Ancora violente repressioni a Maungdaw vietata ai giornalisti

Listen to this article

Due soldati birmani sono rimasti uccisi in un assalto a Maungdaw vietata ai giornalisti, nel villaggio di Gwanson, da parte di 500 Rohingya armati di coltelli, lance e qualche arma. In risposta le truppe birmane hanno attaccato con elicotteri le foreste dense attorno dove i Rohingya si sono rifugiati nella parte settentrionale dello stato Rakhine vicino al confine con il Bangladesh. Sarebbero morti 25 Rohingya.

La regione di Maungdaw è ancora chiusa ai giornalisti, cosa che rende difficile comprendere la scala degli attacchi.

Un’auto della polizia con cinque persone a bordo è saltata per il passaggio di una mina su un ponte senza però avere perdite umane.

La zona di Maungdaw si trova sotto stretto controllo militare da quando, il 9 ottobre scorso, alcuni posti di confine birmani furono attaccati da alcune centinaia di Rohingya. Da allora varie denunce di violenze dei militari contro la popolazione Rohingya hanno parlato di un centinaio di persone uccise, di uomini picchiati in carcere e di donne stuprate nelle zone interdette ai giornalisti e agli aiuti umanitari.

La giornalista del MyanmarTimes che denunciò lo stupro delle donne Rohingya è stata poi licenziata dal giornale su pressione dell’Ufficio della Presidenza della Repubblica.

In precedenza una delegazione di diplomatici occidentali hanno invitato il consigliere speciale Aung San Suu Kyi, capo di fatto del governo, a fare indagini indipendenti sulle violenze, invito finora non accettato e spostato al Comitato dello Stato Rakhine o alla commissione guidata da Kofi Annan formatasi in agosto.

Il portavoce della Suu Kyi, U Zaw Htay, ha invece detto che gli ultimi attacchi si erano resi necessari per continuare ad arrestare e colpire il gruppo responsabile degli attacchi del 9 ottobre nel rispetto dei diritti umani della popolazione. I diplomatici occidentali però hanno fatto sapere di conoscere bene la storia delle forze armate birmane, del pochissimo addestramento che hanno delle popolazioni.

Un professore Rohingya in pensione Mohamed Sultan ha detto, per telefono, di aver sentito da alcuni studenti che i loro villaggi sono stati incendiati e che loro si erano rifugiati nelle risaie circostanti.

Human Rights Watch nel frattempo ha mostrato immagini satellitari prese ad ottobre e a novembre in cui si mostra l’estensione degli incendi dei villaggi Rohingya.

Molti della sicurezza e molti militanti Rohingya hanno mostrato meraviglia su come si sia evoluta la situazione e la tattica degli attacchi che sono mirati alle forze di sicurezza, stazioni di polizia e alcune bombe sui bordi delle strade, in un quadro però di una situazione molto tesa tra la sicurezza birmana e la popolazione Rohingya.

Poiché non è possibile finora un’indagine indipendente, c’è da prendere con le pinze la dichiarazione del governo di accusa di due piccoli gruppi come Aqa Mul Mujahidin e la Rohingya Solidarity Organization.

“Nuove immagini satellitari non solo confermano la distruzione diffusa dei villaggi Rohingya ma mostrano che è molto più grande di quanto si pensava all’inizio” ha detto Brad Adams di HRW. “Le autorità birmane devono immediatamente creare un’indagine assistita dall’ONU come primo passo verso l’assicurazione della giustizia e sicurezza per le vittime.”

HRW ha identificato 430 costruzioni distrutte, grandi coperture di alberi distrutte nel distretto settentrionale di Maungdaw in tre differenti villaggi.

Zaw Htaw ha detto a RFA che saranno fatte indagini in merito ma che ai soldati è stato raccomandato di aderire a tre linee guida come avere molta cura nel portare avanti l’operazione, lavorare secondo la legge ed evitare di commettere violazioni di diritti umani.

Il problema, secondo HRW, è che le forze di sicurezza mantengono le zone in isolamento e non riferiscono al governo quello che realmente accade. “Le autorità hanno bisogno di permettere all’ONU ai media e alle associazione dei diritti un accesso completo all’area per determinare quello che realmente è accaduto e cosa bisogna fare”.

Il nord dello stato Rakhine nel 2012 fu teatro di violenze settarie che crearono oltre centomila sfollati, in maggioranza Rohingya, che sono ancora tenuti in campi di internamento in condizioni di apartheid.

Secondo un capo comunità, come scrive NYT, la situazione ora è ancora peggiore rispetto al passato. “Allora era violenza settaria tra due gruppi: Rohingya e buddisti Rakhine. Questa è ora la repressione diretta del governo” dice Mohamed Saed.

Mentre il governo accusa la radicalizzazione islamista la causa degli attacchi scorsi, in molti credono che al centro ora sia la proposta del governo di distruggere tutte le strutture costruite illegalmente, tra le quali 2500 case, 600 negozi, decine di moschee e 30 scuole.

“Questo significa dover ridurre la popolazione Rohingya e spingerli oltre la frontiera verso il Bangladesh.” dice Kyaw Min, un Rohingya del Partito della Democrazia e dei diritti umani.

D’altronde la politica del governo dell’Arakan verso i Rohingya, una popolazione di un milione di persone che costituisce il 90% della popolazione del Rakhine settentrionale, è chiara e precisa. I Rohingya non sono altro che Bengalesi, cittadini del Bangladesh intrufolatisi negli anni nella Birmania occidentale.

In conseguenza degli attacchi del 9 ottobre scorso la zona di Kyikanpyin è stata completamente militarizzata, mancano gli alimenti, duro coprifuoco di notte.

Ci sono altre denunce di donne Rohingya stuprate da soldati accampati in una scuola di Pyoung Pai il cui capo villaggio per telefono ha detto:

“Gli abitanti sono stati fatti radunare nelle risaie, ma alle tre ragazze è stato detto di restare in casa con la madre. Alla donna, prima dello stupro, è stato detto di uscire. Poi ho visto i militari entrare dentro.”

I militari ovviamente dicono che sia impossibile violentar le donne Rohingya perché sono “molto sporche”, come ha detto Aung Win alla BBC inglese.

Scrrive Jonah Fisher della BBC:

“Non vi è un accesso indipendente ai media nello stato settentrionale Rakhine, quindi bisogna leggere criticamente i resoconti ufficiali.

Se si deve credere alla versione delle forze armatesi deve accettare che uomini Rohingya armati di soli bastoni e machete abbiano attaccato i soldati armati di fucili. Si deve accettare l’idea che i Rohingya stiano accendendo le loro case rendendosi senza casa intenzionalmente. I media stali riportano che i Rohingya hanno acceso 130 case domenica per “causare incomprensione e tensione” ed aver aiuto internazionale.

Quello che dicono i media sociali Rohingya è molto differente. Lo si deve vedere anche criticamente perché i Rohingya avrebbero esagerato le atrocità subite.

Le immagini ed i video mostrano donne e bambini morti e gente che fugge dalle case in fiamme mentre in cielo volteggiano gli elicotteri da guerra. Alcune sono certamente immagini genuine.

Le forze armate sono controllate dai loro generali e non al presidente di fatto Aung San Suu Kyi.

Lei però è troppo silenziosa ed ha finora rifiutato le richieste dei diplomatici di indagini indipendenti credibili sui fatti”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ottimizzato da Optimole