Alternativa tragica dei matrimoni costretti delle ragazze Rohingya

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Una alternativa tragica si presenta alle famiglie Rohingya che vivono nei superaffollati campi profughi del Bangladesh e che cercano un futuro per le figlie.

Restare nello squallido campo senza alcuna speranza di futuro, a morire di fame e fatte sentire un peso oppure scappare rischiando di morire, rischiando gli stupri e il traffico di schiavi per raggiungere un marito chela figlia non ha mai incontrato prima.

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(AFP)

Come racconta un articolo su FM del AFP, mentre le condizioni materiali dei campi profughi peggiorano e cresce la possibilità di essere deportati in un’isola del Bangladesh a rischio inondazione, molti genitori provano ad accasare le proprie figlie a uomini sconosciuti in Malesia, conosciuti con i mezzi dei media sociali a disposizione.

“I miei genitori continuavano a chiedermi di trovare un modo per raggiungere la Malesia, perché continuando a stare con loro ero solo un’altra bocca da sfamare” racconta Jannat Ara che era una dei sette figli da sfamare con 50 chili di riso al mese. Ora è sposata a Nur Alam, un uomo Rohingya conosciuto in una telefonata che vive nella capitale malese, Kuala Lumpur.

Il viaggio che decise di intraprendere per incontrare il suo marito sconosciuto è quello di tanti apolidi Rohingya che come lei finiscono in uno dei tanti pescherecci a largo del golfo del Bengala.

Il suo viaggio particolare però non riuscì ad entrare in Malesia ma fu respinto in mare e dopo tante morti e mesi in mare la giovane ritornò in Bangladesh.

I matrimoni costretti fanno parte delle tradizioni Rohingya e le promesse di matrimonio internazionali o i matrimoni virtuali diventano una soluzione nelle condizioni disperate di un campo profughi.

Una delle tante, Somuda Begum era considerata troppo in avanti in età nonostante i suoi 18 anni.

“I miei genitori non riuscivano a fare il mio matrimonio perché il mio vecchio padre aveva pochissimi soldi per pagare il matrimonio. E pensò che sarebbe stato meglio mandarmi in Malesia” dice la ragazza a AFP.

Il matrimonio iniziò quando le mostrarono la foto del suo futuro marito e poi la diedero in sposa in una videochat alla presenza dei genitori di lei, di un imam nella stessa baracca della famiglia e il fidanzato in video con gli amici.

“Mi sentivo male quando mia madre ed i vicini dicevano che ero troppo vecchia. Non avevo ragioni di dire no. E nel mio profondo ero un po’ felice perché avrei cominciato la mia propria famiglia lontana da questo caos” dice la ragazza che era una degli undici figli.

Il padre la consegnò ad un mediatore che gli promise di portarla per 350 dollari in Malesia, dove però non arrivò mai. Per due mesi rimase in balia del mare in un peschereccio per essere poi ripresi dalla guardia costiera del Bangladesh che li salvò.

“Pensavamo che avrebbe avuto una vita migliore ma furono sforzi inutili. Ed i soldi non ci furono ridati indietro” dice il padre.

Purtroppo nei campi le famiglie sono facilmente ingannate da papponi e trafficanti di persone.

“Le condizioni in Bangladesh peggiorano, ci sono più restrizioni di movimento, maggiore sovraffollamento” dice a AFP Chris Lewa di Arakan Project che segue i viaggi della disperazione dei Rohingya.

In Malesia invece ci sono centomila Rohingya registrati presso l’ONU ma a loro è negata la cittadinanza, è vietato lavorare ed hanno poche possibilità di essere assimilati. Quando lavorano i maschi hanno lavori a bassa paga da clandestini nell’edilizia.

Nonostante siano musulmani come la maggioranza dei Malesi, sono oggetto di discriminazione e violenza e hanno poche possibilità di futuro o di posizione sociale.

“E’ molto difficile trovare una moglie in Malesia. Loro non vogliono sposarci” spiega Mahumudul Hasson Rashid, un Rohingya scappato in Malesia da cinque anni.

Proprio questa situazione alimenta la richiesta di donne e ragazze Rohingya dai campi profughi del Bangladesh.

Molti di loro, Rohingya soli in Malesia, pagano fino a tremila dollari per organizzare unioni e far giungere clandestinamente donne sia via terra che via mare.

“Abbiamo paura ma non ci sono altre vie, altre opzioni perché non abbiamo passaporti” dice Rashid.

Che il viaggio è una peripezia pericolosa lo sanno anche le ragazze che decidono di imbarcarsi nel viaggio per unirsi allo sposo promesso.

Un’altra diciottenne Rohingya Janu racconta che il matrimonio fu messo su dai genitori ma lei scelse anche volontariamente di iniziare una nuova vita nonostante i pericoli.

La storia di Janu è quella ascoltata tante volte di tanti e tante finite nel traffico umano.

Dopo un viaggio di 200 giorni perché la Malesia non concedeva loro di sbarcare, fu presa in ostaggio dai mercanti di schiavi che l’avrebbero rilasciata solo se ci fossero stati altri pagamenti extra.

“Il capitano della nave disse a mio marito che se non avesse dato soldi, mi avrebbero torturata ed uccisa e poi gettata in mare”

Alla fine insieme a tanti altri fu scaricata insieme agli altri come da un container in un’isola dell’Indonesia ed insieme ad altri 300 si trova in un campo di rifugiati nella città di Lhokseumawe nella speranza di poter attraversare prima o poi il mare ed andare in Malesia.

Il promesso sposo però può solo mandarle del denaro quando può ma “non pensa di venire qui per me”.

Anche le donne della comunità Rohingya malese sono in una situazione difficile e sono vulnerabili, anche quando riescono a raggiungere la loro destinazione, come sostiene Glorene Das della ONG Tenaganita che lavora con migranti e rifugiati,

L’abuso domestico è certamente una preoccupazione perché le donne hanno pochi diritti e poco accesso all’aiuto esterno.

“Abbiamo trovato casi di matrimoni costretti e matrimoni di bambini, secondo la decisione dei genitori.” dice Glorene Das.

Una ragazza di 18 anni Amerah era stata promessa in sposa dai suoi genitori a suo marito, muratore in Malesia, conosciuto quando lei aveva sei anni.

AFP

“Poiché il matrimonio era stato organizzato dai genitori accettai. Non possiamo andare oltre l’opinione dei genitori. Non ho incontrato mio marito da quando ci vedemmo che eravamo bambini” dice la ragazza che racconta come il corteggiamento sia avvenuto via una chat.

Anche il suo viaggio dura mesi e mesi per terminare su un’isola indonesiana dove sono tutti abbandonati dai loro trafficanti passando da un campo profughi ad un altro.

“Non so quando mi sposerò. Non faccio quasi nulla qui. Seguirò qualunque cosa mi vien detta di fare”

Liberamente tradotta da Frontier Myanmar (Storia e foto AFP)

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