Apolidi Bajau Laut e migranti economici nel Sabah malese

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Quando hanno demolito un insediamento degli apolidi Bajau Laut a Sabah, è ritornata alla ribalta la questione della apolidia nel Borneo Malese e i militanti dei diritti hanno minacciato di marciare sul parlamento per chiedere il riconoscimento delle comunità marginali nello stato di Sabah.

Le autorità sono finite sotto critiche feroci all’inizio di giugno quando si diffuse un video in cui personale in uniforme distruggeva le case di legno e ne bruciava altre per cancellare le presunte colonie abusive sulle isole a largo di Semporna sulla costa orientale di Sabah.

Gli attivisti per i diritti hanno denunciato i duri trattamenti, tra cui la distruzione delle coltivazioni dei Bajau Laut, famosi per essere esperti subacquei in grado di trattenere il respiro sott’acqua per più di 10 minuti, una caratteristica condivisa da comunità affini che vivono nelle vicine Filippine e in Indonesia.

Il gruppo degli zingari del mare non ha un rifugio ora.

“Molti di loro si sono dispersi e vivono all’aperto da allora. Alcuni sono andati a Semporna, altri si sono trasferiti nei villaggi vicini”, ha detto a SCMP Mukmin Nantang, fondatore del gruppo per i diritti Borneo Komrad.

“Alcuni hanno scelto di stare sugli affioramenti rocciosi sulla spiaggia e chi aveva delle opportunità è riuscito a costruirsi tetti di fortuna per ripararsi dalla pioggia, e chi non ha nulla sta all’aria aperta”.

Tanti altri potrebbero subire altri sfratti che per Mukmin sono inaccettabili per l’assenza di aiuti governativi a favore di un gruppo privo di documenti e di istruzione a causa della loro vita da nomadi di mare.

“Non si sa quando accadrà ma potrebbe essere in qualunque momento” dice Mukmin che è stato accusato di sedizione per aver posto il problema nel suo gruppo di media sociali.

“Se non si trova una soluzione, possiamo andare davanti al parlamento. Se continuano con gli sfratti di certo che ci andremo”.

Le autorità statali dicono che da anni si dibattono con l’arrivo di migranti economici dalle vicine Filippine e anche dall’Indonesia che sfruttano i confini costieri porosi lunghi oltre 2000 chilometri.

Di fronte alla costa orientale di Sabah c’è il mare di Sulu, una inquieta via d’acqua dove sono attivi gruppi militanti filippini legati all’IS e a Abu Sayaff che nel passato hanno fatto rapimenti a scopo estorsivo contro gli stranieri.

La ministra del turismo Christina Liew ha addotto ai media del posto la necessità della demolizione dell’insediamento di Bajau Laut a Semprona a causa di questioni di sicurezza in seguito a varie attività criminali transfrontaliere e a sparatorie nelle aree circostanti.

La ministra in seguito ha anche detto che alcuni dei Bajau Laut avevano bruciato le proprie case quando la polizia era assente per far diventare virale il video e attirare le simpatie e l’attenzione della gente della rete.

Il primo ministro di Sabah Hajiji Noor poi ha detto che il governo considererà di aiutare la comunità colpita a ricollocarsi altrove, suscitando però il risentimento in questa area povera e remota per la presunta attenzione speciale data agli emigranti illegali.

Gli apolidi Bajau Laut secondo i militanti non sono emigranti ed esistono da generazioni ben prima della nascita della federazione malese oltre 60 anni fa e meritano di avere la cittadinanza.

Il gruppo Pusat Komas ha affermato che il caso dello sfratto dei Bajau Laut dimostra che i governi federale e statale si sono “lavati le mani” della questione dell’apolidia nel Sabah, dove si stima che siano privi di documenti oltre un milione di persone secondo le stime del governo e dei gruppi della società civile.

“E’ una questione che non aiuta politicamente ed il governo riesce solo a cacciare le comunità, a distruggere gli insediamenti. Ma la domanda vera è dove andranno a finire i Bajau Laut?” dice Jerald Soseph di Pusat Komas.

Joseph Sipalan, SCMP

Gli apolidi Bajau Laut nell’esperienza di un migrante economico

Da piccolo mi sentivo fuori luogo. I miei genitori erano dei migranti economici, come tanti nell’asilo, e avevano abbandonato i luoghi familiari di Sabah per andare nel vicino Brunei per un lavoro pagato bene negli ospedali del regno.

Avemmo la casa in un enclave destinato al personale straniero e le loro famiglie. Si stava abbastanza bene nella nostra vita di classe media.

La mia esperienza di solo cittadino di Sabah in una classe maschile fu anche qualcos’altro. Ero l’obiettivo regolare della gente del posto, ed ogni volta che rispondevo, ero il solo ad essere fustigato nell’ufficio del preside per cattivo comportamento.

Non ho mai compreso perché avessi su di me un bersaglio sulla schiena fino all’età di otto anni.

L’intera classe doveva stare seduta durante gli studi islamici, dove la maggioranza dei ragazzi islamici imparava gli insegnamenti del profeta dall’insegnante islamico, ustaz, mentre noi non musulmani imparavamo la scrittura Jawi.

Mentre continuava la lezione l’insegnante islamico improvvisamente dichiarò: “e ragazzi, quella è la ragione per cui non diventate kafir, miscredente, come Joseph”.

abitazioni degli apolidi bajau laut nel a largo di Sabah
mare delle Sulawesi foto reuters

Fu una consapevolezza agghiacciante per un bambino che voleva inserirsi e farsi degli amici: sono un estraneo indesiderato.

Per un po’ il bullismo peggiorò e feci altre visite nell’ufficio del preside per il mio cattivo comportamento. Quando finii la scuola primaria, la famiglia decise di ritornare a Sabah.

Le cose migliorarono ed io trovai accettazione e amici duraturi, e tutto ciò che avevo vissuto nella mia prima gioventù divenne solo un ricordo lontano.

Da giovane che iniziava a studiare giornalismo, interagivo con individui diversi di diversa estrazione sociale. Intervistavo contadini poveri che non riuscivano a sopravvivere vendendo i loro prodotti al mercato, parlavo con capitani di industria e politici che promettevano un miglior futuro a tutti.

Una lamentela comune però continuava a presentarsi in tanti contatti ed era l’arrivo di migranti illegali nello stato.

“Liberateci solo di questi pilaks” era il motivo tra la gente che incontravo, i quali usavano un termine spregiativo che mirava agli emigrati economici delle vicine Filippine.

Sentendomi a mio agio dove ero, nella patria dove finalmente ero accettato come “uno di noi”, iniziai a pensare che davvero avremmo dovuto deportare tutta questa gente e riprenderci i nostri diritti di nativi.

Non mi rendevo conto di quanto fosse diventata distorta la mia mentalità fino a quando non dovtti seguire un’operazione autorizzata dallo Stato per abbattere quelle che il governo descriveva pubblicamente come colonie abusive popolate da “immigrati illegali”.

Pensavo sarebbe stato eccitante vedere con i propri occhi i nostri grandi difensori fare il proprio lavoro di salvare il paese da questa gente di passaggio.

Quello che vidi però furono solo decine di famiglie che si nascondevano per la paura dell’arresto, genitori che chiedevano pietà, che lasciavano le case, le loro cose e ancora più importante i propri figli da soli.

Vidi lo stesso trattamento che avevo vissuto io, amplificato ancor di più dal fatto che questa gente non aveva un posto dove andare.

Mi fece stare male sin nelle viscere. Quasi due decenni dopo rivediamo la stessa cosa accadere con gli sfratti degli apolidi Bajau Laut da varie isole di fronte a Semporna sulla costa orientale di Sabah.

Non sono qui per discutere di tutte le argomentazioni legali o di sicurezza che il governo ha usato per giustificare la sua repressione.

Non sono in grado di affrontare le complesse questioni dell’apolidia nel Sabah, ma sono costretto a chiedermi: se non riusciamo a mostrare compassione verso i nostri simili, cosa rivela questo della nostra società?

Joseph Sipalan, SCMP

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