Arrestato generale Jovito Palparan nelle Filippine a Manila

Listen to this article

Jovito Palparan, soprannominato il macellaio da tanti militanti democratici e di sinistra per la sua storia di grandi violazioni di diritti umani, è stato arrestato a Manila, a Santa Mesa dove si stava nascondendo ultimamente, un’area vicina alla zona del palazzo presidenziale,.

A rintracciarlo ed arrestarlo è stato un gruppo di lavoro misto tra agenti del National Bureau of Investigation e l’intelligence dei militari, dopo 3 anni di ricerche e alcuni tentativi andati a vuoto. Sembra che nell’isola di Mindanao dove è stato anche avvistato abbia lavorato per alcune aziende locali come responsabile della sicurezza.

E’ apparso, al momento dell’arresto, un uomo provato sia fisicamente che psicologicamente, la cui unica preoccupazione è quella di non finire nelle mani del “nemico”, la guerriglia del NPA.

L’accusa, che gli è valso il mandato di arresto, dopo che aveva provato a fuggire all’estero dall’aeroporto di Clark, è di aver comandato la scomparsa di due militanti e studenti democratici Sherlyn Cadapan and Karen Empeño in 2006, prima rapite e torturate in una base militare e poi fatte scomparire. E’ un’accusa che Palparan nega fermamente sebbene ci siano testimoni oculari pronti a confermarlo.

Il portavoce presidenziale Lacierda ha dichiarato: “ la lunga mano della legge ha infine raggiunto il Signor Palparan”, ricordando la promessa di Aquino nel diventare presidente di migliorare la storia delle violazioni dei diritti umani nelle Filippine. Sulla testa del generale, che per tre anni è stato parlamentare, c’è una taglia da 2 milioni di peso, tra le più alte nelle Filippine. “Il presidente Aquino ha promesso che chi evade la legge sarà trovato. Quella promessa di catturare Palparan oggi è stata soddisfatta.”

La scomparsa di Sherlyn Cadapan e Karen Empeño in 2006 si ha nella regione di Luzon Centrale e di lì a poco Palparan è andato in pensione dopo un servizio di 33 anni nelle forze armate filippine, dove si fa conoscere ben presto per il suo zelo anticomunista e per le sue pratiche sbrigative così encomiate dalla presidente Arroyo.

Si fa conoscere bene nelle Visaya Orientali dove è accusato dai militanti e dalla sinistra di tanti crimini contro i civili, di sequestri, di scomparse forzate, di omicidi di militanti.

Palparan all’arresto ha dichiarato di voler andare in tribunale a rispondere delle accuse, le sole su cui sono state rintracciate prove a sufficienza per poterlo arrestare.

Il gruppo dei diritti umani di Karapatan ha accusato nel 2006 Palparan di almeno 800 casi documentati di scomparse forzate ed omicidi extragiudiziali nelle Filippine.

Benché si sia felici di questo arresto che per certi versi era nell’aria, non bisogna dimenticare che la situazione dei diritti umani è ancora grave nel paese. L’omicidio di Frate Tentorio a Mindanao, la scomparsa di Jonas Burgos, quello di tanti giornalisti di piccole stazioni radiofoniche, lo stesso massacro di Maguindanao gridano ancora vendetta e giustizia. Sebbene Aquino abbia fatto approvare la legge sulle scomparse forzate, la situazione resta tanto grave che le Filippine sono state dichiarate uno dei posti più a rischio per i giornalisti al mondo, ed è un posto dove la vita di un giornalista costa ancora poco e l’impunità regna sovrana, che piaccia o meno a Noynoy Aquino.

Su chi è Palparan si può leggere questo rapporto.

http://in.reuters.com/article/2014/08/12/philippines-rights-idINKBN0GC0CC20140812

http://asiancorrespondent.com/125686/fugitive-ex-philippines-general-nabbed-over-kidnappings/

Condannato Jovito Palparan, una luce di speranza nella giustizia filippina

La condanna di Jovito Palparan, decorato generale filippino, per crimini accaduti dieci anni fa ha alimentato la speranza delle famiglie di chi è stato ucciso nella guerra alla droga del governo di vedere i responsabili delle morti dei loro cari pagare per i loro misfatti.

Jovito Palparan

Nanette Castillo, il cui figlio trentenne fu ucciso da presunti vigilanti nel 2017, ha detto che, se le madri delle vittime del generale Palparan non avessero lottato per avere giustizia, lui l’avrebbe fatta franca dei suoi crimini.

Il 17 settembre Palparan è stato ritenuto colpevole di aver sequestrato le studentesse Karen Empeno e Sherlyn Cadapan. E’ stato condannato all’ergastolo. I gruppi dei diritti umani lo avevano definito «Il macellaio» accusandolo di essere dietro a decine di omicidi extragiudiziali nell’area dove era stato assegnato.

Castillo che fa parte del gruppo ecumenico Rise Up for Life and Rights ha detto che si identifica molto con i parenti degli studenti scomparsi «perché fu anche detto che dietro la loro scomparsa c’erano dei vigilantes»

«Vigilante è solo un’altra parola per militari o poliziotti che provano a nascondere il proprio ruolo negli omicidi extragiudiziali» ha detto Castillo a ucanew.com

Un’altra madre di una vittima della guerra alla droga Normita Lopez ha tirato fuori un pezzo di carta spiegazzato dalla borsetta dopo aver ascoltato la notizia della condanna di Palparan. C’è una poesia che scrisse per il figlio Djastin che fu sparato dalla polizia a maggio 2017.

«Che possano essere portati davanti alla giustizia i tuoi assassini prima che si chiudano i miei occhi in questa vita» dice Lopez nel leggere l’ultima riga della poesia.

«Mi si è fermato il cuore per un istante nell’ascoltare della condanna» ha detto. «Ci sono voluti undici anni. Forse come Sherlyn e Karen mio figlio non avrà giustizia qui mentre Duterte resta al potere, ma un giorno, lo so che un giorno mio figlio avrà ciò che gli è dovuto.»

Lopez ed un altro gruppo di familiari di vittime della guerra alla droga hanno denunciato alla Corte Penale Internazionale Duterte con l’accusa di crimini contro l’umanità.

Secondo la polizia sono stati uccisi circa 5000 presunti tossicomani in «operazioni legittime di polizia» da quando nel 2016 Duterte salì al potere e dichiarò guerra totale contro le droghe illegali.

Le organizzazioni dei diritti umani affermano che sono state uccise oltre 23 mila persone, i cui casi sono stati posti sulla la categoria «omicidi da indagare»
«Anche se muoio senza realizzare questo desiderio, posso guardare in faccia mio figlio e dirgli: «Non ti ho abbandonato» ha detto Lopez.

«Ogni tragedia è personale ma l’esperienza ci ha insegnato a essere empatici con gli altri» dice Emily Soriano che il 28 dicembre 2016 perse il suo figlio quindicenne ANgelito, ucciso con altri sei giovani in ciò che la polizia definì un’operazione per arrestare un presunto tossicomane.
«Dalla mia tragedia alla nostra tragedia come un popolo; quella è ora la storia della mia vita»

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ottimizzato da Optimole