FILIPPINE: La devastazione fisica ed umana di Tacloban

cambiamento climatico dopo il tifone yolanda

Tacloban è la città all’apparenza più devastata dal supertifone Yolanda che si teme abbia ucciso oltre 10 mila persone nelle Filippine. In essa tanti dei suoi sopravvissuti si aggiravano per le strade alla ricerca di qualcosa da mangiare, nel pieno dei detriti e cadaveri mentre folle impazzite saccheggiavano i convogli degli aiuti.

A due giorni da uno dei più potenti tifoni della storia la sopravvivenza detta tattiche disperate creando così nuovi orrori.

Alla periferia di questa città, circondata da tre lati dal mare con 220 mila abitanti dove si è abbattuto uno tsunami che ha abbattuto tanti edifici, Edwardo Gualberto inciampa per caso su dei cadaveri mentre saccheggia quello che resta di una casa. Vestito con pantaloncini da pallavolo, il padre di quattro figli e consigliere di un distretto del municipio di Tacloban si scusa per il modo in cui veste e per stare depredando dei morti.

“Sono una persona decente ma sono tre giorni che non si mangia e faccio cose vergognose per sopravvivere” dice l’uomo mentre scava alla ricerca di alimenti in scatola nei detriti ed in mezzo alle mosche che volano sui cadaveri. “Non abbiamo acqua, non abbiamo da mangiare ed altro per sopravvivere”.

Dopo una mezza giornata ha riempito una busta con varie cose essenziali dal riso, ai saponi, a prodotti in scatola, biscotti, candele, birra. “il tifone ci ha strappato la nostra dignità ma ho ancora la mia famiglia per fortuna.”

In altre parti della città di Tacloban altri sopravvissuti usano mezzi più aggressivi mentre approfittano dell’assenza di sicurezza creata quando la polizia cittadina o per lo meno una sua maggioranza non si è presentata al lavoro dopo il tifone.

Come Gualberto, in tanti non hanno mangiato per giorni e le autorità hanno dovuto ammettere che erano impossibilitate a far giungere aiuti a sufficienza nella città. Tanti hanno penetrato i negozi che avevano resistito alla furia del tifone rompendo i vetri con la forza e facendosi largo tra le porte di acciaio.

Un commerciante di carne ha uscito la propria pistola per prevenire che una folla si facesse strada nel proprio negozio. Semplicemente lo hanno ignorato e il negozio è stato saccheggiato. L’uomo se ne è stato in silenzio agitando la pistola e gridando. Quando ha capito che tutto era perso li ha maledetti ed è andato via.

Lì vicino la proprietaria di un negozio di dolci descrive il saccheggio diffuso come “anarchia”. “Non c’è nessun poliziotto, i beni di prima necessità arrivano troppo a rilento. La gente è sporca, affamata e assetata. Ancora qualche giorno e cominceranno ad ammazzarsi”

“E’ una vergogna. Siamo colpiti da una catastrofe e ora il nostro negozio è finito. Saccheggiato. Posso capire che prendano ciò che c’è per mangiare e da bere, lo prendano. Ma i televisori? Le lavatrici?”

Il presidente della Croce Rossa Filippina, Richard Gordon, ha descritto alcuni degli assalitori come criminali dopo che uno dei convogli della sua organizzazione è stato saccheggiato prima di giungere a Tacloban.

Tanti giovani, donne, bambini si aggirano senza meta e senza sosta lungo le strade piene di auto capovolte, linee elettriche cadute, con le mani al naso per la puzza di morte.

Un gruppo di militari ha cominciato a raccogliere i cadaveri ma il lavoro che fanno è immane.

“Ci sono sei camion che girano per la città a raccogliere cadaveri ma non è sufficiente.” racconta uno degli autisti mentre si aggira per la città. “Ci sono corpi dappertutto e non c’è abbastanza personale per raccoglierli”.

Tanti sopravvissuti si avvicinano ai giornalisti, che si aggirano, consegnando loro lettere e chiedendo loro di contattare i propri familiari e comunicare la loro sorte.

Tanti hanno ferite sul volto e zoppicano e tutti hanno storie di orrore difficile da immaginare.

“Le onde immense continuavano a venire tirandoci fuori nelle strade e cancellando le nostre case” dice una donna di 27 anni alle agenzie, vicino allo stadio sul lungomare che è resistito al tifone e che è il luogo dove migliaia di persone si sono rifugiate. “Mio marito ci ha legati tutti a ssieme, ma ci siamo trovati separati tra le macerie. Ho visto tante persone affogare, gridare e finire sotto…Non ho trovato mio marito”. (Therappler.com)

Il racconto di Rupert Ambil di Rappler.com che è giunto con un aereo militare a Tacloban.

“Essendo cresciuto nella regione, riesco a riconoscere appena Tacloban. E’ come una città che è finita sotto un bulldozer e mi trovo in un momento ed un luogo differenti. Ho visto la devastazione, ho odorato la morte. Temo l’anarchia.

I rappresentanti del governo all’aeroporto erano confusi e colpiti come i cittadini. Non avevano idea da dove cominciare. I beni di aiuto da Manila scomparivano all’istante. Lo stesso aeroporto è stato quasi cancellato. Non vedendo alcun veicolo abbiamo deciso di camminare verso il comune della città. E’ stata la camminata di tre ore più dolorosa della mia vita. Passavamo vicino ai cadaveri. Ho rimosso macerie e alberi caduti. Tanti si sono avvicinati alla ricerca di qualcosa da mangiare o per un aiuto. Chiunque abbia incontrato c’era almeno un parente morto quell’otto di novembre, quando il supertifone Yolanda si è abbattuto su questa cittadina costiera.

Pochissime le costruzioni rimaste in piedi. Ho guardato dappertutto ed ho visto solo ciò che è rimasto di una cittadina serena lungo la costa. Alimenti e acqua potabile finiti. La gente è presa dal panico che è un eufemismo. Alcuni hanno cominciato ad entrare nei negozi e nelle case rimaste per trovare da mangiare, elettrodomestici o qualunque cosa che aiutasse a sopravvivere.

Nel mezzo del caos e del dolore ognuno bada a se stesso.

Mi sono diretto ad un ospedale che è stato anche danneggiato dal tifone. L’entrata era piena di morti. Medici ed infermieri potevano fare poco, avendo finito le medicine per aiutare i feriti. Mentre uscivo dall’ospedale una donna è spinta dentro pronta per partorire.

Durante il mio lavoro sono stato testimone di tanti disastri. Ma non ho mai visto qualcosa così straziante come questo che vedo ora. E cosa succede nelle parti lontane della città? E le cittadine della costa dell’isola di Leyte? Ho paura di quello che potrò vedere nei prossimi giorni. C’è una scarna apparenza di governo. A causa dell’interruzione delle linee di comunicazione e dell’interruzione delle strade con i paesi vicini, è duro far giungere gli aiuti ed ancora più duro identificare le aree che hanno maggiore bisogno.

I rappresentanti del governo hanno appena istituito i centri operativi. Si sistemano le tende per ospitare i lavoratori che aiuteranno negli sforzi insieme al personale medico che può mettere su laboratori mobili.

Il ministro degli affari sociali dice che la gente sostiene che qui l’acqua è salita di cinque metri. “Le case sono state devastate del tutto, una distruzione totale”. La città ha bisogno di tutto, coperte, materassi, abiti asciutti, acqua alimenti. Ed i senza casa dove staranno?

Per stanotte i morti continueranno a giacere per le strade di Tacloban e quelli lasciatisi dietro proveranno a trovare un rifugio e a raccogliere tutto quello che Yolanda ha lasciato loro.