INDONESIA: L’ estremismo religioso la fa franca ancora una volta

Era il 6 di febbraio 2011 quando una folla di un piccolo paesino di Giava Occidentale della provincia di Banten, Cikeusic, assalì alcuni fedeli musulmani di una setta eretica degli Ahmadiyah, uccidendo tre persone e ferendone altre, mentre nel frattempo venivano registrate con un telefonino le immagini cruente. Un grande sdegno si levò alto in tutto il mondo per quelle immagini e quella ferocia, per quella violazione palese del diritto di ogni individuo a professare la fede che più preferisce e per quella interpretazione fondamentalista di una religione in un paese, come l’Indonesia, che da secoli ha nel sangue una visione tollerante dell’Islam.

In tanti democratici si chiesero allora dove fosse lo stato, dove fossero le forze di sicurezza per proteggere la vita dei fedeli della setta nonché i principi democratici scritti nella costituzione indonesiana sin dalla sua nascita col presidente Sukarno.
Il 28 luglio 2011 giunge la sentenza del tribunale agli accusati di quell’assalto feroce che non riconosce affatto il reato di omicidio, come se nessuno fosse morto. Gli accusati sono solo colpevoli di “aver preso parte ad un attacco violento che ha comportato delle vittime” ed ha inflitto pene che vanno da tre a sette mesi di carcere quando con quelle sole accuse potrebbero scontare fino a sette anni di carcere. La tesi generale è che fu il gruppo degli Ahmadiyah ad istigare l’assalto per il fatto di aver ignorato l’invito della polizia ad abbandonare la scena. “Gli accusati non conoscevano personalmente le vittime e seguirono la folla costituita da migliaia di persone.” Una sentenza che fa rabbrividire e che garantisce impunità alle sette estremiste, spostando ancora più in basso il livello democratico del paese.
Di seguito presentiamo il commento apparso su Jakarta Globe e AsiaSentinel sul processo.

SENTENZA SCANDALOSA CONTRO GLI ESTREMISTI RELIGIOSI IN INDONESIA

Non riesco ancora a togliermi dalla testa un suono proveniente dall’attacco della folla il 6 febbraio a Cikeusik contro dei seguaci Ahmadiyah. Ad un certo punto le grida e la cagnara, che in milioni hanno potuto vedere su Youtube, sembrano finire mentre un corpo senza vita nella melma è colpito con alcune mazze di legno. Lì seguono una serie di colpi rivoltanti contro il cadavere mentre la folla fa grida di approvazione.

Ma quell’uomo e altre due vittime non furono uccise, stando all’accusa che ha scelto la pena più lieve contro i chiaramente identificabili sospetti nell’attacco della provincia di Banten. Giovedì una corte lo ha reso ufficiale, emettendo una sentenza che infligge da tre a sei mesi di prigione a dodici uomini accusati di aver guidato e portato avanti l’assalto.

Dani bin Misra, un ragazzo di appena 17 anni che fracassò il cranio di una delle vittime con una pietra è stato accusato di omicidio colposo ed ha avuto 3 mesi. Il capo della folla di mille persone che attaccò venti Ahmadi, Idris bin Mahdani, è stato trovato colpevole di possesso illegale di macete e condannato a cinque mesi di prigione.

In altre parole, l’assassinio organizzato, premeditato e ripreso in video non è più criminale del rubare un casco di banane. Sembra in Indonesia che la si può far franca con l’omicidio fintanto che l’omicidio è fatto in nome della religione.

I procuratori di fatto hanno raccomandato delle sentenze lievi poiché, a loro dire, i membri della setta Ahmadiyah hanno in parte provocato l’attacco per il fatto stesso di essere nel villaggio e poi rafforzato il loro errore filmando e distribuendo i video dell’attacco. Come dire, è la donna colpevole per il fatto che viene violentata per il solo fatto che porta una maglietta.

L’amara verità è che l’Indonesia, nonostante i progressi fatti in così tanti campi, permette ancora ai predicatori di odio di fomentare atti criminali contro gli altri. In questo mondo rivoltato, i seguaci della setta Ahmadiyah possono essere uccisi per il loro credo che il loro profeta venne dopo Maometto. Sono una facile preda.

Il verdetto di giovedì sembra incline a spronare ancor più terrore di massa dal momento che il crimine non trova virtualmente nessuna pena e il governo fa così poco per condannare simili atti atroci. Questo è un pauroso marchio nero per una nazione che si vanta di essere il bastione della tolleranza guidata dal principio della Pancasila, il cui primo pilastro è la libertà religiosa e il cui secondo è Kemanusiaan yang Adil dan Beradab, che tutte le persone devono essere trattate con dignità come creature di Dio. Non è questo il primo caso di offesa lasciata impunita. Appena due giorni dopo le vicende di Cikeusik, una folla a Temanggung a Giava centrale, si rivoltò contro un verdetto di blasfemia. Erano arrabbiati in quanto un cristiano, che non aveva ucciso nessuno, accusato di aver diffamato l’Islam ebbe solo cinque anni di carcere

Quella folla bruciò chiese e costruzioni ferendo molte persone. La maggior parte di loro èstata condannata a cinque mesi, lo scorso mese, da una corte di Semarang. Il capo, un religioso, fu condannato ad un anno, condanna poi ridimensionata ad alcuni mesi.

La cosa che allarma di più di queste sentenze è l’assenza i una leadership ragionata e consistente dalle alte sfere del governo per dare un tono di tolleranza contro questi atti criminali commessi in nome della religione. La lezione per la gente è quindi che questi atti sono comprensibili e che le vittime sono prive di diritto alcuno.

Naturalmente non si vuol dire che il governo deve interferire nei casi individuali dei tribunali ma piuttosto che ha un dovere di esaltare la tolleranza e fare la voce alta in nome della legge.

Già notiamo l’attuale spettacolo del già membro del Partito Democratico Muhammad Nazaruddin e di altri accusati in vari crimini di corruzione sfuggire alla giustizia con facilità apparente. Si aggiungano le folle di criminali che percorrono liberamente a causa del rifiuto delle procure di vedere i loro crimini per quello che sono e sembra come se non ci siano leggi significative e coerenti.

La settimana scorsa ero a Tokio, una delle più sofisticate città asiatiche, ed una donna elegante proprietaria di un negozio mi chiese dove vivessi. “Indonesia” ripeté con approvazione. “Quella è una nazione molto buona Il Giappone sta andando giù”. Immaginate questa cosa un decennio fa.

L’impressione che l’Indonesia sia una storia di successo che va per la maggiore si sta diffondendo sempre più. La legge della folla, la mancanza di rispetto per la legge e le corti che trattano gli omicidi con guanti di velluto fanno ancora così parte della storia di questo paese.

Spero che il rumore di una mazza che colpisce la carne di un morto non soffochi, un giorno, le buone notizie che sono ancora prevalenti in Indonesia.