SUDESTASIATICO: La moderna schiavitù di Hong Kong

schiavitù ad hong kong

Erwiana Sulistyaningsih, lavoratrice domestica indonesiana, si è lasciato un incubo alle spalle quando è partita da Hong Kong lo scorso venerdì. Otto mesi di continui pestaggi da parte del suo datore di lavoro l’avevano completamente sfigurata al punto da essere, giovane ventitreenne, appena riconoscibile. Un viso scarno e butterato con denti scheggiati avevano preso il posto dei tratti fini di ragazzina. I piedi, bruciati dall’acqua bollente, erano neri con ferite aperte.

E’ un altro maledetto caso di abusi che le lavoratrici domestiche si trovano di fronte ad Hong Kong. Le cameriere straniere sono state fin dagli anni 70 un tratto distintivo della vita della città quando l’economia cittadina cominciò a crescere vertiginosamente. Le donne locali entravano nel mercato del lavoro in grande scala e si ingaggiavano lavoratrici domestiche dalle Filippine, e poi, Indonesia e Thailandia per tenere in ordine le case.

Dopo decenni di sudore nei confini anonimi dei condomini elevati, i lavoratori domestici che ora sono circa 300 mila, fanno sentire la propria voce con più efficacia e fanno campagna per migliori condizioni di lavoro, paghe più alte e il diritto di una residenza permanente.

E’ vero che le protezioni legali ad Hong kong sono migliori che nel Medio Oriente e negli altri paesi dell’Asia Orientale che sono più grandi mercati per lavoratori domestici esteri di quanto lo siano Singapore, Malesia, Arabia Saudita e Emirati. Ma cionondimeno sono vulnerabili e spesso senza difesa di fronte ai disastri.

Un’indagine del 2012 di Mission for Migrant Workers trovò che il 18% dei lavoratori domestici migranti nella città avevano subito violenze fisiche. La cameriera indonesiana Kartika Puspitasari divenne la scorsa estate una celebrità quando furono resi pubblici i suoi due anni di torture per mano di una coppia sadica. La rivelazione della tragedia di Erwiana getta ancora una volta una luce sconfortante sul trattamento dei lavoratori domestici.

Erwiana, impossibilitata a camminare quando giunse a casa, ebbe bisogno di un aiutante in casa che incontrò all’aeroporto internazionale di Hong Kong. Cinque giorni dopo il suo arrivo è ancora in ospedale ma suo zio Shomat dice alla rivista Time che sta migliorando: “Eravamo scioccati e provavamo dolore nel vederla in quelle condizioni.”

Se ha fortuna Erwiana avrà giustizia. La famiglia dice che sono determinati nel voler cercare l’azione legale contro i suoi datori di lavoro, ed il governo indonesiano ha promesso di fornirle un avvocato. Altri indonesiani forse non avranno mai avere questo. Un rapporto di Amnesty International di novembre indicava gli indonesiani come particolarmente vulnerabili ad Hong Kong. Diversamente dalle donne filippine, l’altro gruppo di lavoratrici domestiche, le indonesiane devono trovare lavoro attraverso le agenzie di reclutamento che devono provvedere addestramento, sistemare i contratti e curare il loro visto. Comunque Amnesty scoprì che le agenzie non rappresentavano adeguatamente gli interessi delle donne.

Ina, una lavoratrice domestica indonesiana, fu svegliata bruscamente e cacciata di casa dal suo datore di lavoro una notte. “Ho passato la notte a piangere nell’entrata el condominio. Ero così sorpresa”.

Prima di andarsene le fu fatto firmare un documento che non riusciva a comprendere. La mattina si recò al solo posto che riusciva a pensare, l’agenzia che l’aveva reclutata. Lì le spiegarono che aveva rinunciato con quella firma al suo salario arretrato e al viaggio aereo di ritorno. Ma invece di darle consiglio di come portare il caso in tribunale, la rimproverarono ricordando che doveva loro ancora del denaro.

“Da quel momento le donne sono imbrogliate e costrette a firmare per un lavoro ad Hong Kong, intrappolate in un ciclo di sfruttamento con casi che si possono chiamare schiavitù moderna” dice Norma Kang Muico, autrice del rapporto di Amnesty.

E’ il debito lo strumento principale con cui le agenzie controllano fermamente i loro lavoratori. Le donne sono costrette a dover restituire somme fortemente ingigantite che potrebbero raggiungere un valore di cinque volte la paga salariale mensile, oltre la somma massima legale fissata da Hong Kong e Giacarta, per l’addestramento ed altri servizi, mediante la deduzione di somme dai loro salari finché non viene ripagato il debito.

In risposta al numero sempre crescente di violenze il governo indonesiano, che conosce molto bene il valore delle rimesse dei suoi lavoratori all’estero sull’economia, ha offerto un piano per esportare lavoratori con abilità come cuochi, cameriere, infermiere, assistenti dal 2017 in poi. Suppone che questi lavoratori sarebbero meno vulnerabili allo sfruttamento di donne senza esperienza che costituiscono la maggioranza dei lavoratori domestici.

Comunque, Eni Lestari, presidente della International Migrant Alliace ad Hong Kong sostiene che questo programma non dovrebbe portare cambiamenti, dal momento che le agenzie saranno sempre a gestire i nuovi programmi di addestramento. “Il governo vuole esportare la voratori ma non lo vogliono fare con le proprie forze così danno il lavoro ad altri”

Per assicurarsi di essere ripagati le agenzie insistono che che i lavoratori siano sottoposti a situazioni difficili. Questo è accaduto ad Ina ed Erwiana che hanno fatto chiamate esaurite sui loro abusi. Anche se il contratto per qualche ragione è concluso, è una situazione comunque buona per l’agenzia. Dal momento che la legge di Hong Kong permette ai lavoratori domestici di stare senza lavoro per un massimo di due settimane le donne sono costrette a tornare dalle agenzie per avere un nuovo contratto.

Vari comitati dell’ONU hanno chiesto ad Hong Kong a rivedere o rigettare la restrizione di due settimane, come pure la legge che impone alle lavoratrici domestiche di vivere con i loro datori di lavoro che è considerata come uno strumento che mette le donne nel rischio di violenze fisiche, sessuali ed emotive. Ma Hong Kong afferma di voler così tutelare il proprio elettorato, i datori di lavoro locale. Dice che cameriere opportuniste abbandonano i datori di lavoro di cui non sono soddisfatti dando loro il grattacapo di dover trovare una nuova cameriera come pure per ulteriori costi che un contratto pone.

Presso la Bethune House, un’organizzazione che da rifugio e consigli legali ai lavoratori domestici con problemi, Esther Bangcawayan ascolta le nuove donne e le loro storie di abusi ormai giornalmente.

“Tra i datori di lavoro si fa un pensiero che ‘Ho comprato la mia lavoratrice domestica e voglio sfruttarla al massimo’. La gente deve capire che le persone sono persone, non merci”.

Per Lijas, WORLD.TIME