FILIPPINE: La sfida della pace tra Governo FIlippino e guerriglia comunista

MNLF

In questo periodo dell’anno è possibile un altro annuncio unilaterale, da parte del Governo Filippino e del Fronte Nazionale Democratico delle Filippine, di un cessate il fuoco del periodo di Natale. Il cessate il fuoco dello scorso anno durò 19 giorni a partire dalla Simbang Gabi del 16 dicembre fino al 3 gennaio, salutato come il più lungo da qualche tempo. Ma nei fatti ci fu un cessate il fuoco di 29 giorni a dicembre 2001 durante il primo anno della presidenza Arroyo ed uno di 60 giorni dal 10 dicembre 1986 al 6 febbraio 1987 durante l’amministrazione di Cory Aquino, in relazione ai primi colloqui di pace tra Repubblica Filippina e NDFP. Di certo, una festività dal lavoro ma anche dalla guerra sarebbe sempre ben accetta da parte della gente. Ma è anche il momento di andare oltre il ritualismo delle dichiarazioni sul cessate il fuoco di Natale e dell’anno nuovo.

Quello che tutti hanno bisogno ora è di una svolta audace nell’attuale nuova fase di stallo dei negoziati di pace, questa volta sul problema del rilascio o meno da parte del governo di pretesi consulenti del NDF attualmente in prigione. Questo impantanarsi regolare su argomenti non sostanziali in agenda fa già parte del percorso storico di questi negoziati spesso interrotti che durano quasi venti anni sin dal 1992, un percorso storico di negoziati di pace protratti che rivaleggiavano il prolungamento della guerra popolare protratta di più di 40 anni. Questo modello deve essere rotto senza incertezze, se ci deve essere una qualche speranza sostenuta per questo particolare processo di pace, unitamente alla fiducia pubblica in esso. Il governo e NDF lo devono al popolo filippino che, essi dicono, ha “grandi speranze per un progresso dei negoziati di pace e per la scrittura di un accordo che affronti le radici del conflitto armato attraverso riforme fondamentali sociali, economiche e politiche.”

La sfida audace è questa: Iniziare l’anno nuovo con un nuovo passo iniziando un periodo di 18 mesi per completare gli accordi comprensivi sui rimanenti punti dell’agenda sostantiva quali la riforma socioeconomica e le riforme politiche costituzionali. Su questo arco temporale c’era già l”accordo tra Governo e NDF nel loro Accordo di Oslo Congiunto (OJS) del 21 febbraio 2011, quando furono ricominciati i trattati di pace formali dopo una sosta di almeno 7 anni sotto la seconda presidenza Arroyo. Speriamo di non essere incorsi in un altro terreno minato che possa comportare un altro blocco di quasi sette anni fino alle prossime elezioni presidenziali del 2016. Il precedente blocco fu causato essenzialmente da un altro problema non presente in agenda, l’inclusione nella lista dei terroristi del NDF, del NPA, del Partito comunista Filippino e del consulente politico del NDF Sison. Quella lista terroristica non è stata finora mai risolta ma di certo non ha impedito che i negoziati di pace potessero ricominciare formalmente nel febbraio 2011. Di fatti non è stato più menzionato in seguito, almeno nell’accordo di Oslo, né è stato menzionato come problema nello stallo attuale.

Questo non implica che il problema del rilascio da parte del governo dei consulenti del NDF in carcere non sarà discusso come un argomento della agenda dei colloqui di pace. Piuttosto che la pendenza di questo problema non dovrebbe pregiudicare i negoziati di pace sull’agenda importante che, dopo quasi 20 anni, dovrebbe essere già trattata con la priorità massima che merita, secondo quanto già accordato. La dichiarazione congiunta de L’Aia (THJD) del 1 settembre 1992, il principale documento inquadrante esistente per i negoziati di pace, indica che “l’agenda sostanziale dei negoziati formali di pace dovrà includere i diritti mani e la legge internazionale umanitaria, le riforme socio economiche, le riforme politiche e costituzionali, la fine delle ostilità e la disposizione delle forze.” Dopo il completamento dei negoziati sul primo importante passo, con la stesura dell’accordo comprensivo sul rispetto dei diritti umani e la legge umanitaria internazionale (CARHRIHL) nel 1998, i passi logici susseguenti devono completare il negoziato sui tre restanti punti di sostanza sulla predetta agenda. Queste son le problematiche di priorità maggiore, non il rilascio dei detenuti del NDF, non l’inclusione del CPP, NPA e Sison tra i “terroristi”, anche se queste sono anche problematiche importanti.

L’attuale problematica non sostanziale del rilascio dei prigionieri da parte del governo fa sorgere, per NDF, problemi di fallimento da parte del governo di soddisfare agli obblighi derivanti dagli accordi esistenti come il JASIG del 1995 e le implicazioni di questo fallimento sull’intero processo di pace, compreso la fiducia nei colloqui e sull’impegno del governo e la capacità di sottostare a seguenti obblighi più grandi quanto importanti successivi. Questo è già considerato da parte de NDF come “giusta base per il ritiro dai colloqui di pace. Per alcuni del Governo, non necessariamente il gruppo di lavoro, il problema fa sorgere problemi sulla strumentalizzazione dei negoziati di pace per scopi puramente tattici di assicurare il rilascio di compagni importanti, annullando quindi sul tavolo del negoziato quanto conseguito sul campo di battaglia o sul fronte di guerra. La maggioranza di quelli catturati e reclamati come consulenti dal NDF non sembrano avere un percorso nei negoziati di pace. Ci sono quindi questioni di sincerità poste da ambo i lati, domande sulla reale sincerità del vedere il negoziato come un modo “per risolvere i conflitti armati” e per ottenere il “mantenimento di una pace lunga e duratura”, o se questi sono di utilizzo per una strategia primaria di guerra, che sia la spinta de Oplan Bayanhan o PPW verso uno stallo strategico dentro i cinque anni.

Il problema attuale dei consulenti del NDF detenuti del governo si è anche spostato, in una discussione più che litigiosa, ad un piano di fedeltà o attacco dei loro accordi esistenti. Si consideri l’accordo inquadrante del THJD. Il problema qui ha a che fare con le differenti percezioni o comprensioni del governo e NDF riguardo a questi concetti e principi generali trovati nel paragrafo 4 del THJD: “principi mutualmente accettabili, compresi la sovranità nazionale, la democrazia e la giustizia sociale;” e “il carattere inerente e lo scopo dei negoziati di pace”. La susseguente dichiarazione congiunta del 1994 di Breukelen, tra gli altri, stabiliva che: “Il Governo delle Filippine e NDF riaffermavano la loro adesione alla dichiarazione de L’Aia… Entrambi riconoscono il bisogno di un’ulteriore discussione sulle misure della dichiarazione de L’Aia che porterà ad accordi per realizzare gli obiettivi della Dichiarazione de L’Aia.”

Perché non portare ora perciò questa ulteriore discussione nel vivo o alla concretizzazione dei tre punti sostanziosi rimanenti nell’agenda secondo THJD piuttosto che andare in circolo in una discussione accademica su concetti e principi astratti? L’idea è di concretizzare l’ultima con riforme sociali, politiche ed economiche che sono dopo tutto quello che conta davvero nell’affrontare le radici del conflitto armato. Facciamo di questa altra discussione sulle riforme specifiche la cartina al tornasole della sincerità delle parti e sulla fattibilità dei loro negoziati di pace, e non il problema del rilascio dei consulenti dell’NDF o della rimozione dalla lista dei terroristi o persino l’uso delle mine. Ed essi hanno già mostrato accordo che si possa fare in 18 mesi. Date prova al popolo che entrambi invocate. Quindi attraversiamo il ponte (o il Rubicone) alla fine dei diciotto mesi.

Dal momento che esiste già un meccanismo stabilito dei colloqui di pace dei reciproci comitati di lavoro (RWC) e dei gruppi di lavoro per la discussione dei tre rimanenti argomenti sostanziali dell’agenda THJD, la non meno importante ma secondaria questione del rilascio dei consulenti e, per quello che interessa sul terreno in senso letterale, l’uso delle mine, possono essere affrontati simultaneamente o almeno all’inizio da un meccanismo appropriato, quale il Comitato di Monitoraggio Congiunto logicamente e praticamente per il CARHRIHL, così da non distogliere l’attenzione dai colloqui importanti. La ripresa buona dei negoziati formali di pace dal 15 al 21 febbraio 2011 ad Oslo, facilitati dalla Corona Norvegese, mostra che tali negoziati possano essere tenuti anche senza il rilascio dei 13 restanti pretesi consulenti del NDF ancora detenuti. (Il governo afferma di aver già rilasciato 5 dei 18 detenuti). A quel primo giro di negoziati ad Oslo, la delegazione del NDF era già superiore di numero a quella del governo filippino, 22 contro 20. Comunque il governo ha detto che, oltre alla verifica dei pretesi consulenti del NDF con foto come il governo insiste secondo l’accordo suppletivo del JASIG del 1996, potrebbe ancora rilasciare altri sulla base di un processo di “costruzione di fiducia” o per ragioni “umanitarie o altre ragioni pratiche” per il OJS.

Infatti, a parte qualche misura specifica di bona volontà come il rilascio dei prigionieri e detenuti da entrambe le parti, l’OJS (La dichiarazione congiunta di Oslo) diceva anche “Per costruire la fiducia e creare un’atmosfera favorevole nell’occasione della ripartenza di colloqui formali dopo più di sei anni, le due parti dichiaravano un cessate il fuoco unilaterale, concorrente e reciproco durante i colloqui formali dal 15 al 22 febbraio.” Perché ora non si può applicare questo cessate il fuoco unilaterale, concorrente e reciproco all’intero periodo di 18 mesi per completare gli accordi comprensivi sui restanti punti in agenda, che abbiamo proposto andare dal 1 gennaio 2012 al 20 giugno 2012? Infine, la sfida della pace per il Governo Filippino e NDF è almeno a doppio risvolto: per prima cosa produrre accordi comprensivi sulle riforme socioeconomiche (CASER) e sulla fine delle ostilità e disposizione delle forze (CAEHDF) entro 18 mesi; e per secondo, effettuare un cessate il fuoco unilaterale, concorrente e reciproco per costruire la fiducia e creare una atmosfera favorevole durante lo stesso periodo dei negoziati di pace. Contrariamente alla posizione espressa da NDF, per cui un cessate il fuoco più lungo del solito “distoglierebbe l’attenzione dalle radici del conflitto armato”, è proprio col prosieguo delle ostilità, per esempio con scontri più grossi o persino arresti che allontanano l’attenzione e spesso interrompono i colloqui importanti sulle riforme per affrontare le radici del conflitto, esempi dei quali sono gli arresti del 1995 e 1996 di compagni di alto livello. Per parafrasare George Santayana, quelli che non riescono a ricordare la storia passata dei colloqui di pace sono condannati a ripeterli.

Vero, esiste anche una storia pregressa dei cessate il fuoco da ricordare come, dalla prospettiva valida del NDF, “Durante i cessate il fuoco del 1986 e 1987, il personale e gli alleati de NDF furono messi sotto controllo da parte dell’intelligence nemica. Dopodiché, molti di loro furono arrestati, torturati e uccisi.” Ma a questi pericoli si potrebbe ovviare con lo schema per cui ogni parte dichiara un cessate il fuoco unilaterale, concorrente e reciproco per il periodo in considerazione, senza mettere su un elaborato meccanismo di cessate il fuoco. Un tale meccanismo diviene necessario per l’efficacia di un cessate il fuoco di lungo periodo o durante i colloqui di pace, come nel processo di pace tra Governo Filippino e MILF dove il cessate il fuoco si mantiene persino durante la sospensione dei colloqui di pace. Ma per NDF, c’è il paradosso che tali meccanismi efficaci per cessate il fuoco siano essi stessi problematici in base alla cattiva esperienza che hanno avuto nel 1986-87. Diamo molta attenzione alla prospettiva de NDF sul cessate il fuoco poiché le sue preoccupazioni , problemi e ragioni sorti devono essere affrontati e risolti. E’ storicamente la parte che deve essere più profondamente convinta per entrare in un qualunque cessate il fuoco.

Ma forse c’è qualche ragione in più di riservatezza, di ordine tattico, ad un cessate il fuoco durante un periodo ragionevole di colloqui di pace. Ci sono considerazione definitivamente strategiche da entrambi le parti. Per le forze rivoluzionarie come NDF, un cessate il fuoco prolungato sarebbe controproducente per il momento delle lotte armate rivoluzionarie come la principale forma di lotta in una strategia di Guerra Popolare Protratta per rendere effettiva il genere di trasformazione sociale necessaria per risolvere i problemi fondamentali della popolazione filippina. Quindi in genere NDF è stato contrario ad un cessate il fuoco di tipo prolungato. Ma in modo analogo anche per le Forze Armate Filippine (AFP), che vede il cessate il fuoco non solo come un momento di arresto di tutti i suoi pani di controinsorgenza (Oplans), ma anche perché fornisce un momento di sollievo di cui la guerriglia trarrebbe vantaggio per riorganizzarsi, riacquistare le forze e riprendere il terreno perso. Perciò la norma è stata che i negoziati di pace tra Governo Filippino e NDF non hanno avuto un cessate il fuoco che li accompagnasse, diversamente dal caso della pace a Mindanao col MILF e con i precedenti MNLF. E’ una modalità per cui si parla mentre si combatte. Non è forse il tempo per un cambio di qualche paradigma sul fronte della guerra e pace tra Governo NDF?

Ci riferiamo all’attuale paradigma specie sul versante NDF che, di solito, vede il cessate il fuoco non tanto come una delle “misure specifiche di buona volontà e di fiducia per creare un clima favorevole al negoziato”, ma invece più come una forma di “fine delle ostilità e disposizione delle forze” che dovrebbe giungere solo ultimo, alla fine di fruttuosi colloqui di pace, se vi si giunge, secondo il quadro generale della THJD. Quindi parlare di un cessate il fuoco, prolungato, indefinito o permanente sarebbe secondo il NDF un atto equivalente ad una prematura consegna delle armi, ad una resa o ad una capitolazione verso il nemico. Questo mostra quanto importante sia la lotta armata per il NDF. A parte dalla strategia complessiva del PPW del NDF a cui ci si riferiva sopra, la lotta armata continuata è anche vista come una pressione necessaria per mantenere il governo filippino onesto, senza che la tiri per le lunghe, nei colloqui di pace e quindi come un’assicurazione in caso i colloqui naufraghino, come accaduto varie volte, la più famosa fu durante il governo di Corazon Aquino che di lì a poco dichiarò la guerra totale contro l’NPA.

Anche qui c’è una questione di sincerità o di serio confronto nei colloqui di pace. Mentre la lotta armata prolungata (cioè non cessate il fuoco) è visto da NDF come pressione necessaria nei colloqui di pace e quindi come assicurazione in caso i colloqui naufraghino, si potrebbe chiedere a NDF: ti aspetti o pensi che i colloqui di pace naufragheranno, che è la ragione per cui insisti nella lotta armata prolungata persino durante i colloqui di pace? E’ essa un “clima favorevole per i colloqui di pace”? E’ di aiuto a “costruire misure di fiducia e buona volontà”? Se le parti in guerra credono che i negoziati di pace sono il modo di proseguire e che avranno una giusta prospettiva di successo, allora la cosa normale da fare sarebbe di avere un cessate il fuoco ad interim, per salvare in questo modo vite preziose di soldati, cittadini e di militanti dalle protratte conflittualità. Se ci sarà comunque un accordo politico negoziato, perché sprecare nel frattempo tante vite? Ed anche, sincerità a parte, c’è anche una questione sul valore dato alla vita umana. “Una pace lunga e giusta” se ci sarà è per i vivi non per i morti.

Allo stesso tempo i colloqui di pace non possono andare avanti senza terminare mai, senza che portino a dei risultati in termini di misure di riforma sociale, politica ed economica. I colloqui di pace non possono e non devono essere altrettanto protratti come il conflitto armato lo è da quarantanni. Benché la maggior parte delle comunità colpite dai conflitti come la comunità Agta nella Sierra Madre, se lo chiedete loro, non importerebbero dei colloqui di pace protratti fintanto che sono accompagnati da cessate il fuoco protratti. Come spesso dicono, vogliono essere lasciati in pace dalle parti in conflitto per vivere la loro vita in pace, ma non naturalmente la pace delle persone rese mute.

Una composizione che sarebbe abbastanza equa, persino ai rivoluzionari, se non alle larghe masse di persone, sarebbe di avere un ragionevole lasso di tempo (per esempio 18 mesi come accordati ad Oslo) per i colloqui di pace con un cessate il fuoco di accompagnamento. Le conseguenze del fallimento di colloqui di pace dettati dal tempo sarebbero chiari in termini di ritorno alle armi, una sorte di disincentivo per il fallimento. Invece di fare accordi sul cessate il fuoco in termini di progressi nei colloqui come la firma di accordi comprensivi su certi punti sequenziali più sostanziali dell’agenda (particolarmente CASER e CAPCR), si può cercare l’accordo all’inizio dei colloqui di pace e poi la sua continuazione o fine potrebbe dipendere da tali progressi o dalla loro mancanza. In altre parole, questo cessate il fuoco è legato al tempo e all’agenda.

Ma cosa fa allora NPA durante i 18 mesi di cessate il fuoco? Può fare la stessa cosa delle AFP, mantenersi allenato e pronto, o pronti a combattere, senza combattere l’altra parte nel cessate il fuoco. Potrebbe consultare i suoi gruppi non armati e suoi alleati tattici del MILF, che sono ben avvezzi al cessate il fuoco senza perdere il loro momento rivoluzionario e la capacità combattente. E NPA sa bene che c’è moltissimo di importante che un’armata popolare può fare, comprese ma non solo le attività militari. NDF dovrebbe fare un salto di fiducia anche (come lo ha fatto il MILF) nel dare una possibilità alla pace benché in un tempo ragionevole che non è statica e che dipende dalle dinamiche e dalle direzioni dei colloqui. Un cessate i lfuoco ad interim di accompagnamento ai colloqui non un abbassare le armi. In un cessate il fuocole forze mantengono le loro armi ma non iniziano offensive militari. Non si tratta di “resa o capitolazione”. Per chi ama la pace, non è “una richiesta demagogica” che “offusca il bisogno di affrontare le radici del conflitto armato”. La prova finale è nei meriti della riforma degli accordi comprensivi negoziati e prodotti.

NDF ha offerto di fatto al Governo Filippino una via breve di una immediata “pace e alleanza sulla base di una generale dichiarazione di intenti comuni”. Se per quest’ultima, NDF vuol dire un impegno a quello che è fondamentalmente il programma in dieci punti benché incapsulato del NDF, allora realisticamente non deve attendersi che il Governo Filippino lo offri su un piatto d’argento. Affermazioni di concetti e principi generali come “genuina riforma della terra” e “industrializzazione nazionale” non sono più sufficienti e si possono interpretare “onestamente differentemente” allo stesso modo di “sovranità nazionale, democrazia e giustizia sociale”. Il guaio è nei dettagli chiave delle varie misure possibili di riforma sociale economica e politica. La proposta “dichiarazione generale di intenti” può invece più fattibilmente essere un forte impegno a perseguire e completare i riesumati colloqui di pace sui punti sostanziali rimasti nell’agenda con la dovuta serietà, attenzione e deliberata veocità all’interno di un arco temporale senza inutili ritardi e distrazioni. Questo tipo di intento comune sovrebbe essere già sufficiente a giustificare un cessate il fuoco ad interim, anche se non ancora sufficiente per giustificare un’alleanza o un partnership.

Non c’è bisogno di dire, perseguire e ancora di più completare i riesumati negoziati di pace è più facile a dire che a fare. E ancor più con un arco temporale di 18 mesi. Il primo punto di sostanza dell’agenda sui diritti umani e la legge umanitaria è la più facile dei quattro punti, ma ci vollero praticamente i sei completi anni dell’amministrazione Ramos dal 1992 al 1998 per essere completati, mentre la sua implementazione da allora fino ad oggi è stata problematica, e quindi affrontata dai colloqui prossimi. In ogni caso, le parti hanno mostrato qualche flessibilità con vari schemi per l’accelerazione dei colloqui di pace. Ed anche noi stiamo facendo un balzo di fede, dato il modello storico, che possono farcela in 18 mesi solo. Ma se possono mettersi d’accordo sui dettagli chiave anche solo sulla riforma della terra, la riforma dell’esercito e quella elettorale, allora avrebbero fatto abbastanza bene da giustificare forse il dare loro e al processo più tempo per il completamento e anche possibile trasformazione, incluso la continuazione della guerra “con altri mezzi”.

E’ ancora meglio nel frattempo che le parti impieghino le loro energie scritte e verbali a restare sulle questioni sostanziali piuttosto che alle loro schermaglie puerili e belligeranti e al gettarsi la colpa, come dei bambini, su una questione del rilascio dei consulenti del NDFe successivamente su chi ha di fatto spostato i colloqui di pace. Quando una parte sostiene che l’altra è impegnata in attacchi propagandistici continui, viziosi, ingannevoli e persino semplicistici”, lo si potrebbe dire all’incontrario. C’è un bisogno di abbassare i toni degli attacchi verbali e scritti. Insieme ai continui combattimenti armati, questi “distolgono solo l’attenzione” oppure “offuscano” i problemi sostanziali del conflitto armato. Sono controproducenti per “lo spirito di incoraggiamento e accelerazione dei negoziati di pace”.

Soliman Santos, avvocato dei diritti umani, pacifista, ricercatore e scrittore impegnato nei negoziati di pace a Bicol nel 1986.

tratto da Mindanews.com