Alla ricerca del Tadtarin, l’emigrazione filippina ad Hong Kong

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Alla ricerca del Tadtarin in Hong Kong

Questo è l’arcipelago filippino proprio qui, 7 mila isole condensate in pochi metri quadrati.

In un’umida domenica pomeriggio, i differenti accenti regionali si proclamano ad alta voce, dai toni caldi del cebuano e i ritmi staccato dello ilocano al tagalog pieno di consonanti.
Prima, nell’emergere in Statue Square, proprio a Central, nel distretto degli affari di Hong Kong, ho visto branchi di filippine, il filippino una merce rara, che occupavano i marciapiedi e le panchine di cemento ma non ancora con i numeri ad indicare la loro formidabile presenza nella città.

alla ricerca del tadtarin

E’ stato solo quando ho attraversato la strada dentro la lobby dell’atrio del palazzo del Hongkong Shiangai Banking Corporation che ho cominciato ad avere la sensazione di quanto fossero grandi e sparsi questi raggruppamenti domenicali. Ogni metro quadro dello spazio cavernoso è occupato da una filippina. Il mormorio di infinite conversazioni riempe l’aria.

Come avrebbe detto poi Betty Taylor Escolta, il raggruppamento risuonava come una congregazione immensa di stormi. Ed è una immagine idonea, perché le donne filippine, come per tutti i lavoratori all’estero, indipendentemente della loro etnia, sono tutte uccelli migratori in cerca di un paradiso dove è possibile trovare il cibo ed il lavoro.

Ma è stato solo quando ho incontrato Betty che sono diventati più chiari e vividi la dimensione e, più importante ancora, i sentimenti duraturi della diaspora filippina ad Hong Kong, una presenza che i lavoratori manifestano nel loro giorno libero, un rimprovero gentile ai modi ordinati, efficienti e differentemente dimessi che devono osservare gli altri sei giorni della settimana

Betty è una cebuana vivace ed eloquente, residente da tanto tempo di Hong Kong, una giornalista che ha scritto intensamente sulla vita dei filippini qui. Ha firmato innumerevoli articoli e tre libri, l’ultimo Pinoy Abroad.

Dopo avermi invitato ad un’anatra alla pechinese in un ristorante, stranamente chiamato Un americano a Wan Chai, ci aggiriamo tra le stradine commerciali che segnano la vecchia parte di Central, un ritorno nei giorni in cui la città aveva l’aria improvvisata di un mercato di fine settimana.

La folla, il mercanteggiare, i furti mi ricordano Divisoria. Ma appena abbiamo attraversato la strada e ci siamo immersi nel vortice del Worldwide Plaza, noto che ci si sente come se siamo alla processione del Nazareno Nero che si tiene ogni gennaio nel vecchio distretto di Quiapo, dove lo scontro dell’umanità di tutte le forme e dimensioni non induce al panico, solo la volontà di essere trasportato in una direzione, poi in un’altra, dai movimenti simile a maree che periodicamente sorgono nelle folle. (dopo scopro che è la stessa immagine che Betty ebbe la prima volta che attraversò questo stesso mare).

Una donna filippina vicino a me che per caso ascolta la mia osservazione annuisce. Aggiungo poi che i pochi uomini lì presenti devono sentirsi privilegiati, al che non solo annuisce ma lancia un grande sorriso.

tadtarin

Devo tenermi stretto a Betty mentre manovriamo per la nostra strada se non voglio perdermi in questo mare di corpi e ho qualche difficoltà, anche grande, a trovarla, la mia guida in questo raduno settimanale di cameriere di ogni domenica mattina, dentro fuori e attorno Statue Square. La densità è la più alta lungo il corridoio dei piccoli negozi aperti la domenica.

Il flusso si fa appena più facile nelle intersezioni, dove un qualche spazio di respiro si trova non per quanto sperato, dove è del tutto possibile e talvolta necessario cambiare direzione nel mezzo della corrente.

Le donne sono dappertutto: ai venditori di carte telefoniche, ai negozi del cambio, ai ristorantini, agli agitatori di folla che lanciano discorsi di fuoco a piccole ma attente assemblee, ma la maggioranza di queste donne filippine si radunano in gruppi per condividere il mangiare, le chiacchiere, le fotografie o kodakan, e tenere conversazioni telefoniche con le persone amate attraverso l’arcipelago ad est di questo posto.

Buona cosa, mi dico, che non è il festival del tadtarin, dove le donne regnano supreme al punto di escludere anche con violenza i corpi maschili. In una delle storie più grandi di Nick Joaquin, Summer Solstice, ambientata nella metà del diciannovesimo secolo, Don Paeng ha seguito la moglie Dona Lupeng alla cappella dove si tiene il rituale del Tadtarin.

Il signore arrogante è contrariato dal fatto che la sua moglie compiacente ha impulsivamente preso parte a questo rituale antico che pone la donna al centro e in fronte e che attacca i frati e la religione patriarcale, e tutte le idee paranoiche e ipocrite sulla sessualità che hanno portato con sè dalla Spagna dell’Inquisizione.

Joaquin sistema la scena con maestria mettendo a contrasto devozioni ugualmente ferventi ma fortemente differenti nel giorno quando il regno del sole è il più lungo, segnalando nel contempo l’inizio della fine mentre il ciclo cambia verso notti più lunghe. Una festa è quella di San Giovanni Battista (il principio maschile, o Yang, il principio), e l’altro del Tadtarin (il principio femminile, o Yin).

Joaquin descrive entrambi: “il biondo, eroico San Giovanni: molto maschio, molto arrogante: il signore dell’estate davvero; il signore della luce e del calore – eretto e divinamente virile sulla terra prona e femmina” mentre Tadtarin è semplicemente “una piccola donna vecchia con i capelli bianchi” che cammina “con calma dignità nel mezzo del tumulto femminile, una bacchetta in una mano, un mazzo di piantine nell’altra.”

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La storia avanza verso il suo potente epilogo quando Don Paeng si lascia andare alla forza della natura che la sua normalmente placida moglie è diventata ed intona ‘Che ti adoro che ti adoro. Che tu sia l’aria che respiro e che la terra che tu lavori è santa per me. Che sono il tuo cane, il tuo schiavo…’ Ma ancora non era abbastanza. Con i pugni di lei erano ancora chiusi gridò: ‘Allora vieni e striscia sul pavimento, e baciami i piedi’.

Disteso sul pavimento, “alzò le sue mani e afferrò i suoi bianchi piedi e li baciò selvaggio – baciò il dorso, la pianta e la delicata caviglia – mentre lei si mordeva le labbra e si contorceva dalle pene sul davanzale, il corpo disteso e scosso da orribili fremiti, il capo gettato all’indietro e i suoi capelli sciolti che pendevano dalla finestra- fluidi e neri nella notte bianca quando la luna grande splendeva come un sole e l’aria secca si accendeva in fulmini e il puro calore bruciava dell’immensa febbre del mezzogiorno”.

Questo non sta per accadere al Worldwide Plaza anche se il pomeriggio brucia col suo intenso calore.
Presenti dappertutto ad Hong Kong, e tuttavia, molto più dei filippini negli USA, la donna filippina è largamente invisibile in termini di rappresentazione ufficiale.

Secondo Betty la pubblicità del governo che pretende di mostrare i volti reali di Hong Kong omette deliberatamente quelli delle donne filippine. Non solo sono donne, ma persino di una razza e classe differente. Lì ma non là. Né viste né sentite. Sono i nostri fiori che appassiscono ogni giorno perché possiamo vivere. L’ironia è che fino a non troppo tempo fa la situazione era proprio capovolta. Amah di Hong Kong venivano con regolarità a Manila in cerca di lavoro in quelle famiglie filippine che potevano permettersi di assumere lavoratori all’estero, quasi come uno stato simbolico se non altro.

Le organizzazioni non profit di Hong Kong che si battono per le lavoratrici filippine hanno sempre gli scaffali colmi di casi. In modo chiaro ci sono leggi che danno delle protezioni ai lavoratori domestici stranieri, ma Betty sottolinea che “è sempre una battaglia sfavorevole” quando una lavoratrice domestica accusa un datore di lavoro di violenza sia sessuale che fisica o per il semplice non pagamento del salario. I racconti delle pene sono un luogo comune e tanti, e li abbiamo tutti quanti ascoltati.

Se si dovesse seguire la predominante composizione femminile di questa particolare diaspora (ci sono 200 mila lavoratori stranieri in questa ex colonia britannica), il peso dei filippini all’estero che mandano soldi a casa giace sempre di più sulle spalle delle donne. Tuttavia, in modo diverso dalle donne del Tadtarin, non hanno quasi parola in come il governo patriarcale le tratta. La maggioranza non avrebbe voluta essere lì se non fosse stato per le circostanze economiche al di là del loro controllo.

Mi venne in mente che se le filippine in Hong Kong avessero agito coesivamente come una forza sociale e politica, avrebbero potuto, a volerlo, paralizzare la maggioranza significativa delle famiglie della Colonia. Mentre ciò non accadere nell’immediato, di certo hanno una parola nel come condurre la loro vita personale.

Lasciarsi alle spalle una terra, un grembo culturale, come chiunque l’ha fatto può attestare, è un rito ambivalente di passaggio, le cui caratteristiche più ovvie sono un desiderare melanconico e anche colpa, ma può anche essere liberante. Un passato oppressivo si può cambiare, anche dimenticato, senza nessuno dei legacci familiari, o della tradizione e religione, l’emigrante è libero di esprimersi, di praticare quegli aspetti nascosti di sé che non avrebbe mai osato mostrare.

Di certo quello è ciò che un buon numero di donne filippine hanno fatto con la loro sessualità. Hanno scoperto o audacemente rivelato la loro singolarità. Sapendo questo di sé, forse anno paura di manifestarlo in un ambiente eterodosso e cattolico in cui sono cresciute, in cui l’icona ultima è la Vergine Maria, subordinata alle divinità maschili e che storicamente ha soppiantato la pre-ispanica babaylan (katolonan in tagalog), il potente sciamano che agiva da guaritore, da divinatore del destino, il legame col mondo dello spirito per il villaggio.

Il Babaylan era spesso donna, ed anche quei maschi che lo impersonavano erano conosciuti come travestiti. E la così moderna società filippina permette ai maschi gay un qualche spazio – tutti si trovano a proprio agio con il parrucchiere o l’uomo di moda bakla per esempio- ma diventa estremamente restrittiva quando le donne segnalano la loro preferenza sessuale per lo stesso sesso. Non c’è da meravigliarsi allora che le lesbiche nell’arcipelago sono per lo più nascoste.

L’altra ragione per le donne filippine che cercano donne filippine per amore e per sentirsi a proprio agio è che molti uomini hanno abusato dei loro privilegi. Il racconto della donna fedele che manda i soldi nelle isole per mantenere lui e i figli è fin troppo familiare per ulteriori esempi illustrativi. Quello che spesso rimane fuori nel racconto di simili casi comunque è quando la donna ripudia il suo ruolo convenzionale volgendosi ad una donna nella ricerca di amore. Nessuna minaccia è così efficace per il patriarcato quanto il desiderio femminile scomparso, come lo vedono, errato, che minaccia i ruoli bene definiti di moglie, madre, di colei che mantiene la casa. Quando osserva i propri limiti è adorata. Quando non lo fa, è rigettata.

Un amico giornalista mi inviò un articolo dal titolo “Gay in Asia: Costruire comunità. Nuova casa, nuovi inizi”, scritto nel 2004 da G. Fowler. Fowler scrive di una donna chiamata Irene “sola e lontana da casa, soffriva di una serie di relazioni a lunga distanza con uomini filippini. ‘non volevo innamorarmi di nuovo. Credevo che nessuno mi avrebbe trattato seriamente’ ricordava ‘ ma poi arrivò Louie’”

Irene, una segretaria legale di 35 anni, non si è mai definita lesbica. Negli anni del college aveva rifiutato una proposta romantica di una amica. Tuttavia oggi si sta costruendo un futuro con Louie, una domestica filippina anch’essa emigrata dalle filippine in cerca di lavoro auto confessa tomboy. ‘ Wui sei libera. Non devi preoccuparti di quello che il vicino può dire” confessa Irene.

Fowler continua: “Le donne spesso modellano la propria relazione in base a quello che sanno dalle Filippine, con i tomboy come Louie che assumono l’apparenza fisica del macho e le responsabilità dell’uomo. ‘ Louie crede che è un uomo’ spiega Irene”

“Come migliaia di altre cameriere ad Hong Kong Irene e la sua partner passano la loro domenica libera nel distretto commerciale della città. Lì emerge la vasta cultura lesbica. Decine di tomboy in jeans, magliette maschili e capelli a spazzola si accampano per le strade con i loro vicini.”

Quello che Fawler descrisse nel 2004 è anche vero nel 2010. Non solo nelle vicinanze del Statue Square, dove a dispetto delle chiassose transazioni commerciali, del baccano e di qualche fervente discorso, l’atmosfera emotiva era completamente tollerante, ma anche sulla metropolitana.

Quella domenica, sul percorso verso e da la stazione Central, le vetture della metropolitana erano ancor più colme di filippine, la solitudine non appartiene alla maggioranza dei filippini, non credo di aver visto una filippina da sola. Così i raggruppamenti erano privi di nota. L’intento di godersi questa giornata era palpabile, si potevano udire risate allegre a basso tono sui piani per la giornata, e le numerose chiamate telefoniche che avvenivano. C’erano anche giovani indonesiane con i loro copricapo, marcatamente più sottomesse delle amiche filippine.

Potevo vedere le coppie mascoline, i tomboys, il nome molto familiare sin dalla fanciullezza, con la loro principale stretta, rilassata, casuale nel loro vestire decisamente mascolino.

Appoggiata contro la portiera di un’auto c’era una coppia bella, forse ventenni, vestiti in modo simile con canottiera, magliette e pantaloni neri.

Con i capelli pieni di gel e con l’identico taglio, avevano le braccia l’una attorno all’altra che si strofinavano, ignari degli altri avventori della metropolitana che a loro volta non prestavano loro attenzione.

Il tadtarin era vivo e in forma quella domenica pomeriggio

Gli articoli sono di Luis H Francia, scrittore e giornalista filippino residente a New York e sono stati tratti da Inquirer Global Nation.

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