Articolo 112 di lesa maestà tiene la Thailandia nell’oscurità

La Thailandia non è nuova alle proteste ma le manifestazioni guidate dai giovani del 2020 non hanno precedenti per la loro aperta richiesta di riforma della monarchia che fino a non molto tempo fa era considerata intoccabile.

sineenat vajiralongkorn suthida articolo 112 lesa maestà

Come risposta le autorità tentano di proteggere Re Maha Vajiralongkorn usando la oppressiva legge di lesa maestà, articolo 112, che dà pene severe a chiunque sia accusato di “diffamare” o “insultare” la monarchia.

Ma è un segno di disperazione rivolgersi a questa legge per impedire le discussioni critiche dell’istituzione ed un errore di valutazione che le si ritorcerà contro.

Dei sottili riferimenti alla monarchia li si potevano notare all’inizio delle proteste democratiche nei campus a febbraio. Poi, ad agosto, i militanti studenteschi dichiararono solennemente una lista di richieste per delimitare i poteri reali. Quando una petizione con gli emendamenti costituzionali tra le quali le leggi sul re fu rigettata dal parlamento lo scorso mese, alcuni manifestanti minacciarono di accrescere invece le dieci richieste di solo una domanda, la repubblica.

Il potere monarchico ed i suoi difensori militari allarmati risposero velocemente. A dicembre i manifestanti furono colpiti da una raffica straordinaria di accuse di lesa maestà. Al momento sono 40 i giovani accusati di quel reato ed è un numero destinato a salire. La lista include due studenti di alto profilo, una attrice ben conosciuta che ha sostenuto le proteste ed un giovane studente di 16 anni.

Due militanti accusati erano stati precedentemente arrestati per lesa maestà con sentenze di alcuni anni di carcere.

I manifestanti affermano che il re detiene un potere vasto, arbitrario che deve essere riportato sotto la costituzione. Per i monarchici ne ha tutti i titoli di questa prerogativa reale accresciuta. Vedono il monaca come sacro ed inviolabile, una personificazione semi-divina sia della nazione che del buddismo thailandese.

Questo fa della legge di lesa maestà qualcosa di più di una legge di diffamazione, più simile ad una legge di sedizione e blasfemia fuse in una sola legge.

Le dure condanne lo riflettono con 15 anni per ogni singola accusa. Un accusato può subire più di una accusa portando a decenni di anni di carcere. I processi sono condotti a porte chiuse. Dei pochi paesi al mondo con leggi che proteggono il capo di stato, nessuna porta condanne così dure né condannano la gente in modo così regolare come in Thailandia.

La legge, o articolo 112, è spesso usata insieme ad altre, come la legge contro il crimine informatico. Nel 2015 un uomo di nome Pongsak Sriboonpheng fu condannato ad un impressionante sentenza di 60 anni di carcere per dei commenti fatti in Facebook sulla monarchia. Come è solito in tali casi, la sentenza fu dimezzata dopo che accettò di dichiararsi colpevole.

Fino alla recente raffica di casi, la Thailandia aveva vissuto due o tre anni senza usare questa legge. Il primo ministro Prayuth, ex generale che lanciò il golpe del 2014, ammise a giugno che il re gli aveva chiesto di non usare la legge.

“Sua maestà è misericordioso e mi ha detto direttamente di non usare l’articolo 112” disse Prayuth deplorando il fatto che alcuni ingrati thai si avvantaggiavano di questa generosità per criticare il re.

Comunque durante questo periodo di blocco della legge di lesa maestà, chi parlava della monarchia si trovava accusato invece di sedizione o di accuse di crimini informatici.

Cionondimeno, l’aver fatto a meno di questa legge è significativo perché mostrava che comprendevano come la legge aveva effetti controproducenti: i tentativi di difendere la monarchia dalle critiche con leggi draconiane semplicemente creavano ulteriore risentimento verso l’istituzione.

Questa situazione paradossale iniziò negli anni finali del regno precedente di Re Bhumibol, quando si diffuse lo scontento per il presunto coinvolgimento del palazzo nel golpe del 2006 e la percezione che l’istituzione avesse preso parte nella crisi politica successiva tra gialli e rossi.

Per spegnere le critiche crebbero improvvisamente le accuse di lesa maestà che precedentemente erano rare. Dal 2007 in poi centinaia di thai sono stati accusati di aver fatto conoscere la loro opinione sulla monarchia. Ma con le accuse di lesa maestà crebbe anche lo scontento.

Quando Re Vajiralongkorn ascese al trono alla morte del padre, ereditò questo dilemma.

Che il potere realista stia tornando ad usare l’ articolo 112, che sanno essere controproducente, mostra come non abbia idea sul come gestire la crisi crescente di legittimità.

Hanno anche fatto un errore fondamentale. Nel regno scorso, i sostenitori della lesa maestà ponevano una distanza tra il re e la legge sostenendo che era stata fatta per conto suo e non per suo comando. E’ una questione legale dello stato, si diceva, su cui il re non ha controllo. Un’affermazione dubbia ma almeno offriva al monarca qualche plausibile negazione.

Ma dal momento che il primo ministro ha detto che Re Vajiralongkorn aveva indicato di non usare la legge di lesa maestà, la logica comanda che abbia ordinato di ricominciare. Si assumerà che gli oltre 40 giovani thai rischiano decenni di carcere sotto il suo regno.

I capi delle proteste annunciarono una pausa per la stagione festiva, promettendo però di tornare il prossimo anno. Se lo fanno, cresceranno la critica della monarchia e della legge di lesa maestà.

I manifestanti e gli altri attori della società civile potrebbero trarre benefici se si sforzano di dialogare con monarchici più progressisti che riconoscono come necessaria la riforma dell’ articolo 112 di lesa maestà per preservare nel lungo termine proprio la monarchia.

Cambiare questa legge di lesa maestà porterà la Thailandia in linea con gli standard internazionali. Proteggerà i diritti dei suoi cittadini e tutti coloro che potrebbero essere vittima della legge secondo la Convenzione Internazionale dei diritti civili e politici a cui la Thailandia ha aderito.

Permetterà il genere di discussione di cui il paese ha un bisogno disperato per trovare una via di uscita dall’attuale trambusto.

James Buchanan, NAR

Taggato su: ,