Il caso della denuncia per diffamazione contro Angkhana Neelapaijit

La denuncia per diffamazione penale di Angkhana Neelapaijit da parte di un’azienda di pollame è un caso libresco di come la legge della diffamazione è usata in Thailandia per silenziare chi difende i diritti umani.

E’ la definizione che il direttore del ICJ, Commissione Internazionale dei giuristi, Frederick Rawsky, ha dato di un tentativo di persecuzione contro la difesa dei diritti del lavoro in Thailandia, intentata da una ditta di allevamento di pollame di Lopburi, Thammakaset Co Ltd.

La colpa di Angkhana Neelapaijit è quella di aver ritwittato due post che contenevano le dichiarazioni di 16 organizzazioni tra i quali ICJ e Fortify Rights.

Nella dichiarazione incriminata c’era una dichiarazione che rimandava ad un breve filmato fatto da ex lavoratori dell’azienda che denunciavano gli abusi del lavoro commessi. Il filmato fu occasione di denunce di diffamazione contro vari militanti dei diritti tra i quali Andy Hall, Sutharee Wannasiri ed i 14 lavoratori.. La ditta Thammakaset riteneva il filmato diffamatorio.

La denuncia di diffamazione, secondo l’articolo 326, di per sé assurda quando si parla di diritti del lavoro, ha una rilevanza penale con sentenze che possono portare ad un anno di carcere e multe di centinaia di euro. A questo si deve aggiungere l’articolo 328 che prevede l’uso della pubblicazione con pene di due anni di carcere e multe di alcune migliaia di euro.

Il Comitato dei Diritti Umani dell’ONU ha chiesto alla Thailandia, in quanto firmataria della Convenzione dei diritti politici e civili, di abolire la diffamazione penale per lasciarla solo sul piano delle responsabilità civili.

La diffamazione come prevista dal codice penale thai è stata ripetutamente invocata per fini nefasti, come prendere di mira persone che vogliono portare all’attenzione pubblica le violazioni di diritti umani anche nelle imprese, scrive ICJ. Essa deve essere tolta dal codice penale immediatamente.

“L’imposizione di sentenze penali per discorsi, anche se presumibilmente diffamatori, è spropositata e rischia di avere un effetto di gelo sull’esercizio della libertà di espressione”

Dopo la denuncia per diffamazione penale di Angkhana Neelapaijit, è prevista un incontro di mediazione tra Angkhana e la ditta per il 12 febbraio 2020. Nel caso non si raggiunga un accordo, il processo inizierà il 24 febbraio successivo.

“L’Osservatorio per la Protezione dei difensori dei diritti umani ricorda che la Thammakaset ha già denunciato due dozzine di casi contro una ventina di persone, come lavoratori, difensori dei diritti umani e giornalisti per diffamazione. L’Osservatorio ricorda che il 4 aprile 2018, alla fine di una visita di dieci giorni in Thailandia, il Gruppo di Lavoro su Impresa e Diritti Umani dell’ONU emise una dichiarazione che invitava il governo thai ad assicurare che i casi di diffamazione non si usino da parte delle imprese come un modo per minare i diritti e le libertà dei detentori di diritti colpiti, delle ONG e Difensori dei Diritti Umani”

L’Osservatore poi chiede che sia posta fine alle pressioni contro Angkhana Neelapaijit, Sutharee Wannasiri ed altri presi di mira dalla Thammakaset, come i giornalisti della stazione televisiva VoiceTV denunciati per aver diffuso il video di Fortify Rights.

Questa denuncia per diffamazione penale di Angkhana Neelapaijit si aggiunge alla sua storia individuale che l’ha catapultata dall’essere infermiera e moglie di un avvocato dei diritti umani del profondo meridione, Somchai Neelapaijit, fatto scomparire oltre 15 anni fa, fino a diventare membro della Commissione Nazionale dei diritti umani della Thailandia. A settembre ha ricevuto il premio ASEAN Magsasay per il 2019.

Traduciamo un articolo del giornale Filippino Rappler, Quando il personale è politico, di Michel Abad

Un venerdì sera del 2004 Angkhana Neelapaijit finiva i suoi lavori in casa ed attendeva con i cinque figli il ritorno del marito a casa dal lavoro.

foto LeAnne Jazul

Come avvocato dei diritti umani, Somchai Neelapaijit trattava numerosi clienti vittime dell’impunità in Thailandia.

Era stata imposta la legge marziale nel meridione thailandese a prevalenza musulmano dove scoppiava allora un’insorgenza separatista. Le autorità erano accusate di torturare musulmani thailandesi per costringerli a confessare.

Erano le sei della sera e Angkhana non riusciva a contattare il marito, senza però pensarci troppo all’inizio.

“Sono un’ottimista” dice Neeapaijit a Rappler. Pensò che forse il marito era troppo stanco e avrebbe passato la notte con gli amici. Nel fine settimana si sarebbe spostato verso sud e sarebbe tornato a casa.

Dopo altri tentativi di contattarlo decise che aveva bisogno di aiuto. La polizia però le disse che avrebbe potuto iniziare le indagini solo dopo 48 ore. Decise di attendere.

Somchai aveva la sua macchina. Forse un incidente. Forse è andato in un ospedale da qualche parte.

La polizia controllò ma non c’era nessun incidente e suo marito non era stato portato in nessun ospedale.

Poi uscirono le notizie che dicevano che Somchai era stato preso di forza da un gruppo di uomini mentre usciva da un hotel a Bangkok e costretto ad entrare in una macchina. Poco dopo la sua auto fu trovata abbandonata in città.

Undici anni dopo, cinque ufficiali sospettati di aver fatto scomparire Somchai furono prosciolti dalla Corte Suprema. I clienti di Somchai identificarono alcuni di loro come propri torturatori.

A tutt’oggi l’avvocato Somchai è ancora una scomparsa forzata.

Il sequestro di Somchai è una delle tante scomparse forzate thailandesi in decenni di instabilità. Il paese passa da fragili governi a colpi di stato mentre falliscono i tentativi democratici. Fino ad oggi i diritti alla libera espressione e alle proteste sono ristrette, secondo HRW.

Neelapaijit senza dubbio crede che sia accaduto qualcosa di grave a suo marito e che casi simili accadano in altre famiglie in tutta la Thailandia.

Le è stato conferito il Premio Ramon Magsaysay del 2019 per “aver sostenuto la giustizia, caso per caso”. E’ riconosciuta per “il suo coraggio senza tentennamenti” nel cercare la giustizia non solo per il marito, ma per le vittime di violenza e conflitto nel meridione thailandese. E’ una prova vivente che anche chi proviene da semplici inizi possono lavorare a riformare un sistema legale difettato ed ispirare un cambiamento nazionale.

Mentre lavorava al caso del suo marito, Angkhana diventava sempre più familiare con la gravità della situazione dei diritti umani in Thailandia.

“La maggioranza delle vittime vivono nella paura e sono terrorizzati di denunciare alla polizia. Terrorizzati di lottare per la giustizia, ed è difficile trovare talvolta le prove. Il sistema è debolissimo nel proteggere i diritti delle persone” dice Angkhana. “Nella mia lotta, provai a convincere il governo di creare meccanismi per proteggere i diritti, non solo per le persone scomparse ma anche per fermare la tortura e le detenzioni illegali. E con il governo militare non è facile”

“Dovetti lasciare da parte le mie questioni personali ed affrontare casi più vasti”

Angkhana fu nominata commissario della Commissione Nazionale dei diritti umani della Thailandia, NHRCT, nel 2015.

Nel lavorare con le vittime utilizzò un approccio di base per accedere alle famiglie, agli avvocati e ai risercimenti. Ha lavorato ad affrontare questioni come le violenze sessuali, matrimoni di bambini, schiavitù e rifugiati.

Per illustrare un caso comune nel suo lavoro, spiega il problema dei lavoratori del sesso in Thailandia.

Immigrati da Myanmar, Laos e Cambogia giungono in Thailandia per entrare nel lavoro del sesso, illegale in Thailandia. Mentre a loro è garantito un avvocato se sono presi, l’assistenza si ferma fino al momento della loro deportazione nei paesi nativi.

“La maggioranza delle donne vogliono tornare a casa senza alcuna accusa. Lì hanno delle famiglie. Ma i rappresentanti di quei paesi dicono solo che sono donne cattive. Perché dobbiamo proteggerle?” dice Angkhana a Rappler.

Lo scorso aprile Angkhana Neelapaijit fu soggetta ad un’inchiesta disciplinare da parte del NHRCT. Secondo HRW l’inchiesta la prendeva di mira perché voleva che si osservassero le procedure legale e si documentassero le violazioni di diritti commesse contro ai politici e militanti di opposizione alla giunta militare.

Angkhana si dimise a luglio insieme all’altra commissaria Tuenjai Deetes denunciando sul BangkokPost di non poter lavorare più in modo serio per l’ambiente inadatto e lasciando la commissione che ora ha solo tre membri.

ASEAN e la protezione dei diritti

I paesi del ASEAN vivono questioni di diritti umani transnazionali simili. Neelapaijit lamenta che rispetto alla dislocazione dei Rohingya Musulmani dalla Birmania e agli omicidi extragiudiziali della guerra alla droga dello stato filippino, ASEAN non a fatto molto per affrontare le preoccupazioni.

“Quando si parla di ASEAN, sento che parlano solo di affari ed interessi politici. Non si spingono fino ai diritti umani. Non citano le migrazioni, pena capitale che sono effettive in vari paesi del ASEAN e la legge marziale che ancora si applica in vari luoghi.”

Gli interessi economici di alcuni paesi in terre straniere si scontrano con ciò che Angkhana descrive come una mancanza di monitoraggio transfrontaliero. La stessa urbanizzazione porta i cittadini a perdere la terra e il risarcimento è una lotta lunga e noiosa.

“Un investitore thai può avere un grandissimo progetto nei paesi vicini, e se ci sono danni ambientali, come l’acqua o l’aria, chi ne risponde? Quando la gente perde la casa dopo che qualcuno ha deciso di costruire una ferrovia transasiatica, è difficile risarcirli”

Nel suo trattato di fondazione ASEAN ha un principio di non interferenza che assicura la cooperazione tra le relazioni dei membri mentre si rispetta la sovranità di ogni stato membro. Ma quando si parla di Crisi dei Rohingya, Neelapaijit crede che una posizione del ASEAN più ferma non violi questo principio di non interferenza.

Durante il 34° summit ASEAN a Bangkok, il gruppo affrontò la questione Rohingya attenendosi solo alle questioni dei rimpatri. I gruppi dei diritti attaccarono un rapporto di un gruppo di lavoro ASEAN per aver insabbiato gli abusi commessi contro i Rohingya. Il rapporto non usò persino il termine Rohingya negando loro l’identità etnica.

“ASEAN crede sia interferenza. Ma per me credo che i governi ASEAN devono proteggere la sua gente e questa non è interferenza. I paesi devono lavorare insieme alle indagini”

Il lavoro prossimo
Dopo le sue dimissioni da commissaria NHRCT Angkhana spera di poter lavorare ad aprire la strada ad una legge contro le scomparse forzate, al pari di quella filippina che ha una propria legge sulle scomparse forzate.

“Ritorno alle mie origini dopo le dimissioni e concentrarmi su come la Thailandia possa avere quella legge speciale per fermare tortura e scomparse forzate. Credo sia una cosa molto importante per il mio paese”

Secondo un rapporto ONU tra il 1980 ed il 2019 ci sono state 90 scomparse forzate denunciate. Neelapaijit crede che si deve fare molto di più per la situazione della giustizia in Thailandia e una bella parte è far sì che siano ascoltate le voci di chi sta ai margini.

“Credo si debba dare più potere alla gente che è sfidata dai loro governi nel ASEAN. Abbiamo bisogno di una società civile perché i governi facciano programmi per la gente”

Nell’Indice globale della Pace del 2019 che valuta i paesi secondo il livello di pace, la Thailandia è al 116° posto su 163 paesi, 3 posti più in basso dello scorso anno.

Ma Neelapaijit è ottimista sulla giustizia nel suo paese dopo decenni di inquietudine sociale.

“Con la democrazia tutto deve essere legale. Persino la polizia o i militari non sono al di sopra della legge. Dobbiamo continuare a lottare per questo”.