Modello di controinsorgenza thailandese nelle province meridionali malay

Una delle più spinose questioni del modello della controinsorgenza per gli stati è come trattare i presunti sospetti che sono stati catturati.

Una opzione è trattarli come prigionieri di guerra a tempo indeterminato, ma questo metodo legalmente preclude l’interrogatorio e l’acquisizione di intelligence acquisibile. Legittima inoltre la lotta degli insorti, che la maggioranza dei governi disprezzano, invece di scegliere di riferirsi loro come “terroristi” o “assassini”.

Di converso, processare gli insorti con i codici penali in essere, o con ulteriori misure di sicurezza, pone dei rischi.

La Thailandia, che è invischiata in un’insorgenza da oltre un decennio, usa entrambe le tecniche nel suo modello di controinsorgenza. Comunque, l’approccio politicizzato e impunito di Bangkok verso il meridione intriso di violenza resta controproducente nella risoluzione delle cause radicali dell’insorgenza.

Questa insorgenza iniziò a gennaio 2004 e coinvolge tre province e mezza a maggioranza malay musulmana nella Thailandia Meridionale con un pesante costo in termini di vite umane. Circa 7000 persone sono morte ed 10000 sono state ferite.

Il conflitto è centrato sull’identità e l’elite nazionalista thai ultrabuddista rimane frustrata dal fatto che i Malay di Pattani sono il solo gruppo etnico che ha sempre e costantemente resistito all’assimilazione. I malay di Pattani considerano il governo come una forza occupante anche per l’amministrazione thailandese dell’area.

Si dalla metà del 2005, la regione è stata governata da un decreto d’emergenza che è stato tolto solo in alcuni distretti. Questo decreto dà alle forze di sicurezza ulteriori poteri e l’immunità completa delle loro azioni e rappresenta una forte rimostranza dei Malay.

Agli inizi di questo modello di controinsorgenza thailandese, le forze della sicurezza tendevano a fermare senza troppe prove uomini che si adattavano al profilo demografico di insorti. In un caso famoso, il massacro di Tak Bai, le autorità thailandesi fermarono varie centinaia di manifestanti disarmati dopo un momento di scontro. Furono caricati ed accatastati così strettamente, sul retro dei camion militari, che 83 di loro morirono asfissiati durante il tragitto ad un campo militare.

In risposta al picco di violenza del 2007, la Thailandia modificò il suo approccio alla controinsorgenza. Nel 2009 gli arresti si fecero più mirati, secondo informazioni ricevute, e la violenza iniziò a calare.

Comunque il colpo di stato dell’esercito del maggio 2014 generò una nuova pressione sul governo militare per placare l’insorgenza con un conseguente approccio alla controinsorgenza dei militari più severo.

Non si fidava del governo uscente per il modo di trattare l’insorgenza e le concessioni che sembrava disposto a fare nei colloqui di pace. Quindi scattò in alto il numero documentato di casi di tortura dai 12 del 2010 e 2013 ai 32 del 2014 e 2015.

Tuttavia nel 2014 il comandante della IV regione militare, incaricato di tutte le operazioni nel meridione thailandese, comprese che l’uso militare di metodi legali non cinetici, degli arresti eccessivi e di false confessioni, ricavate con la tortura militare, erano controproducenti.

In risposta i militari favorirono gli arresti e processi basati su prove legali per non alienarsi larga parte della popolazione. Questa strategia comportava uno sforzo grosso ad integrare in un solo database le prove balistiche e forensi del decennio precedente, e si riaprirono casi irrisolti.

Il comandante ordinò un forte incremento nelle funzionalità forensi, stabilì un laboratorio forense aggiornato ed invitò i militari a dare assistenza alla polizia nella raccolta delle prove. Polizia e i membri del DSI accompagnavano le forze di sicurezza nella raccolta di prove per i processi.

Nel mezzo delle riforme dell’esercito i tribunali mantennero una notevole indipendenza, prosciogliendo di continuo sospetti per le prove offerte limitate. Questo ebbe due effetti.

Il primo effetto fu che l’esercito, che conduceva la maggioranza delle operazioni cinetiche e deteneva la maggioranza dei sospettati nel 2014, smise di cooperare con la polizia perché scontento che la polizia non riusciva a raccoglier prove sufficienti.

Il secondo effetto fu, come conseguenza, la crescita del numero di omicidi extragiudiziali di presunti insorgenti attribuiti ai militari. In rare occasioni, i tribunali thai hanno confermato i programmi di omicidi extragiudiziali del governo.

Di fronte ai contraccolpi ricevuti i militari crearono dei centri di addestramento al lavoro obbligatori per i presunti insorgenti. Questa politica ha talvolta portato individui che non avevano nulla a che fare con l’insorgenza ad opporsi allo stato ed altri ad unirsi all’insorgenza. Gli insorti spesso etichettavano quelli che non si univano come collaboratori del governo.

Gli ultimi eventi illuminano ulteriormente le deficienze del modello di controinsorgenza thailandese.

A metà agosto del 2019, i paramilitari arrestarono un presunto insorto, Abdullah Isamuso. Quella notte fu trovato caduto a terra nella sua cella perché asfissiato, e fu portato di corsa all’ospedale dove rimase in coma. Morì 35 giorni dopo per le complicazioni di una prolungata mancanza di ossigeno.

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Le telecamere di sicurezza della cella e della stanza degli interrogatori furono rotte all’occorrenza, ma ma i militari rilasciarono una foto di un Abdullah in salute durante l’interrogatorio, che smentiva le affermazioni dell’esercito di condizioni precarie di salute preesistenti.

“Non c’è alcuna prova che il collasso del sospettato sia risultato delle azioni dei soldati” trovò l’iniziale verifica dell’esercito che fece infuriare la famiglia delle vittime e la comunità locale.

Il sistema giudiziario ha perso anche la propria indipendenza. Infatti il 4 ottobre 2019, un giudice di un tribunale minore fece un live streming del proprio tentativo di suicidio dopo aver letto la dichiarazione di 25 pagine in cui protestava sulle pressioni del giudice supervisore e dei militari affinché capovolgesse la sua sentenza di proscioglimento dei cinque imputati, oltre all’uso sistematico della tortura per ottenere delle confessioni che lui definì inammissibile.

“Ridate i verdetti ai giudici, la giustizia al popolo” disse prima di spararsi. Nonostante il loro proscioglimento, il verdetto non fu impugnato, il governo non li ha rilasciati.

Questi casi rafforzano i sentimenti popolari per cui le forze di sicurezza non rispondono a nessuno e che lo stato thai è chiaramente antimusulmano.

Tutti i governi dal 2004 hanno promesso di porre fine all’insorgenza. Gli ex-generali che gestivano i governi “democratici” non fanno eccezione. Comunque il loro desiderio di successo spesso li porta verso metodi controproducenti. Nel 2019 per esempi il governo propose di emendare la legge per facilitare la resa di insorti. I militari hanno rifiutato le amnistie complete sebbene le abbiano usate efficacemente contro insorgenze precedenti e membri del partito comunista thai.

A legge attuale che regolamenta le amnistie è così condizionale che pochi insorti avrebbero una ragione per fidarsi; la legge proposta è appena migliore ma gli insorti con mandati o che possono essere legati ad attacchi restano fuori, e la cosa sconfessa la ragione di una tale legge.

E’ triste che il governo thai sprechi un’opportunità di agire mentre la violenza è ad un minimo storico, indipendentemente dal recente attacco a Yala che ha fatto 15 morti e cinque feriti. Ne 2009 si uccidevano 37 persone al mese ed altrettante ferite, secondo fonti dello scrivente.

Nei primi sei mesi del 2019 sono state uccise 5.5 persone al mese e 13,3 ferite. Il principale gruppo insorgente BRN, che ha rigettato i colloqui di pace nei due anni passati, si incontrò ad agosto col governo.

Eppure il governo ha immediatamente rigettato le precondizioni per riprendere i colloqui. Ha messo sotto il tappeto le indagini promesse sulla morte del sospettato in custodia militare, mentre finirà nel nulla il gruppo di indagine sulle dichiarazioni del giudice sulle interferenze e le torture. Il governo sostenuto dai militari ha denunciato per sedizione 12 membri de partiti di opposizione e studiosi che hanno tenuto una conferenza in cui hanno parlato di emendare la costituzione per dare maggiore autonomia nel profondo meridione thailandese.

Queste azioni radicano le nozioni popolari secondo cui il governo non ha intenzioni di cercare soluzioni politiche durature, quanto piuttosto mira a ridurre la violenza per definirla come criminalità.

Una politica migliore di controinsorgenza prenderebbe seriamente in considerazione le richieste dell’insorgenza, depoliticizzerebbe il processo legale e resterebbe aperto al compromesso. Altrimenti il mantenere l’attuale modello di controinsorgenza assicura che le rivendicazioni storiche peggioreranno facendo nascere lo spettro di militanti più giovani e radicali con nuove strategie ed obiettivi tra i quali attacchi al di fuori dell’area del profondo meridione thailandese.

Zachary Abuza, GSFS