ASEAN: Aung San Suu Kyi e la lotta per la giustizia

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Aung San Suu kyi è uno di quei nomi che sono sinonimi di lotta continua e stoica dell’umanità per la ricerca della giustizia, insieme alle icone mondiali come Nelson Mandela e gli eroi della giustizia sociale americana come Martin Luther King. Ora nella sua prima visita negli Stati Uniti sin dal rilascio dagli arresti domiciliari, è stata premiata con Congressional Gold Medal, l’onorificenza civile più alta che il parlamento americano riunito può assegnare. Ed è una medaglia che senza subbio lei merita per i tanti anni di resistenza pacifica e provocatoria contro il giogo militare nella sua casa in Birmania, conosciuta anche come Myanmar.

Tutti noi la onoriamo. La resilienza particolare di Aung San Suu Kyi di fronte alla tragedia personale e nazionale ha dato la speranza e inspirato alle generazioni successive a continuare la lotta contro la tirannia e l’oppressione.

La incontrai nel 2010, quando era ancora agli arresti domiciliari. Era gentile, intelligente e determinata. La sua tenacia era senza cedimenti. Restammo unite, non solo come donne asiatiche che lavorano, ognuno a proprio modo, per assicurare un mondo migliore alle nostre persone, ma anche nella nostra visione di come possiamo conquistarlo. Lei ora è parlamentare, lei in Birmania ed io in Indonesia. Siamo donne che fanno politica in un mondo dominato dagli uomini. Avevamo molto da condividere. Anche l’Indonesia ha lottato per emergere dal giogo militare e mentre abbiamo, come nazione, fatto tanti passi in avanti verso una società moderna egualitaria ed una economia robusta dove si rispettano i diritti umani, dobbiamo ancora superare tantissime battaglie ancora.

Nella Birmania attuale di Aung San Suu Kyi la lotta giornaliera resta. Il paese ha fatto davvero dei passi chiave verso l’apertura; ma la sua gente è ancora oppressa e il regime militare che governava con apparente mancanza di rimorso e crudeltà continua a mantenere il suo potere antidemocratico. Aung San Suu Kyi fu rilasciata dagli arresti domiciliari alla fine del 2010 e ad aprile di quest’anno meritatamente ha vinto un seggio nel nascente parlamento nazionale. Abbiamo gioito con lei ed il popolo birmano. Ma Aung San Suu Kyi e gli altri parlamentari del NLD, come pure anche altri parlamentari dell’opposizione, hanno un difficile compito che li attende. Restano con le mani bloccate da una costituzione restrittiva e non democratica che riserva il potere in modo ineguale ai militari e al partito USDP che lo domina.

Gli USA e la comunità internazionale ha reagito alle riforme iniziate dal governo dell’ex generale Presidente Thein Sein rafforzando l’impegno col suo governo e ritirando lentamente le sanzioni politiche ed economiche che erano in funzione dagli anni 90. E davvero la visita di Aung San Suu Kyi e quella contemporanea di Thein Sein negli USA sono un segno di quella relazione crescente sia politica che economica. E’ anche un prodotto della politica dell’amministrazione Obama con un riallineamento diplomatico e militare dal Medio Oriente per creare legami di più stretta collaborazione nel Pacifico.

Mentre resta forte la speranza per una Birmania più libera, c’è anche un crescente senso di stare perdendo delle opportunità; opportunità per foggiare il processo di riforma del paese e guidarlo in una direzione che non veda il ripetersi della distruzione e della perdita che sono state viste in altri paesi asiatici, incluso il mio. Lo sviluppo internazionale e l’investimento estero possono portate il tanto atteso denaro per una economia stagnante, ma in un paese di corruzione endemica, senza un governo della legge, ed ancora chiaramente governato dagli amici dei militari, ha anche portato, nell’esperienza del resto dell’ASEAN, con sé grandi violazioni dei diritti umani ed dura sofferenza e durezza di vita per la parte più vulnerabile della società. Questa è la nostra più grande paura oggi.

Da presidente del Caucus interparlamentare dell’ASEAN per la Birmania, lavoro ed incontro con rappresentanti della società civile e politici importanti della regione che sono fautori dei diritti umani e della democrazia e fanno da voce per i più poveri ed oppressi della società. Abbiamo condiviso le nostre esperienze e lavorato a sostenerci l’un l’altro e la gente dell’ASEAN di fronte alle potenti forze degli affari, elite politiche intrecciate, corruzione, potenze militari e geopolitiche varie.

Restiamo ancora in grado a sistenere Suu Kyi e le altre forze per un cambiamento rappresentativo e sostenibile in Birmania. E su questo viaggio importante negli USA e all’ONU, chiediamo a Suu Kyi di difendere con tutta la sua altezza e voce le preoccupazioni della sua gente. In un mondo di politiche dietro le quinte e di un grande capitalismo globale è facile perdere la propria direzione. Vogliamo tutti vedere la Birmania crescere e ritornare alla sua giusta posizione come leader culturale ed economico dell’ASEAN ma questo non può essere raggiunto a spese della nostra gente. I diritti umani, politici e civili non sono carte di scambio da usarsi nel poker politico. Sono inalienabili. Formano il centro di una vera e giusta società, una società che ha successo.

La riconciliazione nazionale è difficile da raggiungere mentre le truppe del governo continuano ad attaccare e commettere violazioni dei diritti umani in aree abitate da minoranze etniche o gruppi indigeni, compreso i Kachin e gli stati settentrionali Shan. Una transizione genuina alla democrazia richiede anche il crearsi del governo della legge. La Birmania ha bisogno di un sistema di controlli e bilanci, fatti di istituzioni trasparenti e responsabili capaci e volenti di proteggere i diritti di tutti. Sfratti forzati e confisca arbitraria della terra sono crescenti ed esacerbano la già disperata povertà e conducono a violazioni più vaste dei diritti compromettendo l’accesso a servizi e diritti fondamentali come istruzione, acqua, elettricità e sostentamento.

A Suu Kyi, agli USA e alle Nazioni Unite dico: lottate per le centinaia di prigionieri politici che languiscono ancora nelle prigioni per tutta la Birmania; lottate per le centinaia di migliaia di Rohingya musulmani che hanno sofferto da decenni di persecuzione e ancora soffrono oggi; per i diritti delle minoranze etniche, per i contadini e cittadini costretti al lavoro forzato, abusati, assassinati e costretti a fare posto nelle proprie terre a progetti di sviluppo; per tutti i rifugiati che hanno bisogno di assistenza per assicurare il ritorno alle loro case; per la giustizia, la verità ed i diritti umani.

Il futuro politico di Suu Kyi sta nel suo patrimonio più grande, i suoi solidi principi. E qui siamo.. al suo fianco e dietro di lei di fronte alla pressione di fare la prima mossa. Ed è anche responsabilità del governo americano come dell’ONU, che si è radunato a New York per una settimana per sostenerla. Non si veda la Birmania come terra di lavoro a poco costo e ricco di risorse pronte per essere rubate, ma vedetela come una terra di persone che hanno sofferto per decenni il dispotismo e meritano il diritto di essere ascoltate. Il mondo ha l’opportunità di fare la cosa giusta questa volta. Non è troppo tardi.

Eva Kusuma Sundari


 

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