SUDESTASIATICO: Il mare della Cina Meridionale e l’ASEAN

Sono varie settimane che Cina e Vietnam si scambiano accuse di violazione della sovranità nazionale in relazione ad alcune isole che si trovano nel Mare Cinese Meridionale. In questo ultimo caso, alcune navi cinesi hanno tranciato un cavo sismico sottomarino in una zona di mare situata ben all’interno delle acque vietnamite, tra l’isola di Heinan, cinese e le coste del Vietnam.
Alle rimostranze vietnamite il portavoce del Ministro degli Esteri Jiang Yu dichiara: “La Cina ha una posizione fondata e ben definita sul problema del Mar Cinese Meridionale. La Cina si oppone alle attività di esplorazione di olio e gas naturali da parte del Vietnam in acque sotto la giurisdizione cinese che minano i diritti e gli interessi della Cina sul Mare della Cina Meridionale e violano l’accordo bilaterale sul problema del Mare della Cina Meridionale.”

A questa affermazione è seguito l’intervento del ministro della difesa Liang Guanglie durante un incontro con gli altri ministri dell’ASEAN a Singapore, in cui ha detto che la Cina non cercherà mai né l’egemonia militare né l’espansione militare, ma è seriamente intenzionata al mantenimento della pace e della stabilità mediante la cooperazione mediante una politica di buone ed amichevoli relazioni con i vicini. Democrazia nelle relazioni internazionali e rispetto per i reciproci interessi fondamentali sono necessari quindi per mantenere la pace, l’armonia e la stabilità.

Nel contempo, la flotta della guardia costiera cinese sono sempre indaffarate a proteggere gli interessi cinesi che si estendono su 3,5 milioni di metri quadri di oceano, da Taiwan fino allo stretto della Malacca, dai confini delle Filippine alla costa del Borneo e del Vietnam, “applicazione regolare della legge dei mari e attività di sorveglianza nelle acque di giurisdizione della Cina”.

Come si vede, la giurisdizione della Cina si estenderebbe fino a 12 miglia nautiche dalle coste degli stati che si affacciano sul Mare della Cina meridionale e che reclamano anch’essi una sovranità e degli interessi, totali o parziali: Malesia, Filippine, Vietnam, Brunei, Taiwan.

La posizione cinese è ancora confermata nei confronti delle Filippine che vanta degli interessi su delle isolette, tra cui l’isola di Kalayan che ha occupato. Le Filippine hanno denunciato varie azioni contro proprie imbarcazioni da parte cinese con l’ancoraggio di alcune imbarcazioni veloci su queste isolette. La Cina, nel respingere queste accuse ritenute soltanto dei pettegolezzi, ha riaffermato il suo diritto a difendere i propri diritti e la propria sovranità fino alle 12 miglia dalla costa.

Una delle ragioni attuali di tanta contesa sono le isole di Paracelso e Spratley che, si crede, possano contenere grandi depositi di petroli e gas naturale. Allo stato attuale secondo alcuni rapporti cinesi non confermati, si pensa che si possano estrarre 213 miliardi di barili, mentre gli USA stimano nel 1994 che se ne possano estrarre 28 miliardi soltanto. “Il fatto che le aree circostanti sono ricche in depositi di petrolio ha portato all’idea che le isole Spratley possano essere una zona ricca di petrolio non sfruttata. Ci sono poche prove, al di là di quanto reclamato dalla Cina, a sostenere che questa regione contenga sostanziose riserve petrolifere.. Poiché mancano ricerche petrolifere non ci sono riserve provate di petrolio per le Spratley o le Paracelso.”

Ma anche gli altri fattori, come la pesca e la posizione logistica, sono ugualmente importanti. Basti pensare che il mar cinese meridionale è la seconda rotta al mondo per il trasporto dei container e per i barili di greggio, ogni giorno, verso rotte che comprendono anche il Giappone e la Corea. Oppure si pensi all’importanza della pesca che è fondamentale sia per la dieta delle popolazioni locali sia per il valore commerciale.

E’ ovvio che su questa area ci siano gli occhi puntati anche di altre nazioni con interessi non immediati, ma ugualmente importanti, quali gli USA, per i quali è necessaria una robusta presenza militare nella regione. e di cui la Cina non gradisce la presenza e che vorrebbe fuori dai giochi. Sul China Daily, il generale Luo Yuan sostiene, sottolineando l’importanza di affrontare la questione sul piano regionale dalle nazioni direttamente coinvolte: “Una terza forza, che non è vicina con la storia e la cultura nella regione e ha un diverso modo di pensare, può rendere le cose più complicate”.

Sul piano del diritto internazionale, la Cina e gli altri paesi che si affacciano sul Mar delle Cina Meridionale, ma non gli Usa, hanno sottoscritto l’UNCLOS nel 1982, con il quale si tracciano i confini e le zone di interesse nazionale sul mare. Gli “Stati possono dichiarare Zone Economiche Esclusive (EEZ) fino a 200 miglia nautiche dalla linea di base e sfruttare la Piattaforma Continentale fino a 350 miglia; all’interno delle EEZ gli Stati hanno un diritto esclusivo a sfruttare.”

La Cina, dal canto suo, ha dichiarato molto spesso irrilevante la legge e, nel 2009, ha fissato una propria mappa con i propri interessi che non tengono affatto conto di ogni principio geologico o geomorfologico che erano a base della UNLOS. Inoltre ha sottoscritto insieme all’ASEAN i DOC, “declaration on the conduct of Parties in South China Sea”, vale a dire “Una dichiarazione sulla condotta delle Parti nei Mari cinesi meridionali”, in cui i sottoscrittori si dichiaravano d’accordo sull’esercitare autocontrollo nel portare avanti attività che complicherebbero la disputa o la farebbero peggiorare. Ma al di là di questa dichiarazione, una vittoria dei paesi dell’ASEAN, non si sono sottoscritti trattati che dessero sostanza a questo DOC, mentre la Cina ricerca trattati bilaterali ma non soluzioni complessive.

Questo approccio ha già dato nel passato dei frutti con l’occupazione nel 1974 delle isole Paracel dove il Vietnam aveva delle pretese ed un piccolo avamposto militare e da dove i pescatori vietnamiti vengono tenuti lontani. Nel 1995 invece ha occupato Mischief Reef dove ha fatto delle costruzioni e dove è stato evitato un confronto militare grazie all’intervento dell’ASEAN.

In entrambi i casi Vietnam e Filippine sono rimaste da sole, isolate, senza che i paesi dell’ASEAN abbiano potuto fare molto. E’ questo che cerca la Cina? La preoccupazione generale è che dopo le isole Paracelso sia la volta delle Spratley.

Con la fine delle preoccupazioni di una possibile espansione del comunismo, dell’entrata della Cina nel mercato e la sua forte espansione economica, le posizioni verso la Cina dei paesi dell’ASEAN si sono diversificate.

Thailandia, Malesia e Singapore hanno tutte una presenza marcata della comunità cinese sia in termini economici che sociali e politici, con legami forti anche con la Cina continentale e traggono molti vantaggi dalla forte presenza cinese. Mentre il premier malese Najib può dichiarare che la Cina è fonte più di ottimismo che di preoccupazioni, Singapore apprezza la presenza di più superpotenze nel mercato (USA, India e Cina) con cui confrontarsi e dialogare.

Dal canto loro, invece, Vietnam e Filippine sono state le nazioni che hanno espresso il loro scontento per il crescente problema della sicurezza che la Cina pone salutando il cambio della posizione Usa nella regione con una certa soddisfazione. Le due nazioni hanno anche sottoscritto un accordo bilaterale per la ricerca e lo sfruttamento degli idrocarburi. In Vietnam, oltre una storia centenaria di lotta ed indipendenza dalla Cina da difendere, vi sono sempre più crescenti sentimenti anticinesi a prendere piede, mentre nelle Filippine l’atmosfera politica è abbastanza volatile.

Laos, Cambogia e Birmania non hanno posto nella disputa del Mare della Cina meridionale, ma traggono molti vantaggi dalla presenza cinese nelle loro economie. Il Laos vede moltissimi benefici dai finanziamenti cinesi alle proprie infrastrutture, mentre con la Birmania la Cina è il primo partner commerciale. Sono quindi viste come nazioni amiche del potente vicino.

L’Indonesia dal canto suo è l’unico paese islamico democratico e sta acquisendo una certa credibilità a livello internazionale, con un’economia che è nei primi venti posti al mondo e con un potenziale di impatto notevole sull’ASEAN.

Per poter esercitare un ruolo da attore internazionale e non essere costretta a scegliere da che parte stare, come è accaduto ai tempi della Guerra Fredda, l’ASEAN deve riuscire ad avere una posizione comune sulle grandi questioni globali.

“L’attuale presidente di turno dell’ASEAN (Indonesia) vede una piattaforma comune sui problemi globali come un fattore precursore per un ASEAN più forte e di più alto profilo. Ma per fare ciò, ASEAN ha bisogno di superare gli attuali ostacoli con la Cina, il che significherebbe agire congiuntamente. La conclusione fruttuosa delle linee guida deve essere la priorità principale mentre potrebbe effettivamente rimuovere i sospetti reciproci e permettere a tutte le parti in conflitto a procedere con l’implementazione del codice di condotta (in applicazione dei DOC) ed eradicare tensioni e incertezze. Solo allora i mari cinesi meridionali saranno più calmi.”

Sarà ciò possibile? Oppure lo scenario complessivo è molto più complicato a causa del crescente fabbisogno energetico cinese e dell’incapacità finora mostrata, nei fatti, di regolare, da parte dell’ASEAN, dei conflitti locali quali quello Thailandese Cambogiano?

Per maggior informazioni si vedano i seguenti collegamenti utilizzati per questo articolo

Roberto Tofani di PlanetNext

Wikipedia UNCLOS

Massimiliano Bertollo, Eurasia

Irrawaddy, tratto da Thenation