La cultura degli Alimenti e le piantagioni di palma a Papua occidentale

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Nel distretto di Merauke a Papua occidentale, da un decennio si radono al suolo vasti appezzamenti di foresta e savana per far posto alla monocultura dell’olio di palma ed ad altri progetti dell’agroindustria.

foto Sophie Chao

Questi progetti comportano una serie di problemi ambientali dalla perdita diffusa di biodiversità, deforestazione, erosione grave dei suoli e inquinamento del suolo, dell’acqua e dell’aria. Ad essere colpiti da questi cambiamenti sono le comunità indigeni Marind perché sulle loro terre consuetudinarie si ha l’espansione delle monoculture. La scrivente fa lavoro di ricerca etnografica dal 2013.

Sebbene la politica nazionale abbia incoraggiato l’espansione delle piantagioni di olio di palma in tutto il paese nei venti anni passati come un raccolto di esportazione di valore, solo nell’ultimo decennio le monoculture di olio di palma si sono stabilite a Papua Occidentale.

Poiché a Sumatra, Giava e Kalimantan si fa scarsa la terra arabile, la frontiera dell’olio di palma si sposta verso oriente spinta dagli obiettivi di produzione nazionali, dalla disponibilità percepita di terre incolte nella regione e dal bisogno di un bisogno di sviluppo socioeconomico a Papua Occidentale.

Molti Marind della provincia di Merauke dicono che i progetti di olio di palma sono fatti e applicati senza il loro consenso libero, prioritario ed informato né con la loro partecipazione con un conseguente conflitto tra comunità e imprese e conflitti nella comunità sulle questione dei diritti della terra, delle opportunità di lavoro e pagamenti dei risarcimenti.

La cosa più significativa è che la conversione da panorama forestato a piantagioni di monocultura e la sostituzione degli sistemi alimentari legati alla foresta con merci trattate hanno provocato una crescente malnutrizione ed insicurezza alimentare tra le comunità Marind che tradizionalmente sono legati alla foresta per la loro sussistenza.

Malnutrizione o la mancanza di alimenti ricchi e bilanciati dal punto di vista dei nutrienti, e la insicurezza alimentare, o anche l’accesso limitato della popolazione a quantità sufficienti di alimenti nutritivi, hanno creato insieme una condizione di fame perpetua.

Come spesso dicono i Marind non riescono a saziarsi facilmente con alimenti preconfezionati.

Una nuova forma di fame

Di certo l’esperienza della fame non era affatto sconosciuta ai Marind prima dell’arrivo delle piantagioni.

Periodi differenti dell’anno erano associati con la disponibilità di vari alimenti a seconda della stagionalità, dei processi migratori e delle condizioni climatiche, come siccite e monsoni. Questi periodi non erano permanenti ma episodici, ed il declino di un alimento era compensato dall’abbondanza di altri. In linea con la legge consuetudinaria, vari rituali e cerimonie diversi assicuravano che le scorte di alimenti erano rifornite nel tempo e che erano mantenuti la fertilità dei terreni e delle acque della foresta.

© Rita Sastrawan

Di contro aver cancellato vaste aree forestate a Merauke ha comportato una scarsità generale di alimenti derivanti dalle foreste, come il sagù, casuario, cinghiali e frutta. Animali e piante sono stati decimati o sono fuggiti a causa della ripulitura dei suoli, degli incendi di foreste e della sostituzione di foreste ricche di biodiversità con piantagioni di monocultura. Allo stesso modo degli esseri non umani che trovano poco per sopravvivere nell’ambiente monoculturale omogeneo, anche i Marind dicono di essere stati colpiti da un senso della fame crescente che non ha precedenti.

Come dice un anziano Marind Gerfaciuos: “Nella piantagione non c’è libertà, né famiglia e neanche veri alimenti, ma solo fame e solitudine”.

Per i Marind il cibo è qualcosa di più di un’entrata di nutrienti. I valori particolari attribuiti ai cibi della foresta nascono dal fatto che le piante e gli animali da cui derivano i cibi sono considerati dai Marind essere dei parenti senzienti con cui condividono un comune spirito ancestrale, dema.

Piante ed animali condividono storie, miti e incontri con l’uomo nel passato vicino e lontano che insieme compongono un corpo vasto di leggi e costumi tradizionali, tramandati da generazione in generazione. Ogni specie condivide anche una connessione ad un particolare clan Marind, i cui nmi commemorano queste relazioni con un prefisso di un animale o di pianta. Per esempio i membri del clan Balagaize sono i “figli del coccodrillo”, dove Balagai è coccodrillo e ze è figlio nella lingua Marind.

I membri del clan Mahuze, in modo simile, sono i figli del cane che si dice Mahu. Le relazioni su nutrire ed essere nutrito tra i Marind e i loro parenti della foresta non humani sono ancorati nel reciproco rispetto e cura. Mangiare cibi della foresta significa riconoscere che uno è anche l’alimento dell’altro. In queste catene di mutuo consumo, umani, animali e piante partecipano insieme ad una catena collettiva del nutrimento.

Di contro le tante merci importate che sostituiscono gli alimenti locali sono descritte dai Marind come prive di gusto ed incapaci di saziare perché “non hanno il gusto della foresta”, per dirla con le parole di Rosalina, madre Marind.

Questi alimenti, come il riso, spaghettini precotti e biscotti, vengono da luoghi sconosciuti e trattati da persone sconosciute. Non sono derivate da piante ed animali con cui i Marind condividono relazioni e passati intergenerazionali. Non sono procurati o cotti da amici o parenti. Mancano della dimensione morale, culturale ed emotiva che sono infusi nei cibi delle foreste con significato, aroma e nutrimento. Oltre questo, gli alimenti trattati sembrano esacerbare la fame di chi li consuma, secondo i Marind. I bambini per esempio vogliono ancora da mangiare dopo qualche ora che mangiano gli spaghetti precotti. Le donne dicono di sgranocchiare tutto il giorno i biscotti ma ne vogliono sempre di più. I giovani uomini dicono di essere diventati dipendenti dal riso che mangiano in grandi quantità senza saziarsi.

Mangiandosi il futuro

La scomparsa degli alimenti della foresta ha avuto effetti negati fisicamente sulla gente. Per esempio, Selly, con cui la scrivente ha spesso camminato nella foresta per trovare erbe medicinali, diceva che il suo seno si asciugava e la pelle si faceva itterica per l’assenza del sagù.

Gli uomini descrivevano come la scarsezza di selvaggina aveva svuotato il loro corpo del sangue, del grasso e dei muscoli. Molti della comunità notavano che la pelle dei figli era diventata sottile e grigia piuttosto che tesa e lucida.

Sono esperienze profondamente emotive anche vivere la fame e testimoniare quella degli altri. La gente esprime i sentimenti di tristezza ed ansia come conseguenza della scarsità di alimenti. Descrivono un senso pervasivo di solitudine causato dall’aver tagliato le loro connessioni con la foresta e le forme di vita passate e presenti. Molti lamentavano il declino della caccia collettiva e della ricerca collettiva di alimenti che un tempo aveva sostenuto le relazioni tra uomini e quelle con ciò che non era umano nella foresta.

Allo stesso tempo tuttavia, molti sono attratti verso gli alimenti industriali perché li associano con un modo moderno di vivere e li vedono come un cambiamento accettato rispetto alla dieta tradizionale. Gli abitanti Marind che hanno vissuto periodi prolungati a lavorare o studiare a Merauke o a Jayapura si sono adattati alla dieta della città che preferiscono a quello della foresta.

Nascono anche tensioni tra i Marind sulle questioni degli alimenti. Ed è particolarmente evidente tra la giovane generazione e quella precedente dei Marind, che abbracciano gli alimenti industriali o come un modo per partecipare alla modernità, o per rigettarli perché minacciano di sostituire gli alimenti tradizionali e le ecologie delle foreste da cui questi alimenti sono derivati.

In tanti modi, le tensioni su cosa mangiare o no replica sulla piccola scala giornaliera un più vasto insieme di frizioni provocate dall’espansione dell’olio di palma a Merauke. Questi includono se sostenere o rigettare dei progetti di olio di palma, se cercare lavoro in città o mantenere un sistema di vita legato alla foresta, e se accettare o resistere i cambiamenti culturali associati con la diffusione del capitalismo.

Differenti tipi di fame, sia letterale che simbolica, sono in gioco tra i Marind oggi. Alcuni anelano ad un ritorno dell’alimentazione legata alla foresta, ancorati nei costumi e tradizioni. Altri anelano per nuovi modi di vivere raggiunti attraverso metodi alternativi di mangiare.

Le voci di chi ha fame

Cosa ci insegnano le esperienze di fame dei Marind sulla salute della nutrizione dieta e sicurezza alimentare nella Merauke di oggi?

Prima cosa è che i Marind concettualizzano la forma e gli effetti del cibo in sé in modi profondamente radicati culturalmente. Le norme locali, i valori e le relazioni permeano cibi differenti con significati e valori ugualmente diversi che spesso vanno oltre la misura delle calorie e della quantità. Dalla prospettiva Marind il cibo non è solo quello che si mangia ma anche dal luogo da cui proviene, come è prodotto e da chi.

Seconda cosa le esperienze Marind indicano impatti potenzialmente avversi sulla sicurezza alimentare locale dei grandi progetti dell’agroindustria che sono disegnati e applicati in nome della sovranità alimentare nazionale. Come molti Marind dicono, c’è bisogno di un’azione inclusiva, negoziata tra tutte le parti tra governo, industria e rappresentanze indigene per assicurare che i sistemi alimentari tradizionali possano sopravvivere all’olio di palma.

Non sarà facile andare incontro a questi bisogni locali. I Marind stessi d’altronde sono divisi su quello che conta come dieta significativa e nutriente. Ma resta fondamentale l’inclusione delle voci indigene nel dialogo e nella politica che riguarda la produzione e distribuzione degli alimenti per assicurare che siano adeguatamente rispettati i loro diritti al cibo sia come nutrimento che risorsa culturale

Sophie Chao, Inside Indonesia