Insorgenza Esercito del Arakan un anno dopo, dimenticata dal mondo

Mentre la Birmania ha festeggiato formalmente il 4 gennaio il suo giorno dell’Indipendenza, una giornata di festa nazionale e di giochi per strada, un altro anniversario è passato nell’occidente del paese senza citazione alcuna.

Esattamente un anno prima, i soldati dell’ Esercito del Arakan aveva lanciato attacchi coordinati su quattro stazioni di polizia nella parte settentrionale dello stato Rakhine (prima conosciuto come Arakan) con la morte di 13 militari.

Gli attacchi sono diventati attacchi sanguinosi, dislocazioni di massa e violazioni dei diritti umani nel Rakhine e nel vicino stato Chin.

Sono stati uccisi anche un centinaio di civili oltre a tantissimi feriti come conseguenza di scontri a fuoco, di fuoco di artiglieria e di mine. Il gruppo locale Comitato delle Etnie Rakhine, stima che almeno centomila persone sono state espulse dalle case, laddove le cifre ufficiali sono meno della metà. E’ un costo tragico e significativo.

Il Rakhine era già scosso dagli attacchi del 2016 e 2017 del ARSA, l’esercito di liberazione Rohingya del Arakan e dalle successive repressioni che fecero fuggire in Bangladesh 760 mila Rohingya. Il nuovo conflitto con l’Esercito del Arakan però ha immerso lo stato in nuove profonde violenze e caos.

Le prospettive sono brutte. Nonostante le prime predizioni che Esercito del Arakan non sarebbe riuscito a sostenere le sue operazioni, si è dimostrato notevolmente resistente e i combattimenti continuano a diffondersi.

Più di recente, il giorno di Natale si sono registrati scontri nella Cittadina Ann, bastione del Tatmadaw dove risiede il suo comando occidentale. L’Esercito del Arakan sembra non aver problema a trovare reclute e continua a trovare la strada per avere armi e rifornimento delle sue forze.

E’ un successo che si basa su un forte sostegno popolare che militari e governo provano a minare con differenti misure dure che vanno dall’incarcerare i sospettati di avere legami con l a guerriglia, al taglio dei viveri agli sfollati nei campi profughi, al chiudere l’accesso ad internet e restringere le attività dei gruppi della società civile.

In modo prevedibile queste misure sembrano aver avuto l’effetto opposto, di un ulteriore antagonismo dei civili.

Negli ultimi mesi le forze di sicurezza hanno aumentato l’arresto di civili tra cui parenti stretti del comando del Esercito del Arakan che ha risposto con gli stessi termini detenendo soldati, burocrati e civili, alcuni dei quali poi rilasciati.

Sebbene il conflitto si espande, fuori la Birmania, i combattimenti nel Rakhine e Chin e la sofferenza della popolazione di questi stati non ha ricevuto l’attenzione che merita.

L’attenzione internazionale resta quasi esclusivamente sulla crisi Rohingya, ma le due crisi non sono distinte. Mentre continua il conflitto tra Esercito del Arakan e Tatmadaw, le prospettive per il rimpatrio dei rifugiati resteranno minime. ARSA e Esercito del Arakan, e la gente che affermano rappresentare, condividono molte simili lamentele verso Nay Pyi Daw.

Sebbene abbia inflitto alcune perdite pesanti sul Esercito del Arakan, l’esercito birmano appare incapace di sconfiggerlo militarmente, o di fare concessioni che potrebbero portare ad una soluzione negoziata.

Il generale Min Aung Hlaing, comandante in capo del Tatmadaw, parlando ad una cerimonia del 4 gennaio, ha affermato che l’impossibilità di portare a conclusione il conflitto in Birmania è causato dai capo di alcuni gruppi armati etnici “che esaltano i propri interessi” con una mente ottusa e senza alcuna volontà a “restaurare di fatto la pace”.

“Ecco perché i problemi si risolvono inevitabilmente con i mezzi militari” ha detto il generale.

E’ un approccio che chiama solo altri disastri. Entrambe le parti devono fare un passo indietro dal precipizio

Come primo passo, il governo ed il Tatmadaw devono porre fine alle misure dure contro i civili, e Esercito del Arakan deve evitare altri rapimenti rilasciando la gente sotto custodia. Entrambe le parti devono intraprendere negoziati genuini per porre fine al conflitto, evitare le richieste irrealistiche e evitare ulteriori attacchi.

Governo e militari devono riconoscere che l’offensiva del gennaio 2019 del Esercito del Arakan non è uscita fuori dal nulla, ma il risultato di lamentele storiche e recenti scintille come l’arresto e la condanna di Aye Maung, politico prominente dello stato. Per tanti nel Rakhine il suo arresto ha distrutto qualunque speranza restava nella politica delle elezioni, dopo anni di delusioni.

Mentre si terranno quest’anno le elezioni generali, che potrebbero diventare un altro momento di scontro, sono anche un’opportunità per restaurare la fiducia nel potere del voto e della rappresentanza elettorale come un metodo per definire le contese.

Storia nel Rakhine Birmano

Elezioni pacifiche e amministrazione regionale che rifletta la volontà della gente dello stato Rakhine piuttosto che il partito del Presidente a Nay Pyi Daw faranno molto per restaurare la pace.

FM