BIRMANIA: Meiktila, quando la sfiducia diventa odio

neonazistaIl mese scorso sono morte più di 40 persone nelle violenze tra buddisti e musulmani nella città della Birmania centrale Meiktila. A prima vista sembra che la cittadina sia stata colpita da un disastro naturale. Interi quartieri sono stati abbattuti, case di mattoni e cemento trasformati in rifiuti.

Poi si notano buchi creati nei muri che resistono ancora in piedi, fatti chiaramente da mani umane. Era la rabbia, non la natura che ha portato la distruzione.
Le famiglie e i commercianti che occupavano queste costruzioni sono scomparse, lasciando solo le persone che scavano nei rifiuti che provano ad estrarre dalle rovine qualunque cosa abbia del valore. Una comunità musulmana che risale a generazioni fa è stata cancellata.
Appena fuori del centro la gente si ferma a guardare a pezzi scuriti di terreno. Era il luogo dove 20 ragazzi musulmani sono erano stati portati da una scuola islamica e colpiti a morte con i machete, i corpi cosparsi di petrolio e dati alle fiamme. Tra le ceneri restano frammenti di ossa annerite e scarpe abbandonate.

Apparentemente Meiktila sembra calma ed ordinata. I soldati che si pensa dovessero essere meno visibili nella nuova Birmania, sono tornati nelle strade. Un coprifuoco notturno è rinforzato. Gli eventi di Meiktila hanno scosso il membro di Meiktila del Parlamento.
Win Htein è un uomo di provato coraggio, che ha passato venti anni in condizioni sconvolgenti in prigione per la sua fedeltà a Aung San Suu Kyi e alla Lega Nazionale per la Democrazia. Il già capitano dell’esercito ha visto tanta violenza, ma ancora scuote il capo incredulo a quello di cui è stato testimone lo scorso mese.
Ho visto otto ragazzi uccisi di fronte a me. Ho provato a fermare la folla, ho detto di andare a casa. Ma mi hanno minacciato e la polizia mi ha tirato via. La polizia non ha fatto nulla, non so perché. Forse perché mancano di esperienza, forse perché non sapevano quale ordine dare. In quel momento migliaia di persone cantavano. Quando qualcuno era ammazzato cantavano. E gridavano ‘hanno ucciso il nostro monaco ieri, dobbiamo ucciderli’. C’erano donne, monaci, giovani. Sono disgustato e mi vergogno.”

Circa il 30% della popolazione è musulmana. Erano importanti nella sua vita commerciale possedendo molti negozi. Ora la maggioranza di loro è stata mossa in massa in campi rudimentali dove sono guardati a vista dalla polizia armata. I tentativi fatti per entrar e parlare alle persone dislocate sono state rigettate con cortesia. Vedevamo l’aiuto delle agenzie internazionali che era dato ma le condizioni sembravano squallide, senza quasi nessun sanitario.
Cosa ha causato questa follia di rabbia e odio? E’ iniziata presso un’oreficeria di un commerciate musulmano nel centro cittadino il 20 di marzo. La gente ha detto che una coppia buddista era andata a vendere la propria gioielleria. C’era stata una discussione sul prezzo che è diventata uno scontro fisico. Poi un monaco buddista era stato attaccato ed era morto dopo nell’ospedale cittadino. Le notizie di quell’incidente sembra abbiano fatto scoppiare l’attacco di una folla inferocita verso i quartieri musulmani.
Ci sono differenti opinioni sulla spontaneità di questa violenza e se forze esterne ed organizzate abbiano giocato un ruolo. Ma quello che è certo è la paura viscerale ed il risentimento dei musulmani, apertamente espressa in questi giorni in tutta la Birmania. Si riferiscono a loro con il termine derogatorio di “kala”. L’esponente più famoso di quest’idea è un monaco di 45 anni a Mandalay, Ashin Wirathu. Imprigionato nel 2003 per aver incitato alla violenza contro i musulmani, fu rilasciato lo stesso anno come parte di un’amnistia più vasta per i prigionieri.
Organizzò le proteste nello stato Rakhine a sostegno dei buddisti, dove la violenza settaria scoppiò a giugno, e ha pubblicato discorsi che sono stai fortemente distribuiti dove presenta un disegno xenofobico da far paura del suo paese.
Ha accettato di essere intervistato presso il monastero Ma Soe Yein a Mandalay. Calmo e dal modo gentile di parlare, proietta un potente carisma ed i suoi seguaci sono tutti presi da lui.
Quando lo vidi era appena tornato da Rangoon dove era stato convocato dal governo ad un incontro di capi religiosi per allentare le tensioni della comunità. Così ha accettato di abbassare i toni dei suoi discorsi, mi dice. Ma la sua ostilità verso la minoranza musulmana che costituisce il 9% della popolazione sembrava la stessa.
Noi buddisti birmani siamo troppo docili, manchiamo di spirito patriottico. Loro, i musulmani, sono bravi negli affari, controllano i trasporti, le costruzioni. Ora stanno controllando i partiti politici. Se va avanti così, finiremo come l’Afghanistan o l’Indonesia”
Ashin Wirathu ha accumulato un certo numero di quello che lui chiama “prove” del male della comunità musulmana. Accusa gli uomini musulmani di violentare ripetutamente le donne buddiste, di indurre con la loro ricchezza le donne buddiste a sposarsi e di imprigionarle quindi a casa. Dice che la loro popolazione cresce rapidamente, ci stanno superando. Mi mostra un libro con una copertina lurida che disegna una donna buddista che è rannicchiata terrorizzata davanti ad un lupo gigante con la bava alla bocca. Poi offre un’allegoria rabbrividente.
Quando lasci che un seme di un albero cresca in una pagoda, all’inizio sembra così piccola. Ma sai che devi tagliarla prima che crescendo distrugga la costruzione.” Continua ad affermare di non aver giocato alcun ruolo nella violenza a Meiktila benché fosse lì. Ma non ha fermato di fare propaganda. Invita i buddisti di tutto il paese a boicottare i negozi musulmani.
I suoi seguaci distribuiscono ai commercianti buddisti gli adesivi con la scritta ‘969’ che simbolizza gli elementi di buddismo a Mandalay. Sono andato a Kyi Kyi Ma, un commerciante di case, per il mercato principale, e lei mi ha indicato con orgoglio quanti fossero gli adesivi che li identificavano come buddisti.
Una commerciante musulmana col capo coperto con un fazzoletto sedeva senza clienti. Parlando con un tono sommesso e nervoso della voce mi diceva che i suoi clienti erano diminuiti drammaticamente dalle violenze a Meiktila. “Sono una commerciante. Non voglio essere coinvolta in questo.” diceva la donna “Forse non piace loro il mio modo di vestire.”
La Birmania ha una lunga storia di sfiducia reciproca che è stata lasciata covare sotto la cenere e, a volte, è stata sfruttata sotto il regime militare. Ora è aperta, che si diffonde velocemente in un nuovo clima di libertà che si pesnava avrebbe spinto il paese in avanti verso un futuro migliore, più umano.

Jonathan Head, BBC