INDONESIA: La libertà di stampa tra bavagli e affari

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libertà di stampaIl Mohammad Mahfud, già giudice della corte costituzionale ha salutato con gioia la stampa libera indonesiana facendo notare la sua importanza nel chiedere al sistema giudiziario e al governo di rispondere ai cittadini. “Tra il legislativo, il giudiziario e il governativo solo la stampa ha successo.

Si può dire che la stampa si spinge nei casi fino alla massima apertura ed è capace di vincere sulle oligarchie.” dice il giudice molto famoso e possibile candidato a presidente.

Infatti aver ridato la libertà di stampa da parte del presidente dell’epoca Habibie, dopo la cacciata del presidente Suharto, è la più grande singola riforma che il paese ha mai vissuto. Si sono diffusi giornali, stazione televisive, portali di notizie ed il conseguente boom dei social media significa che i politici anno presto avuto ogni loro fisima analizzata da qualche parte. Ma non è affatto un quadro perfetto. Ci sono ancora leggi brutte nei codici e la proprietà dei media è virtualmente controllata da grandi gruppi dove contano considerazioni commerciali o politiche.

Il gruppo TVOne di Aburizal Bakrie è un canale di notizie da 24 ore al giorno con una copertura allegra del capo del Golkar, nonché magnate delle miniere e aspirante presidente. Metro TV, il più grande canale di informazione indonesiano è controllato dal politico e magnate Suhrya Paloh del partito NasDem. L’uomo di affari Chairul Tanjung che si presumi aspirare al posto da presidente, detiene un’operazione TransTV che trasmette notizie e intrattenimento. C’è anche il dominate sito di notizie Detik.com.
Hary Tanoesoedibjo è un operatore politico nonché imprenditore cinese che dirige il gruppo MNC che possiede radio, televisioni, siti web e si definisce il più grande gruppo dei media del paese. E’ allineato ora con il Hanura Party del generale Wiranto dell’era Suharto. Il relativamente piccolo Berita Satu Media Group che detiene JakartaGlobe in lingua inglese, oltre ad altri quotidiani e una televisione via cavo di notizie, è controllato da Lippo Group il cui presidente è il vice presidente del partito Golkar. Persino l’ostentato Kompas il più grande giornale indonesiano non è immune da influenze politiche e colorazioni commerciali.
In altre parole le pressioni politiche e commerciali sono un fatto quotidiano della vita nelle più grandi redazioni, ma lo è anche nel flusso costante dei social media e altre forme di media alternativi che mantengono i poteri sotto la lente poco confortevole del pubblico scrutinio.
Gruppi religiosi senz’altro conservatori, criminali locali e interessi potenti possono portare, di tanto in tanto, alla censura di programmi di intrattenimento e tenere quegli argomenti particolarmente scomodi fuori dal programma. Mentre i giornalisti indonesiani vanno avanti col lavoro con poche minacce dal governo, il pubblico in generale è ancora cullato da un governo conservatore che decide cosa vedere e sentire. La libertà di stampa è quindi sovente fisicamente minacciata e attaccata.

La cultura pubblica al di là dello stampato resta costretta dai meccanismi di governo che restringono la libertà di espressione in vari contesti come la censura su internet, il divieto di libri, film e proprietà dei media.
Incursioni più dure hanno coinvolto attacchi a giornalisti da membri del pubblico con conseguente epoca protezione o azione legale. Nel 2010 il cameraman di Sun TV Ridwan Saluman fu ucciso a bastonate dagli abitanti di un villaggio e tre accusati furono poi rilasciati. Banjir Ambarita, corrispondente del JakartaGlobe a Jayapura fu accoltellato e ferito da due uomini in motociletta nel 2011. Il giornalista di Metro TV Ariono Lingoto fu assassinato in circostanze sospette ma non si sa se la sua morte non sia legata alla sua professione. Quest’anno la giornalista televisiva incinta di Pasar TV Normila Sari Wahyuni fu attaccata da abitanti di un villaggio e perse così il bambino.
L’alleanza Indonesiana dei giornalisti indipendenti, AJI, ha osservato che tra dicembre 2011 e dicembre 2012 ci sono stati 56 casi di violenza contro i giornalisti contro i 49 dell’anno precedente, dei quali solo 7 sono stati indagati facendo così sorgere grandi preoccupazioni. La polizia era implicata in 11 casi, responsabili dl governo 13 casi e i militari in tre.

Reporters Without Borders nel 2013 pone l’Indonesia al 139° posto per la libertà di stampa, mentre la Thailandia è al 135, Malesia al 145, Filippine al 147 e Singapore al 149° posto. Laos e Vietnam si trovano al fondo della lista.
“L’indice della libertà di stampa da noi pubblicata non tiene conto direttamente del tipo di sistema politico ma è chiaro che le democrazie forniscono una protezione migliore perché danno libertà di produrre e far circolare notizie ed informazioni accurate di paesi dove i diritti umani sono violati” dice Deloire di Reporters Without Borders.
Televisioni, libri e film sono materiale licenzioso quando si tratta di difendere la moralità pubblica. Gli enti della censura indonesiana sono veloci nello sfocare una scollatura su Channel E e tagliare le scene migliori di Game of Thrones.

Un paternalismo spropositato significa che i bambini vendono e fumano sigarette in pubblico, che la militarizzazione è così glorificata che armi giocattolo sono tanto realistici da buttare giù un aeroporto e che le scene di sangue di morti o gente assassinata sulle prime pagine dei giornali raramente provocano qualche sdegno. Eppure gli adulti sono protetti dal vedere due maschi baciarsi sulla televisione.
Il centro asiatico di risorse legali ha riportato che nel 2009 l’Indonesia ha vietato cinque libri politicamente difficili su Timor Est e Papua. Nel 2010 Radio Eva Baru fu chiusa con la licenza che non è stata mai più rinnovata dopo che la Cina lamentò che le notizie in Mandarino erano troppo critiche degli abusi dei diritti umani in Cina. Egualmente rivoltante è una proposta di legge che creerebbe “il divieto di insulto al presidente” che vedrebbe i possibili colpevoli a cinque anni di carcere o una multa da 30 mila euro.

Se chiediamo all’ateo Alexander Aan se crede che sia protetta la libertà di espressione, forse risponderà di sì, ma per la paura di essere picchiato e ancora una volta processato. I sentimenti atei gli guadagnarono su Facebook il carcere per “incitamento all’odio religioso” in un preoccupante sviluppo in cui il contenuto online può essere perseguito.
In precedenza Aan era stato accusato di blasfemia e di aver persuaso gli altri ad abbracciare l’ateismo, ma poi queste accuse caddero in favore di accuse più serie. Infatti il linguaggio di “odio religioso” è più accettato a livello internazionale nella retorica dei diritti umani, dal momento che implica una comunità che soffre e guarda più alle “vittime” di Aan che alla sua coscienza. Invece la blasfemia e il persuadere gli altri ad abbracciare l’ateismo sono accuse chiaramente che violano i diritti umani.
L’Indonesia ha fatto passi avanti considerevoli in termini di libertà di comunicazione politica, ma i controlli della televisione e di internet tacitamente definiscono la moralità radicalizzando e delegittimando discorso ed immagini inappropriate. La libertà di espressione deve ancora raggiungere il suo pieno potenziale democratico quando il ministero delle comunicazione mette nella lista nera siti di notizie online con lo stesso zelo che usa per i siti porno. Le liste nere sembrano essere un argomento di azione individuale da parte dei fornitori di accesso che decidono se seguire le indicazioni ministeriali che indicano quei siti contenenti “materiale pornografico o negativo” da bloccare.
In un ambiente fortemente politicizzato persino il calcio è l’obiettivo di campagne politiche e messaggi a causa della convergenza di interessi della proprietà dei media. Il paese ha un’industria dei media estesa e diversificata ed alcuno degli interessi politici più potenti sono nei media, nella pubblicità e nel calcio. Bakrie per esempio possiede un campionato di calcio oltre ai suoi due canali televisivi e i tifosi riempiono a decine di migliaia gli stadi ad ogni partita.
Un articolo della Reuters del 28 maggio diceva che la vasta platea che raduna il calcio, con 12 milioni di spettatori negli stadi e 54 milioni di spettatori alla televisione, è un sogno gigantesco del politico poiché “controllare il calcio darà qualcosa in più in un paese di 240 milioni di persone”.
Infatti il presidente Yudhoyono e Bakrie hanno lottato per controllare il calcio nei due anni scorsi con la formazione di due campionati e forse un danno importante allo sport ora controverso e politicizzato.
Se una stampa rigogliosa deve ringraziare la libertà di stampa in Indonesia, cosa vuol significare se i media sono un luogo di conflitto per la costruzione del voto?
Lo stato della libertà di espressione ha bisogno di essere incoraggiato ma ha bisogno anche di critiche per non trascurare i suoi punti deboli specie mentre le nuove tecnologie e media sociali sono anch’essi sotto il tiro del controllo e della censura.
Lauren Gumbs