesia

Alla ricerca della libertà

Come l’Indonesia, Papua Occidentale fu un tempo colonia olandese. L’Indonesia proclamò la propria indipendenza nel 1945 dopo 350 anni di governo coloniale con la rivendicazione di tutte le Indie Olandesi Orientali, Papua compresa, regione ora divisa in due province, Papua e Papua Occidentale.

Gli olandesi ripresero il controllo della regione fino agli inizi degli anni 60 ma nel 1969 dopo un referendum controverso appoggiato dall’ONU, la regione divenne parte dell’Indonesia.

Quel voto è ancora dibattuto di gruppi nazionalisti papuani come Free Papua Movement e United Liberation Movement for West Papua, che si formarono nel 2014.

Da decenni ci sono segnali di ricerca dell’autodeterminazione ed indipendenza papuana.

Nel 2001 il governo garantì a Papua Occidentale un’autonomia speciale in risposta alle richieste di indipendenza.

Ma nel dicembre 2018 la violenza è ripresa di nuovo dopo l’attacco da parte dei combattenti papuani contro un progetto di costruzione di strada che fece 17 morti e che accese una repressione militare che ha costretto 35 mila persone a fuggire dalle case.

La rabbia per la denigrazione razziale

A metà agosto due incidenti a Giava che coinvolsero studenti papuani diede inizio alle proteste più diffuse e sostenute mai viste dalla regione.

Gli studenti secondo le notizie furono chiamati “scimmie” e “maiali” durante la loro detenzione da parte della polizia. Poi furono rilasciati e i poliziotti sospettati di essere coinvolti furono sospesi o licenziati.

Ma da allora si diffuse la protesta per tutta la regione di Papua Occidentale.

Nonostante le minacce di arresti migliaia di manifestanti sventolavano la bandiera della Stella del Mattino che è considerata il simbolo dell’autogoverno e quindi messa fuori legge.

HRW ha denunciato che almeno dieci persone sono rimaste uccise nelle ultime proteste violente.

In risposta il governo bloccò Internet a Papua Occidentale rendendo difficile una verifica indipendente degli incidenti. Il blocco è stato poi parzialmente tolto.

Sono stati detenuti molti militanti e manifestanti accusati di aver incitato alle proteste e la polizia ha detto di ricercare l’arresto di un avvocato importante dei diritti umani, Veronica Koman.

Prolungando l’oppressione

Jokowi disse di voler incontrare i papuani perché era confuso delle ragioni per cui lo sostennero e nello stesso tempo erano opposti all’amministrazione a Giacarta.

“Voglio scoprire perché deve essere differente” disse al quotidiano indonesiano Kompas.

Ma sono stati esclusi dall’incontro con Jokowi i rappresentati dell’Assemblea del Popolo Papuano e l’Alleanza degli Studenti Papuani, che aveva tenuto varie manifestazioni ultimamente e che ha rigettato l’offerta del dialogo dl governo.

Jhon Gobai della Alleanza degli Studenti Papuani ha detto che i colloqui “prolungano solo l’oppressione dei papuani.

“Proprio ora la gente a Papua Occidentale si unisce alle proteste di strada per chiedere una cosa: referendum. E’ esattamente cosa vogliamo” ha detto Jhon Gogai.

Secondo Vidhyandika Djati Perkasa, ricercatore del CSIS, centro per gli studi strategici internazionali, il presidente deve parlare a tutti i papuani, non solo a chi sostiene l’integrazione.

“Il presidente Jokowi ha bisogno di vedere presto Papua per parlare a tutti i papuani, non solo a chi sostiene l’integrazione. Il dialogo lo si può fare varie volte per far sì che ogni papuano sente di essere rappresentato” ha detto Vidhyandika Djati Perkasa.

Alissa Wahid, fondazione dedicata all’eredità dell’ex presidente Abdurrahman “Gus Dur” Wahid, ha invitato il governo del presidente Jokowi ad assicurare che tutti i papuani siano trattati allo stesso modo di tutti gli indonesiani.

Per combattere il razzismo e la violenza si deve usare prima di tutto un “approccio umano”.

La questione razzismo è un argomento sensibile per molti papuani e Jokowi lo deve affrontare se vuole allentare le pressioni.

Filep Karma, militante per l’indipendenza che ha passato in carcere oltre dieci anni, in una intervista ad Al Jazeera ha detto che tantissimi non papuani lo hanno chiamato più volte “scimmia”.

Esperienza simile è stata condivisa dalla novellista papuana Aprilia Wayar.

“Proprio ieri volevo affittare una casa a Yogiakarta. Ma quando andai a vedere la casa il padrone mi chiese di dove fossi. Dissi che ero di Papua Occidentale. Immediatamente me la negarono” ha detto Aprilia Wayar nel ricordare l’incidente.

Rosa Moiwend, militante papuana, dice che non ci saranno progressi se non sarà affrontata la questione del razzismo dal paese e dal presidente.

Jokowi deve anche guardare la storia politica tra Indonesia e Papua Occidentale e chiarire quello che accadde in quel referendum del 1999.

“Altrimenti ci stancheremo di un altro dialogo”

Febriana Firdaus Al Jazeera