BIRMANIA: Le nuove violenze contro i Rohingya cattivo presagio

Le nuove violenze nello stato dell’Arakan, o Rakhine, avranno conseguenze serie per la Birmania e la stabilità della regione se non terminano subito. La comunità internazionale non deve rimanere passiva in questo ambito se non si vuole che la fragile transizione del paese verso la democrazia non si trovi di fronte ad un’amara sconfitta. Se la attuale turbolenza etnica, comunque, è davvero spinta da fazioni estremiste nell’apparato politico, come alcune fonti interne credono, allora non ci si dovrebbe sorprendere di vedere una ritirata sulle recenti aperture politiche.

L’ONU ha espresso la sua preoccupazione in una dichiarazione di un portavoce del segretario Ban Ki-moon. “Gli attacchi delle ronde, le minacce mirate e la retorica estremista deve finire”. A sua volta l’inviato speciale dell’ONU Quintana ha detto: “E’ fondamentale che il governo e tutti quelli interessati impediscano ulteriore violenze e spengano le tensioni tra le due comunità.”

Il segretario generale dell’ASEAN Surin Pitsuwan ha espresso la sua preoccupazione sul BangkokPost: “La situazione si sta deteriorando e c’è ora un rischio di una radicalizzazione dei Rohingya, e questa ocsa non è affatto buona per chiunque. Il conflitto è stato presentato come se fosse una questione islamica quando non lo è. E’ politica, democratica, un problema dei diritti umani e della costituzione, ed ha dirette implicazioni sulla riforma politica e sui processi di riconciliazione nazionale in Birmania”. Ha anche avvisato che le violenze nello stato dell’Arakan avranno implicazione di sicurezza strategica più ampie per la regione. I disordini certamente spingeranno i rifugiati a sfuggire attraversando le frontiere dando origine a serie implicazioni di sicurezza ed umanitarie per il futuro.

In Agosto, sull’onda delle violenze tra le due comunità di luglio, Surin inviò una lettera ai primi ministri dell’ASEAN invitandoli caldamente ad incontrarsi per affrontare la questione Rohingya. L’attuale presidente di turno, il cambogiano Hor Nam Hong, indisse una riunione dei ministri. La Birmania si rifiutò di parteciparvi dicendo che la situazione era sotto controllo. Ora si spera che la questione sarà ripresa nel prossimo incontro regionale in Cambogia.

Nonostante le pretese di Naypyidaw, è ovvio che la situazione sul terreno è peggiorata ed il governo ha invitato di conseguenza più truppe nella regione. Gli attacchi mirati non erano solo confinati ai Rohingya, dei quali circa 800 mila vivono nella parte settentrionale dell’Arakan. La le gge sulla Cittadinanza del 1982 non riconosce la comunità Rohingya come una dei 135 gruppi etnici della Birmania e molti cittadini birmani li ritengono immigrati illegali dal Bangladesh sebbene tantissimi vivano da secoli nel paese.

Il direttore del gruppo Arakan Project, Chris Lewa, ha dichiarato ad una agenzia: “Non è solo una violenza anti Rohingya, è anti musulmana”. Infatti i membri della comunità di minoranza Kaman, un gruppo etnico a maggioranza musulmana che vive a Kyaukpyu, è stata costretta a sfuggire alla violenza. Queste nuove violenze sono accadute dopo che il governo birmano ha bloccato l’apertura di una sede di aiuto dell’Organizzazione della Cooperazione islamica (OIC) per assistere i Rohingya che erano scappati dalle loro abitazioni dopo le violenze di luglio.

Senza dubbio, il governo ha reagito con lentezza a questa crisi mentre il presidente Thein Sein ha dato segnali confusi alla comunità nazionale ed internazionale. I monaci buddisti e la popolazione arakanese hanno fortemente obiettato all’apertura di un ufficio della OIC in Birmania con varie proteste pacifiche nelle città per tutto il paese prima di queste violenze, per paura che questa apertura radicalizzerebbe la popolazione Rohingya e aiuterebbe la diffusione dell’Islam nel paese. Sono paure da non prendere alla leggera.

A luglio Thein Sein disse al rappresentante dei rifugiati dell’ONU Guterres: “La Birmania prenderà la sua parte di responsabilità per le sue nazionalità etniche ma non è affatto possibile riconoscere i Rohingya che attraversano illegalmente la frontiera che non sono un gruppo etnico in Birmania.”

Di nuovo in Agosto a Voice Of America, Thein Sein diceva che il suo governo avrebbe aperto le scuole per migliorare l’istruzione della minoranza Musulmana Rohingya che affermano di essere perseguitati dallo stato a maggioranza buddista.

I critici da parte loro affermano che dallo scoppio di violenze non c’è stata trasparenza e responsabilità rispetto al destino delle vittime come pure a quelli che hanno istigato la violenza. Fonti informate rivelavano che se è una fazione di estremisti nel potere a stare dietro questi eventi essi devono aver istigato la violenza per molti mesi. Nel caso hanno avuto successo nel danneggiare il paese.

L’opposizione compresa la stessa Aung San Suu Kyi e altre figure importanti non è riuscita ad intervenire e a calmare la situazione. Molti, specie nella comunità internazionale e dei diritti umani, sono restati demoralizzati nel vedere tanta mancanza di azione da chi ancora afferma di rappresentare il movimento della democrazia.

I rappresentanti del governo hanno ancora promesso di agire contro gli istigatori delle violenze e che il governo si sta occupando di portarli in tribunale, come ha dichiarato un portavoce dell’Ufficio del Presidente. Ma dove sono? Chi sono?

Il ministro per gli affari di frontiera Generale Thein Htay ha detto: “In un momento in cui il governo sta lavorando alle riforme economiche per invitare gli investitori esteri e creare lavoro per la gente, l’instabilità come questa ha un certo impatto sugli sforzi dello stato.” Ci sono varie teorie.

Una suggerisce che le fazioni estremiste nel partito di governo USDP erano dietro le violenze per minare il processo di riforme del governo. La seconda teoria afferma che i disordini volevano permette re alle forze armate di ritornare sul palcoscenico. Nel passato la vecchia giunta lanciò varie campagne militari contro i Rohingya ed ogni volta la popolazione birmana manifestò a favore delle forze militari.

I re feudali birmani hanno sempre giocato il ruolo di protettori del buddismo nel paese e quindi i militari, per conquistare il consenso popolare, giocavano di volta in volta la carta dei musulmani o dei Rohingya. Ci sono nondimeno altri attori da considerare. Sono i simpatizzanti dei Rohingya, alcuni elementi radicali nel paese e fuori del paese come i gruppi radicali che semplicemente semplificano la questione in bianco e nero.

Dobbiamo sistemare la questione in prospettiva ed ascoltare le voci dei Rohingya come quelli della popolazione arakanese: le due comunità devono imparare a coesistere in pace.

La violenza attuale non sorprende considerato che i cittadino ordinari Arakanesi e birmani e quelli nelle forze armate da tempo credono che la frontiera occidentale sta cadendo a pezzi. Molti arakanesi affermano di aver sempre protetto la loro patria per impedire l’influsso dei musulmani dalle nazioni vicine.

Se la Birmania vuole giungere ad una reale riconciliazione nazionale, dobbiamo abbracciare l’integrazione completa e il riconoscimento delle minoranze. I gruppi etnici birmani compreso gli arakanesi sono sempre stati trattati male dai vari regimi del paese. Sul problema dei Rohingya, che molti birmani considerano immigranti bengalesi illegali dal vicino Bangladesh, si deve tenere in conto l’attitudine dei capi militari birmani.

Lo studioso David Steinberg scriveva in un suo libro che il Generale Than Swe, capo della giunta precedente ritirato dalla vita pubblica, crede che la frontiera più pericolosa era quella con il Bangladesh, non la Cina come molti pensavano.

Non c’è dubbio quindi che lo stesso Thein Sein condividerà una simile attitudine. Chiunque sia dietro alle ultimissime violenze è triste a dire ma molti cittadini birmani la pensano proprio come il capo della giunta militare passata.

Aung Zaw http://www.irrawaddy.org/archives/17535