ASEAN senza soluzioni di fronte alla crisi del Rakhine Birmano

Quando i ministri degli esteri del ASEAN si incontrarono lo scorso 31 luglio e discussero la crisi del Rakhine Birmano, le conclusioni raggiunte riflettevano il minimo comune denominatore più basso dei membri del blocco di paesi.

Due anni dopo l’esodo di massa forzato di oltre 700 mila Rohingya dalla Birmania al Bangladesh l’ASEAN rischia di essere incapace nel ricercare delle soluzioni.

Il blocco ASEAN fornisce assistenza umanitaria e allo sviluppo allo stato Rakhine Birmano, ma la sua riluttanza a riconoscere le cause sottostanti della crisi dà alla Birmania l’opportunità di nascondersi dietro un tremolante consenso del ASEAN. Potrebbe quindi peggiorare le cose.

Da quell’incontro dei ministri degli esteri, ASEAN ha continuato a dimostrare di essere fuori tempo sulla crisi del Rakhine, ma anche che si sta frantumando il suo consenso interno. Come blocco ASEAN rimane indietro mentre gli altri si muovono in avanti.

Tra i nuovi sviluppi emergono gli sforzi individuali della Malesia e Indonesia. Operano questi due paesi ben al di sopra del più basso comune denominatore. Alla fine di settembre nell’assemblea generale dell’ONU il primo ministro malese Mahathir Mohamad ha dato alle cose il giusto nome e dicendo che la sua vecchia idea secondo cui la critica dei diritti umani costituiva un’interferenza negli affari interni del paese non la si deve applicare a gravissimi abusi come alla persecuzione birmana dei Rohingya. Condivise anche il premier malese la preoccupazione che fosse stato commesso un genocidio nel Rakhine.

Il ministro degli esteri indonesiano nella stessa assemblea generale dell’ONU intraprese un approccio costruttivo e presentò tre punti chiavi che vanno ben oltre la situazione umanitaria.

La Birmania deve abolire leggi discriminatorie, politiche e pratiche contro i Rohingya; il paese deve creare un ambiente che faciliti il ritorno dei rifugiati; e deve assicurare la giustizia e la responsabilità nella persecuzione contro i Rohingya.

In quello stesso periodo la Camera dei Rappresentanti USA approvò la legge Della Birmania con un voto estremamente bipartisan con 394 voti a favore contro 21 chiedendo delle sanzioni finanziarie mirate.

Nel frattempo nel consiglio dei diritti umani dell’ONU a Ginevra la adozione di una risoluzione dalle parole forti lasciò la Birmania ancora più isolata di prima. Il 4 ottobre Il Gambia diede istruzione ai propri avvocati di iniziare le procedure contro la Birmania alla Corte Internazionale di Giustizia a L’Aia secondo la Convenzione del 1948 sul genocidio.

In ultimo, dopo la richiesta degli esperti ONU di evitare accordi con imprese controllate dai militari birmani, varie multinazionali hanno iniziato a ritirarsi.

Una di loro è il marco della moda Esprit che sostiene che non si fornirà da strutture che si ritengono collegate ai militari birmani. Altri marchi come H&M e Bestseller, hanno detto che rivaluteranno la fonte dei loro prodotti.

Questi ultimi sviluppi confermano che la questione Rohingya non scomparirà. Una volta che la ruota della giustizia è stata posta in modo, le risoluzioni adottate e gli atti legislativi continueranno a girare.

La questione Rohingya e Rakhine Birmano continuano a macchiare il marchio ASEAN e potrebbero renderlo meno attraente ad altri di partecipare alle conferenze ASEAN. Questo mina la credibilità dell’organizzazione in un periodo di grande incertezza strategica, politica ed economica in Asia e nel mondo.

Perché stare a ripetere comunicati ufficiali e conclusioni comuni quando sono come quei vecchi dischi di un vecchio grammofono?

Le bozze della sezione sul Rakhine Birmano nel comunicato che si sta preparando e fatto arrivare alla agenzia di notizia Kyodo non indicano un cambio sostanziale di parole.

Ancora una volta assistiamo all’effetto del denominatore minimo comune.

Non si tratta di essere a favore o contro la Birmania. Se si considera cosa è in gioco nella regione, ASEAN lo deve a se stesso di essere un attore costruttivo e orientato alle soluzioni. Si tratta di una crisi che trascende i confini del Asia Meridionale e del Sudestasiatico, che tratta di questione critiche legate alla etnicità, alla religione e alla identità nazionale. Il rischio che trabocchi in altri paesi è notevole dato in particolare il crescente uso dei media sociali per diffondere il discorso d’odio e incitare alla violenza.

Nel 2018, Il blocco ASEAN rese disponibili in Birmania i servizi del proprio AHA Centre, Centro di Coordinamento per Assistenza Umanitaria sulla Gestione del Disastro. Sfortunatamente il centro non è riuscito ad essere determinante, non perché il suo personale mancasse di conoscenze e dedizione, quanto perché i problemi politici richiedono qualcosa di più del mero sostegno umanitario. Richiedono la volontà politica ed un impegno alla riforma da parte dei protagonisti politici.

Il prossimo Summit ASEAN (a cui partecipano Brunei, Cambodia, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Filippine , Singapore, Thailandia Vietnam, Australia, Cina, India, Giappone, Nuova Zelanda, Russia, Corea del Sud e USA) del 2 novembre a Bangkok è una opportunità di rivisitare l’impegno dell’organizzazione a trovare una soluzione alla crisi Rakhine. L’urgenza è la più grande di sempre. Insieme al fatto che il Rakhine è devastato da un conflitto brutale tra militari e l’insorgenza del Arakan Army, c’è un’altra ragione perché le vaste piane del Rakhine Birmano settentrionale resta interdetto a tutti se non a pochissime organizzazioni umanitarie.

Foto satellitari, rapporti dei media ed informazioni da parte di chi ci vive indicano che non ci sono preparativi estesi necessari ai ritorni volontari di centinaia di migliaia di rifugiati.

Le autorità birmane sembrano credere che se resistono abbastanza a lungo, scemerà la pressione per permettere un ritorno dei Rohingya. Al contrario, devono comprendere che, agli occhi di chi istruisce i casi contro gli individui responsabili per i crimini di atrocità, tali comportamenti possono aiutare a dare sostanza alle accuse di crimine contro l’umanità.

Il dialogo del ASEAN con la Birmania deve andare oltre le questioni umanitarie e di sviluppo. Il rapporto della Commissione Consultiva del Rakhine, presieduta dal compianto Kofi Annan, raccomanda con forza che le crisi dello stato di sicurezza, di diritti umani e di sviluppo devono essere affrontate simultaneamente. “Quello di cui c’è bisogno è un approccio calibrato, uno che metta insieme risposte politiche, di sviluppo, di sicurezza e di diritti umani”

ASEAN potrebbe assistere la Birmania affrontando queste crisi collegate. Presentano delle sfide considerevoli ma l’esperienza e le conoscenze necessarie per trattarle ci sono tra gli stati membri del blocco. C’è bisogno di volontà politica. Una rivisitazione da parte di esperti indipendenti dell’applicazione del rapporto di Annan darebbe una buona base per il dialogo. Al momento non è pronta nessuna rivisitazione.

La grande maggioranza della popolazione del Rakhine Birmano vuole un futuro pacifico e ricco. Loro sono degli attori fondamentali. Coinvolgere tutte le comunità etniche in un dialogo aperto e impegno sostenuto aiuteranno alla costruzione di una fiducia tanto necessaria.

Tan Sri Syed Hamid Albar già ministro degli esteri della Malesia; Laetitia van den Assum is già ambasciatrice olandese e membro della Commissione Consultiva di Kofi Annan; Kobsak Chutikul è stato ambasciatore e parlamentare; Dinna Wisnu è professoressa indonesiana di Relazioni Internazionali e rappresentante della Commissione intergovernativa sui diritti umani.
BangkokPost,