BIRMANIA: Il massacro ignorato della collina di Meikthila

comunità musulmana

comunità musulmanaLe ossa sono sparse in pezzi anneriti di terra per tutta la collina che sovrasta il collegio islamico distrutto che un tempo chiamavano casa.

Frammenti di teschi fracassati riposano sulla sommità della polvere. Una mandibola spezzata ospita metà dei denti. E tra i resti giacciono per terra le doghe di bambù appuntito che gli assalitori hanno usato per colpire decine di persone per terra prima di riempire i loro corpi ancora scalpitanti di benzina e dar loro fuoco.

Le folle di quella mattina di marzo erano di buddisti inferociti dall’uccisione di un monaco. Le vittime erano musulmani estranei a questo omicidio, studenti ed insegnanti di una prestigiosa scuola islamica nella Birmania Centrale che erano sul punto di essere salvati.

Nelle loro ultime ore di vita, era stata inviata la polizia per salvarli da una costruzione che bruciava circondati da una folla arrabbiata. E quando uscirono pieni di paura, con le mani a coprirsi la testa, dovettero solo andare verso i quattro camion della polizia che li attendeva. Non c’era da andare lontano, appena vicino alla collina.

Quello che accadde sul cammino fa parte di uno dei giorni più cupi della storia birmana da quando, due anni fa, i capi del periodo “civile” promisero l’alba di una nuova era democratica, un giorno in cui 36 giovani musulmani furono massacrati davanti agli occhi della polizia e delle autorità locali che non fecero nulla per fermarli.

E quello che successe da allora mostra solo quanto sia vuota la promessa di cambiamento per una minoranza religiosa negata che non ha ricevuto né protezione né giustizia.

Il presidente di questa nazione a maggioranza buddista non è mai giunto a Meikthila per piangere i morti o dare conforto ai vivi. Gli investigatori della polizia non hanno mai delimitato questa zona né hanno raccolto prove della carneficina lasciata dietro lungo queste pendenze. E nonostante i tanti video online che mostrano la folla pestare fino alla morte gli studenti per ridere quando le fiamme si sono elevate sui cadaveri, nessun sospetto è stato mai messo sotto accusa. I gruppi internazionali dicono che la mancanza di giustizia alimenta l’impunità nelle folle buddiste e prepara la strada per maggiore violenza. Riflette anche la realtà che nonostante la promessa di riforma, il potere resta concentrato nelle mani di una etnia birmana, un’elite buddista che domina tutte le branche del governo.

“Se esiste davvero il governo della legge, deve essere qualcosa che solo i buddisti possono godere.” dice Thida che ha perso suo marito nella carneficina di Meikthila. Come altri sopravvissuti non ha voluto essere identificata col suo nome per paura di una qualche “ricompensa” perché come dice “sappiamo che una cosa come la giustizia non esiste per i musulmani in Birmania”.

L’agenzia Associated Press ha raccolto la storia di quel massacro del 21 marzo dall’intervista di dieci testimoni, dei quali 7 sono dei sopravvissuti che sono stati intervistati lontano dalle loro case. Le loro testimonianze sono state verificate con i video presi da privati cittadini su cui ci sono data ed ora, riprese dei media, decine di foto, un’ispezione sul sito e l’informazione di rappresentanti locali.

Il giorno prima del massacro iniziò come al solito al Collegio Pubblico Islamico di Mingalar Zayone con una chiamata alla preghiera che si levava nell’oscurità dell’alba. Era mercoledì 20 marzo, e 120 studenti assonnati aprivano appena i loro occhi da un mare di materassi distesi per terra del loro vasto dormitorio. Sistemato dietro le mura del recinto modesto nel quartiere musulmano di Meikthila, il madrassa maschile attirava studenti di tutta la regione le cui famiglie speravano che i loro figli potessero diventare un giorno studiosi o religiosi islamici.

La scuola aveva un campo di calcio, una moschea e dieci insegnanti. Era anche conosciuta per la disciplina e l’isolamento, in cui il preside, un uomo rigido eppur gentile con una barba ispida, permetteva l’entrata di studenti esterni una volta la settimana. I musulmani costituiscono un terzo della popolazione di 10 mila abitanti di Meikthila, a confronto con una percentuale del 5% di musulmani in tutta la Birmania. Vivevano in pace con i buddisti.

I musulmani si sentivano nervosi dopo gli scontri dello stato Rakhine a giugno ed ottobre dello scorso anno in cui centinaia furono uccisi e almeno 140 mila furono cacciati dalle proprie case. In entrambi i momenti la scuola fu chiusa momentaneamente per precauzione.

I disordini colpivano i Rohingya musulmani che vivono da generazioni in Birmania ma sono percepiti da molti buddisti come immigrati illegali dal Bangladesh. L’odio è stato plasmato poi da una campagna guidata da monaci contro tutti i musulmani percepiti come nemici della cultura buddista. All’inizio della scuola il 20 di marzo, le dicerie degli studenti diventarono immediatamente un diverbio tra un mercante di oro ed un cliente buddista, cosa che attrasse una folla di persone che avrebbero distrutto e acceso il negozio. Quel pomeriggio molti uomini musulmani afferrarono un monaco su una motocicletta e lo bruciarono vivo. Le folle buddiste a loro volta distrussero col fuoco i negozi musulmani e quasi tutte le moschee della città.

A Mingalar Zayone alcuni docenti non si presentarono a scuola. Quindi le lezioni furono tutte sospese. Gli studenti corsero al dormitorio al secondo piano ad osservare dalle finestre presi dallo shock. Si innalzavano in aria nere e grigie colonne di fumo. Alcune ore dopo a cena, il pianto di un docente riempì l’aria della sala. La casa di famiglia era stata bruciata con i genitori bloccati dentro. Alcuni studenti respinsero il cibo. Mentre il sole si nascondeva nel cielo fosco, un amministratore del governo buddista giunse al cancello della scuola e prese da parte il preside.

“Devi fare uscire i tuoi studenti, devi nasconderti. La folla arriva, questa notte.” lo avvisa l’amministratore.

Alle preghiere del tramonto, il direttore disse a tutti di prendere le loro cose di valore, il denaro, le carte di identità per prepararsi ad andarsene. Chiese loro di togliersi il copricapo ed ogni altro abito che potesse identificarli come musulmani. Non disse mai perché, né era tenuto a dirlo. “se provano a distruggere questo luogo, faremo di tutto per fermarli. Ma qualunque cosa accada non vi lasceremo morire.”

Con l’oscurità, si infiltrarono in una giungla acquitrinosa di erba alta, Wat Hlan Taw, e le alte canne ingoiarono l’intero corpo dei rifugiati della scuola. Per lo più erano studenti e docenti, ma tra loro c’erano dieci donne con i loro piccoli e gente del posto troppo impaurita per restare nelle loro case. Si misero a sedere nel fango, senza dire una parola.

Presto sentirono la folla che si avvicinava, decine centinaia di voci, una cacofonia di minacce e di rabbia che si faceva più sonora ogni secondo che passava. Le voci erano ai cancelli della scuola, e poi dentro, che abbattevano le porte e distruggevano le finestre.

Nell’oscurità di Wat Hlan Taw, n docente di nome Shafee con dolori di stomaco si allungò verso la moglie e le strinse forte la mano. “Se ci scoprono sai che non potrò correre.”

“Non ti preoccupare” rispose sua moglie Thida con suo figlio di tre anni in braccio “Saremo insieme in ogni passo. Non ti lascerò mai”.

Col sopraggiungere della notte la madrassa fu tutta bruciata.

Alle 4 del mattino risuonavano i gong della preghiera buddista, e la folla cominciò ad illuminare con le torce Wat Hlan Taw. Alcuni buddisti lanciarono dei razzi con le fionde. “Uscite fuori Kalars!” gridavano usando una parola spregiativa per musulmani. Loro corsero verso un vicino recinto di un ricco musulmano, aprendosi un varco nella parete di bambù. La folla era a poca distanza. Thida udì un bambino gridare dietro di lei, uno studente che provava a chiamare la madre al cellulare. Aveva atteso troppi secondi prima di correre.

Con le prime luci dell’alba che si posavano su Mingalar Zayone, Koko, un giovane studente musulmano dalla corporatura grossa, si alzò a scrutare oltre le pareti di bambù e si sentì svenire. Uomini armati di machete e di mazze si preparavano per lo scontro là fuori. Centinaia si radunavano sulla strada dall’altra parte di una massicciata che ombreggiava il lato occidentale. La massicciata era sempre stata lì, ma ora sembrava stringerli dentro una fossa grande ed oppressiva da cui non potevano scappare. Koko sentì il sangue lasciare le sue guance, debole, non più un uomo. “Siamo in trappola, come degli animali.” pensò.

Alcuni studenti gridavano freneticamente aiuto, ai genitori, alla polizia. Alcuni cantavano ad alta voce. Alcuni erano alla ricerca di qualcosa che poteva aiutarli a difendersi.

Quando il parlamentare di opposizione Win Htein giunse alle 7,30, erano già disposti decine di poliziotti in assetto antisommossa. Le forze di sicurezza con fucili e scudi avevano formato delle linee per separare le orde buddiste dai musulmani. Win Htein vide il capo della polizia ed il commissario di distretto lì vicino, ed i corpi di due musulmani uccisi sul confine del Wat Hlan Taw. Nei seguenti 45 minuti osservò inorridito come folle di uomini diedero la caccia a cinque altri studenti nella boscaglia, uno ad uno, assassinati a colpi di accetta o a colpi di mazza alla luce del giorno.

Mentre gli ufficiali di polizia se ne stavano oziosi a poca distanza la folla sembrava echeggiare lo spettacolo dei gladiatori romani. “Devono essere cancellati” gridava una donna. “Uccideteli tutti” un altro. “Dobbiamo mostrare il coraggio birmano”.

Win Hteil si sentì nauseato. Voleva vomitare. In due decenni di prigione e tortura nel brutale regime militare birmano non aveva mai visto qualcosa di simile.

Quando provò a convincere qualcuno nella folla a risparmiare i musulmani, la folla cominciò a minacciarlo. Un uomo buddista gli domandò con amarezza: “Perché provi a proteggerli? Sei amante dei musulmani?” Un ufficiale suggerì a Win Htein di andarsene. Subito dopo, un monaco e quattro poliziotti si offrirono di scortare i musulmani intrappolati a piedi sui mezzi della polizia sulla sommità della massicciata. “Vi proteggeremo” disse un ufficiale “ma gli studenti devono smettere di cantare e devono lasciare le loro armi.” le pietre e i bastoni.

Mentre i docenti dibattevano sul cosa fare, capirono che non avevano più tempo. La folla agitava le loro mazze incendiarie contro le pareti del recinto. Il recinto era stato preso dal fuoco ed le fiamme arancioni ed il fumo nero avvolgevano l’aria.

Lentamente il gruppo emerse con le loro mani in testa, come prigionieri di guerra, guidati dalla polizia lungo un passaggio stretto, una lunga linea di persone disperate acquattate dalla paura. Quasi immediatamente furono lanciate contro di loro pietre dai residenti arrabbiati di una piccola comunità buddista che provava a bloccar loro il passaggio. Quello che ne seguì fu una prova di inferno, una corsa ad ostacoli che aveva le proprie regole macabre: Non scappare o ti inseguiranno; non cadere o potrai tornare più indietro. Non fermati o puoi morire.

La polizia sparò vari colpi in aria, ma la folla attaccò comunque. Un insegnate fu colpito e cadde per terra, calpestato dalla stessa corsa degli studenti impauriti che gli spinsero la faccia nella polvere. Koko vide un amico colpito in fronte con un’ascia. Quando provò a confrontarsi, cinque uomini armati di coltelli lo portarono via.

La folla allora attaccò Koko con i machete alle spalle infliggendogli tagli lunghi nella carne alle sue spalle. Con la maglia fradicia di sangue cadde a terra svenuto. Un ufficiale colpito accidentalmente in viso da una pietra sparò l’uomo ad una gamba. Il rumore svegliò Koko che comprese di essere stato considerato morto e si alzò per raggiungere il gruppo.

Mentre si muovevano dentro il vicinato buddista sul percorso verso i mezzi della polizia, la polizia ordinò ai musulmani di acquattarsi.

La folla li scherniva e li schiaffeggiava. Molte donne furono costrette ad inchinare il capo e mettere le mani assieme secondo la modalità dei buddisti. E secondo le testimonianze raccolte da Medici per i Diritti Umani, li costrinsero a mangiare maiale, proibito ai musulmani. Un altro uomo lanciò sulla testa di uno studente il tubo di scappamento di una moto, un altro lo colpì con una catena di motocicletta. Un terzo lo pugnalò in petto.

“Non uccideteli qui” gridò un monaco “I loro fantasmi si aggireranno per questo luogo. Uccideteli per la strada.” I monaci dissero che la polizia doveva raccogliere le donne ed i bambini e lasciarli andare per primi. Quando Thida rifiutò di abbandonare suo marito, un uomo schiaffeggiò l’uomo in faccia e li separarono con la forza. Un altro uomo che conosceva provò ad afferrare il figlio di tre anni. “Lascialo stare, lo allatto ancora al seno” gridò tirandosi via. Allora l’uomo prese il ragazzo di nove anni ma lo lasciò andare, disgustato, quando il ragazzo si mise a piangere.

Nella confusione, una donna buddista in fretta chiamò le due ragazze di Thida verso casa sua per proteggerle, in un atto di gentilezza. Dopo alcuni giorni Thida potè ritrovarle, senza ferite.

Mentre Thida ed altre dieci donne salivano la collina, la polizia antisommossa respingeva la folla armata di bastoni con le mani aperte. Un video rivisto da AP registra un uomo che prova a dissuadere una folla che dice: “Non fate questo. Sono bambini dopo tutto”.

Ma la violenza continuò.

La folla che ancora ripuliva Wat Hlan Taw costrinse un magro studente Ayut Kahn ad uscire in una radura. Almeno due persone differenti catturarono la scena in cui il ragazzo veniva colpito 24 volte da nove persone con machete insanguinati e lunghi bastoni. Cinque colpi li inferse un monaco. “Guardate! Guardate!” gridava un buddista dal terrapieno mentre lo studente era ucciso. “La polizia sta andando lì ma non fa nulla”.

L’ultima volta che Thida vide suo marito stava provando a salire la collina dove attendeva in ansia a fianco della polizia. Due insegnanti erano al suo fianco con le braccia che lo tenevano. La folla riempì il terrapieno tra di loro. Il volto di Shafee si impallidì. Non guardò mai verso la collina, esausto, senza forze e privo di fiducia. Thida poteva solo udire le grida di odio. “Uccidete il Kalar. Non lasciatene uno vivo” “Ripulite tutto. Sono delle cose sporche.”

Un po’ più giù alcuni studenti provarono a scappare, ma la folla li raggiunse.

Qualcuno colpì sulla faccia con un bambù Abu Bakar, un ragazzo di 14 anni. Qualcun altro tagliò le gambe di Naeem con le asce. Un altro uccise Arif, il maestro che aveva pianto la notte prima. La polizia rimase su entrambi i lati della collina a guardare, immobile. Quando un ragazzo che sedeva con loro al fondo della salita provò ad alzare lo sguardo, un ufficiale lo schiaffeggiò gridandogli: “Abbassa gli occhi!”

Un monaco impazzito agitava una bandiera buddista dai tanti colori gridando a più non posso di fermarsi. “Non è questo il modo per i buddisti”. La folla indietreggiò un po’ ma la polizia lasciò dietro i feriti.

Un video di quei momenti che seguirono mostra sette uomini musulmani piegati al suolo sotto una massa di alberi della pioggia. Le facce di almeno tre di loro sono coperti di sangue. Un uomo in giacca verde si abbatte col un bambù contro un ferito con tutta la sua forza. L’immagine si sposta ad un altro gruppo di tre uomini, uno dei quali è Shafee che giace con la faccia al suolo, che si tira le gambe verso lo stomaco. “Allora vuoi combattere?” dice una voce che ride.

Un video granuloso girato subito dopo mostra le fiamme che salgono da una catasta di 12 copri nello stesso posto, mentre gli astanti si allontanano da un corpo in fumo che rotola giù lungo la collina. Un altro video mostra la gente compiaciuta.

A Thida non restava che sentire la puzza della carne umana che brucia. Stringendo la gamba di un ufficiale di polizia che le stava al fianco chiese: “Fratello, per favore .. cosa succederà a noi?”

“Sta zitta donna. Tieni la testa giù. Non sai che anche tu puoi morire qui?”

In tutta la carneficina, giunsero varie decine di poliziotti per scortare i musulmani restanti alla collina e caricarli sui camion. Mentre si allontanavano Koko sapeva che non sarebbe più tornato a Meikthila. “Non resta nulla delle nostre vite qui” disse a se stesso. “C’è solo Allah.”

La polizia condusse i sopravvissuti ad una stazione di polizia dove fu offerto loro acqua e da parte di un ufficiale almeno le scuse.

Tra tutti i 120 musulmani sopravvissuti c’erano 90 studenti e quattro professori. Restarono vari giorni presso a stazione di polizia prima di essere spediti su un bus ad un’altra città per riunirsi con le famiglie. Furono 32 gli studenti uccisi insieme a quattro professori secondo il preside che controllò il nome dei morti e li confrontò con le famiglie ed i testimoni.

Il capo della sicurezza nella regione, colonnello Aung Kyaw Moe, che ordinò le operazioni di salvataggio, disse che “dieci o quindici” erano moti lungo il tragitto. Ma il video ottenuto da AP, girato da un testimone sconosciuto in giro per l’area dopo gli omicidi, contraddice questa affermazione. Due vieo da soli mostrano almeno 28 persone uccise, cadaveri anneriti che alzano le braccia ed i pugni al cielo; uno è stato persino decapitato. Quando le persone che filmano passano vicino ad un cadavere s sente una voce chiedere: “E’ un bambino?” L’altra voce ridendo dice: “Noè solo corto”.

 

La polizia presente quel giorno era la sola ad avere pistole e fucili che non avrebbero avuto rivali contro i machete portati dalla folla. Ma mentre salvavano cento musulmani non fermarono il massacro di altre decine.

“La pensavano in due modi differenti. Potevamo vederlo. Alcuni provarono ad aiutarci ma alla fine tutti ci hanno visto morire.” dice il preside della scuola. Win Htein, il parlamentare, diceva che c’erano due spiegazioni. “O la polizia non ebbe alcun ordine dall’alto di sparare, o ricevettero l’ordine di non fare nulla.”

Il capo della sicurezza Aung Kyao Moe insisteva nel dire di aver ricevuto istruzioni di sparare. Ma la polizia non sparò perché così “avrebbero fatto arrabbiare la folla e reso peggiore la situazione.”

Disse che sebbene ci fossero duecento poliziotti nell’area la folla li superava in numero e i “musulmani morivano perché alcuni di loro provavano a scappare”.

“Si sparsero e le nostre forze non riuscivano a seguirli. Dovevano curarsi del resto delle persone che custodivano… Sulla linea del fronte alcune cose non si possono spiegare.” dice il colonnello che nella lunga intervista si dice soddisfatto per il lavoro fatto dalla polizia. Durante l’intervista comunque il colonnello diceva più volte, in uno stato agitato, che non era appropriato chiedere i dettagli poiché “non state scrivendo un romanzo, o facendo un film…. non c’è bisogno che lo sappiate”.

Le prime persone ad essere perseguite per le violenze a Meikthila non sono stati quelli della folla buddista, ma i musulmani. Il giorno 11 aprile una corte ha condannato il padrone del negozio di oro e due suoi impiegati a 14 anni di carcere per rapina e per aver causato grandi pericoli alle persone. Il 2 maggio la stessa corte condannò sette musulmani a varie condanne da due anni all’ergastolo per il loro ruolo nell’omicidio del monaco.

Il 28 di giugno un uomo buddista fu condannato per l’omicidio di un musulmano in un’altra parte di Meikthila a sette anni di carcere secondo l’accusa Nyant Myint che disse che 14 buddisti erano stati accusati ed erano sotto processo per gli omicidi di Meikthila, alcuni per omicidio ma nessuno condannato. La giustizia “è una questione di tempi” disse. “Le corti procedono con processi e non hanno pregiudizio contro alcuno”

Aung Kyat Moe disse che tutti gli arrestati erano residenti di Meikthila senza dare altri dettagli. Nessuno della polizia è stato mai sgridato. Un simile andamento della giustizia è andato avanti in altri casi.

Dopo che folle di buddisti bruciarono vari villaggi nella città centrale di Okkan ad Aprile, il primo condannato fu una donna musulmana accusata di aver iniziato ad insultare la religione, gettando per terra la scodella di un monaco novizio. La donna disse che era stato un atto casuale.

Dopo che una folla buddista distrusse la cittadina orientale di Lashio a maggio, bruciando vari negozi musulmani, il primo condannato fu un uomo musulmano che le autorità accusano di aver iniziato gli scontri gettando del carburante su una donna e dandole fuoco. Un musulmano fu ucciso ma nessuno è stato condannato.

Dopo il massacro a Meikthila, i cadaveri furono lasciati marcire per qualche giorno prima che il governo inviasse i lavoratori a raccoglierli anche con camion dei rifiuti. I resti furono portati al cimitero di Meikthila dove furono bruciati di nuovo in una buca di terra rossa con gasolio e ruote di macchina, abbandonati ai cani randagi.

Le autorità dicono che non riconsegnarono i cadaveri ai familiari perché erano troppo malridotti per il riconoscimento, ma i familiari lamentano che non è stato mai chiesto loro nulla e non è stato mai data loro la possibilità di seppellire i propri cari secondo i riti dell’Islam. Nessuna famiglia ha osato fare visita al cimitero o ritornare sul luogo del massacro.

L’umore del quartiere è ancora ostile nei confronti degli stranieri. I giornalisti di AP che visitarono l’area incontrarono gli sguardi muti dei residenti. Una donna a piedi nudi che lavava le robe vicino ad un pozzo dove era stata abbandonata una catasta di cadaveri diceva di non sapere cosa fosse avvenuto quel giorno che non era lì. Un suo conoscente alzò lo sguardo e disse: “Digli cosa ha cominciato il tutto. Digli del negoziante di oro, il monaco ucciso”.

Ma la donna, dando uno sguardo veloce verso la collina scosse il capo e disse che quelle ossa non significavano nulla per lei.

Il preside della scuola tira fuori un foglio di carta azzurro dal suo portafoglio, dove ci sono i nomi, l’età e i luoghi di nascita scritti a mano di chi è morto. A preoccuparlo per lo più non è la decisione che prese di portare i suoi studenti a Wat Hlan Taw, o gli incubi che da allora lo attanagliano. E’ che quelli uccisi sarebbero potuti essere salvati. La maggioranza di quelli pestati a sangue non sono morti immediatamente, dice.

“Se fosse sopraggiunto qualcuno ad aiutarli persino allora, a respingere la folla, a prenderli e portali all’ospedale, sarebbero potuti sopravvivere” dice.

Molti dei 90 studenti sopravvissuti mantengono un basso profilo non testimoniano per paura della vendetta. Sogna di radunarli di nuovo e ricostruire la scuola da un’altra parte, ma anche lui ha troppa paura che la violenza settaria possa scoppiare di nuovo per dire dove e quando ricostruirla.

“Dove sta la sicurezza in Birmania? Chi ci proteggerà?”

Il 2 marzo il preside invitava gli studenti a non rispondere alla violenza. “La prossima volta ci difenderemo poiché sappiamo che nessun altro lo farà per noi” dice con calma.

Associated Press, http://asiancorrespondent.com/110325/massacre-of-muslims-in-burma-ignored/