FILIPPINE: Aquino, poni fine all’impunità di chi viola i diritti umani

Le Filippine, in quanto firmataria della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, della Convenzione Internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR), e la Convenzione Internazionale sui diritti economici, sociali e Culturali (ICESCR), ha inviato una sua delegazione a Ginevra per partecipare il secondo ciclo della Revisione Periodica Universale delle Nazioni Unite (UPR) dsulla situazione dei diritti umani nelle Filippine dal 2008 quando fu rivista per l’ultima volta.

La settimana precedente il gruppo Human Rights Watch invitava gli stati membri dell’ONU ad “andare oltre la retorica del governo filippino e chiedere della mancanza di progressi sulle responsabilità sui quattro anni passati.” Il 29 di maggio si doveva rivedere la conformità delle Filippine con le convenzioni dette su e con l’impegno del paese a implementare 11 delle 17 raccomandazioni fatte dai paesi membri del Consiglio dei diritti umani dell’ONU nel 2008.

La retorica è sempre stata una merce pronta di ogni amministrazione filippina dal 1946. Nel 2008 per esempio tra gli impegni della allora amministrazione Arroyo per migliorare la situazione dei diritti umani c’erano quello di “eliminare completamente la tortura e gli omicidi extra giudiziali.” e quello di “intensificare gli sforzi per portare avanti indagini e accuse sugli omicidi extragiudiziali e punire quelli responsabili”, anche nel momento in cui quell’amministrazione incoraggiava quegli omicidi.

La violenza, rapimento, scomparsa forzata e l’assassinio di militanti di sinistra, attivisti e dissidenti politici da parte di agenzie dello stato stanno avvenendo sin da prima del 1972 quando Ferdinando Marcos mise nel paese la legge marziale per rimanere al potere per 14 anni. Ma quel periodo testimoniò un brusco aumento di quelle violazioni, essenzialmente perché gli artefici non erano solo immune dall’accusa ma nel caso di ufficiali dell’esercito e della polizia di alto rango, erano anche ricompensati col potere o una quota dello stupro del paese, o con entrambi.

Dalla fine del regime della legge marziale la protezione ed il miglioramento dei diritti umani è diventata un’istanza globale, ma nelle Filippine è stata nello stesso ordine di assurdità del rotolamento di un masso su e giù per una montagna, a causa di una miscela letale di miopi interessi politici, preconcetti ideologici, incongruenze del sistema giudiziario e dell’indifferenza, se non tolleranza, di cittadini privati di sensibilità dalla violenza della loro vita quotidiana e resi stupidi da spettacoli televisivi da mattina a sera.
Nonostante la caduta della dittatura nel 1986, il 22 gennaio 1987, meno di un anno dalla caduta della dittatura, un gruppo misto di polizia e forze militari spararono ad una marcia di contadini verso il Palazzo Presidenziale, uccidendo 13 persone e ferendone molte altre. Nessuno è stato mai ritenuto responsabile nonostante una class action dei sopravvissuti ed una raccomandazione della commissione governativa che ricompensasse gli eredi.
Questo massacro, chiamato massacro di Mendiola, fu preceduto da altri incidenti tra i quali l’assassinio del capo del sindacato Rolando Olalia e del capo degli studenti Lean Alejandro nell’ottobre del 1986, quasi otto mesi dopo la formazione del governo di Corazon Aquino. Come nel massacro della Mendiola, nessuno fu posto sotto accusa per l’omicidio dei due militanti.
Entrambi i casi furono il segnale dell’impunità o dell’esenzione dalla punizione persino dei più vili dei malfattori nell’era del dopo Marcos. Il restauro delle istituzioni del governo democratico che l’ammutinamento dell’EDSA del 1986 presumibilmente assicurò non accadde in realtà nel campo dei diritti umani. Abbastanza all’opposto. Benché in alcuni casi abbia significato una discontinuità dagli orrori del regime della legge marziale, nel campo dei diritti umani il periodo del dopo EDSA fu anche la loro continuazione.
L’esenzione dalla punizione dei torturatori e di altri militari e dei poliziotti picchiatori era cosa certa durante la dittatura di Marcos, quando i dissidenti di qualunque genere potevano esser arrestati comunque, detenuti, torturati e persino uccisi senza che fosse imputato nessuno. Le violazioni dei diritti umani del dopo EDSA erano guidate dalla stessa ideologia della legge marziale di cui la polizia e l’esercito erano gli esecutori. Attraverso i loro alleati nei tribunali che caso dopo caso archiviavano le denunce di torture ed esoneravano torturatori e assassini, la polizia e i militari stabilirono un precedente di trentanni di impunità.
Gli omicidi del primo anno dell’amministrazione Aquino erano ancora il modo di avvisare, da parte dell’ancora intatto apparato di repressione dei militari e della polizia, non solo i rivoluzionari ma anche dissidenti e riformisti, che la protesta, il dissenso, l’attivismo, il patrocinio ed ogni tentativo anche modesto o di lunga durata di cambiare la società filippina sarebbe costata loro la vita.
L’avviso era un eco persistente durante le amministrazioni che seguirono quella della Corazon Aquino, ma in modo più persistente durante i nove anni dell’amministrazione di Gloria Macapagal Arroyo, che al pari dei suoi predecessori Ramos ed Estrada non condannò mai i crimini extragiudiziali e persino li incoraggiò in uno dei più noti e sconvolgenti punti di riferimento del suo governo senza rimpianto, citando a modo di esempio l’allora generale dell’esercito Jovito Palparan durante il suo messaggio di indirizzo alla nazione.
Dando la mano libera alla polizia ed ai militari nel trattare con l’insorgenza, Arroyo lasciò anche a quelle istituzioni danneggiate e danneggianti il compito di definire chi fosse il “nemico”, col risultato tra gli altri l’inclusione nelle liste di organizzazioni legali di gruppi di giornalisti tra i “nemici dello stato” e dei loro membri degli ordini militari di battaglia.
Il risultato fu una forte crescita di crimini extra giudiziali in una società in apparenza democratica. Gli omicidi erano abbastanza inquietanti da richiamare l’attenzione delle Nazioni Unite, di Amnesty International e di altri gruppi internazionali, tutti ignorati dalla amministrazione Arroyo, che si credette immune dalla responsabilità allo stesso modo in cui i suoi piccoli nella polizia e tra i militari erano immuni dalle accuse da un sistema giudiziario corrotto.
La seconda amministrazione Aquino è in pericolo di riprodurre il record vizioso di violazioni dei diritti umani del suo predecessore, nonostante le affermazioni di aver affrontati seriamente tali assalti sui diritti umani come le scomparse forzate. L’elemento chiave che lo rende probabile è il suo impegno ad una strategia di conto insorgenza che, tra altri inganni, avvolge in un linguaggio di “sviluppo” il designare come territorio del nemico alcune delle comunità più povere in questa povera nazione; lo spostamento dei residenti, il sanzionare arresti arbitrari e la loro detenzione; e persino la violenza degli studenti universitari della UP che fanno ricerche sul campo o condividono anche prendendo lezioni conoscenze le persone che si suppone debbano servire.
Ma il signor Aquino ha anche l’opportunità di aggiungere una qualche eredità che può lasciare alla fine del suo mandato dopo il 2016. Ha altre alternative a quella di permettere alla Commissione dei diritti umani di tenere un seminario in più che i partecipanti dimenticheranno subito dopo che è finito.
Potrebbe dichiarare come politica ufficiale l’opposizione incondizionata a tutte le forme di violazioni di diritti umani e di conseguenza sostenere con una campagna per perseguire seriamente quegli attori dello stato in primo luogo militari colpevoli di quei crimini. Forse allora questa nazione può vedere almeno un luccichio di luce alla fine di un tunnel degli orrori dei diritti umani che ha avuto per attraversare quasi tre decenni nonostante EDSA. Non è che questa sia scienza dei missili o chirurgia celebrale. Ma considerato il putrido record di violazioni dei diritti umani di tutte le amministrazioni dal 1946 ad oggi nel teatro dell’assurdo delle Filippine, nessuno dovrebbe restare in attesa ansiosamente.

BUSINESSWORLD, Luis Teodoro