ASEAN: Filippine e Indonesia economie a confronto

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Mentre fino anche al 2008 le economie del sudest asiatico ricevevano meno della metà degli investimenti stranieri ricevuti dalla Cina, nel 2012, a quattro anni di distanza, quelle stesse economie hanno quasi coperto quella distanza (111 miliardi di dollari contro i 121 della Cina). Questa crescita nell’interesse internazionale riflette l’attraente demografia e, anche di più, i recenti risultati economici impressionanti.

Le dieci nazioni dell’ASEAN rappresentano un mercato collettivo di 620 milioni di persone significativamente superiori a quello del Nord America, dell’Eurozona o del medio Oriente o del Nord Africa. E’ anche la sede di una grande base di forza lavoro giovane in crescita, come pure di una classe media crescente ed orientata ai consumi. Il PIL combinato dei paesi dell’ASEAN è di oltre 2,2 migliaia di miliardi nel 2012, più grande di quello russo e quasi uguale a quello del Brasile, un valore per il quale gli analisti prevedono un raddoppio per il 2020. I cinque paesi fondamentali dell’ASEAN, Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore e Thailandia, crescono da cinque anni ai valori più alti al mondo.

Per quanto sia impressionante il gruppo, due suoi membri sono emersi come particolarmente promettenti. La Gigantesca Indonesia è emersa durante lo scorso decennio vantando una crescita alta, bassa inflazione, rapporto basso tra debito e PIL, riserve estere molto forti ed il mercato azionario migliore. Ma sono le Filippine, l’altro arcipelago della regione, la sorpresa maggiore verso il meglio.

L’economia filippina è cresciuta nel 2012 del 6,6% superando le previsioni della gran parte degli economisti, ed è stata tra le economie più a rapida crescita al mondo sin dalla prima parte del 2013 con espansione del 7,6%. Nonostante la distruzione del tifone Haiyan il tasso di crescita delle Filippine si attesterebbe attorno al 6,5%.

La borsa filippina ha segnato dei record positivi sin da quando il presidente Noynoy Aquino è stato eletto nel 2010 mentre l’approvazione per gli investimenti stranieri sono più che raddoppiati nello stesso periodo. L’inflazione è bassa, le sue riserve in moneta pregiata sono alte ed il debito pubblico scende stabilmente. Tutte e tre le maggiori agenzie di rating hanno valutato positivamente il debito sovrano filippino fino al grado di investimento nel 2013 per la prima volta nella sua storia.

Il passato comunque non necessariamente è indicativo delle prospettive future. Qundi cosa c’è da attendersi per queste due nazioni di isole negli anni futuri?

La Camicia di forza di Giacarta

Con i suoi 250 milioni di cittadini l’Indonesia non è soltanto il paese più grande del sudest asiatico, ma anche il quarto al mondo. Grazie alle sue riserve naturali abbondanti, al mercato domestico grande e alla politica macroeconomica solida, è cresciuto oltre il 5% annuo per più di un decennio. Nei cinque anni precedenti al 2011 ha raddoppiato le sue esportazioni, da 84 miliardi di dollari a 204, e molti esperti hanno cominciato ad aggiungerla al gruppo dei mercati emergenti del BRIC.

Oggi il quadro è meno roseo. Il bilancio dei pagamenti è andato sotto per il secondo quadrimestre del 2013, il suo bilancio commerciale ha fatto lo stesso la primavera dopo e la Rupia è stata una delle peggiori valute del 2012 perdendo quasi il 6% del suo valore. Queste tendenze hanno accelerato nel 2013 con la crescita grande del deficit del commercio e dei pagamenti e con la Rupia che perdeva ulteriormente terreno. L’Indonesia, dall’essere salutata come una nuova superstar economica, è stata velocemente definita da Morgan Stanley una delle cinque fragili economie per la vulnerabilità della sua moneta alla fuoriuscita dei capitali esteri. La rupia debole fa sorgere i costi dei beni importati esacerbando la pressione inflazionistica ed erodendo il potere di acquisto, fattori importanti per una economia la cui crescita è guidata essenzialmente dai consumi.

Alcuni di questi problemi si possono attribuire al ritiro di capitale dai mercati emergenti in previsione dei cambiamenti della politica della Federal Reserve di facilitazione quantitativa. La ma moneta del paese e il mercato azionario sono stati colpiti molto più duramente rispetto ai suoi vicini a metà 2013, e l’Indonesia non si è ripresa velocemente quando la Federal Reserve ha terminato la propria pressione sul pedale dello stimolo. Correttamente gli investitori hanno visto i deficit indonesiani come sintomatici di sbilanci più complessivi strutturali nell’economia del paese, e restano preoccupati del fatto che Giacarta non abbia una strategia di risposta alle sue numerose sfide.

Tra queste c’è la fortissima dipendenza del suo settore delle esportazioni dai beni, un pugno dei quali costituiscono il 50% delle esportazioni del paese, come carbone, olio di palma, caucciù e minerali. Il paese fu uno dei maggiori beneficiari nel periodo 2009 2011 con il boom dei beni, quando le entrate dalle risorse importanti crebbero in modo esponenziale. Ma questi stessi prodotti videro una precipitosa caduta dei prezzi nel 2012 e 2013 che tenderanno a restare bassi per qualche tempo. Il declino dei prezzi è largamente dovuta alla domanda minore dalla Cina, ma ha anche giocato un ruolo di controllo a causa della proliferazione di piccole imprese minerarie in Indonesia dove ottengono le licenze a livello locale.

La fonte maggiore dei recenti problemi del paese deriva dalle sue esportazioni in contrazione di olio e gas naturale, per il declino della produzione ed il maggior consumo interno. L’Indonesia è stato un importatore di olio raffinato sin dal 2004, ma per la maggior parte degli anni successivi è stata un’esportatrice di greggio e gas naturale. Nel 2013 l’Indonesia ha vissuto un deficit enorme di greggio e sono diminuite drammaticamente le entrate dalle esportazioni del surplus di gas nazionale.

Il declino nella produzione di greggio e di esportazione di gas illumina i problemi che colpiscono il settore energetico del paese come l’incertezza delle regole, la corruzione ed una tendenza verso la criminalizzazione delle dispute commerciali. La crescita di un nazionalismo delle risorse ha paralizzato vari progetti petroliferi dal momento che il governo e potenti interessi domestici hanno provato a bloccare i contraenti esteri. L’Indonesia con la sua classe media giovane e in crescita dovrà migliorare il suo clima favorevoli agli investimenti per aumentare la produzione a casa oppure essere condannata a doversi ancor di più appoggiarsi all’energia importata.

Anche la manifattura è restata indietro: le esportazioni di apparecchi elettrici, di acciaio e ferro, di prodotti chimici, auto e parti di auto, computer sono tutte scese nei primi nove mesi del 2013 rispetto allo stesso periodo del 2012, Al contempo il paese ha cominciato ad importare di più su tutto, specie petrolio e gas. Il sostegno al prezzo del carburante è uno dei più alti al mondo cosa che incoraggia i consumi. E poiché la rupia perde di valore la bolletta delle importazioni sale su.

Un altro problema strutturale è l’assenza di una capacità di lavorazione dei carburanti raffinati o dei prodotti petrolchimici: il paese necessita di 1,3 milioni di barili di greggio raffinato al giorno, ma le sue raffinerie ne producono solo 770 mila al giorno. Inoltre L’incapacità dell’Indonesia nell’attrarre investimenti esteri per espandere la sua manifattura a valore aggiunto e le industrie di processo lascia il paese sempre più dipendente da settori crescenti di esportazione. Dal 2007 al 2012 sono cresciute in modo significativo le importazioni di tessuti, apparecchiature elettriche, acciaio e ferro, prodotti chimici, auto e sue parti, computer fertilizzanti, alimenti lavorati. Il paese dovrà imparare a come produrre a casa molto più di quello che ha bisogno, se vuole trasformare in una opportunità economica, piuttosto che un peso, la presenza di una crescente classe media consumatrice.

C’è bisogno di investimento interno non solo per correggere le ineguaglianze ma anche per creare lavoro in più e di qualità. Con una popolazione giovane la frazione di chi si trova in età di lavoro crescerà molto nei prossimi anni. Attrarre investimenti che creano lavoro nella manifattura richiederà un regime di lavoro più flessibile, infrastrutture migliori, costi più bassi per i trasporti, riforma dell’istruzione e certezze sul piano legale.

Giacarta ha cominciato a lavorare su alcuni temi soprattutto nella spesa finanziaria per le infrastrutture, approvando le leggi necessarie per accelerare i progetti infrastrutturali e portando molti casi di corruzione in tribunale. Ha fatto progressi nel ridurre il tasso di povertà. Ma dopo anni di noncuranza sulla riforma economica, aiutata dal boom dei prezzi e dal facile prestito, il governo si trova davanti una lunga lista di cose da fare. Le prossime elezioni del 2014 vedono tanto nazionalismo e populismo ma poca capacità di dirigenza, per cui i desideri di riforma tra i partiti sono pochi. Suggerisce tutto questo un periodo di stagnazione e di ulteriore indietreggiamento almeno fino a quando non si insedi la nuova amministrazione.

L’eccitazione a Manila

Le Filippine godono di alcuni punti di forza come l’Indonesia. Con la sua popolazione di 106 milioni di persone, la seconda dell’ASEAN, ha goduto di una crescita guidata dai consumi e i benefici simili dell’alta domanda interna. Grazie alle riforme messe in essere ai tempi della crisi finanziaria asiatica del 1997, le Filippine come l’Indonesia hanno un solido sistema bancario, con vasti capitali a portata di mano e bassa incidenza dei prestiti. I ministeri economici sono guidati da tecnocrati di tutto rispetto in entrambi i paesi con una gestione macroeconomica buona.

Le due economia si trovano comunque alle stesse sfide. Sono vulnerabili a grossi disastri naturali. Hanno bassi rapporti tasse su PIL ponendo limiti alle entrate dello stato. Soffron odi infrastrutture inadeguate, costi logistici ali, e regimi di lavoro rigidi che hanno costretto l’espansione del settore manifatturiero. Le esportazioni filippine sono dominate dall’elettronica come l’Indonesia ai prodotti naturali, e le esportazioni di componenti elettronici e semiconduttori che rappresentano il 50% dell’esportazione del paese è caduta per la caduta nella domanda globale. Le Filippine conducono un sostanziale deficit commerciale negli anni recenti.

Diversamente dall’Indonesia la bilancia dei pagamenti filippina è in eccesso sin dal 2003 ponendo fine ad una crisi perenne della bilancia dei pagamenti. Il surplus ha superato quello del resto dell’Asia nel 2012 ed è proiettato in una crescita. Questo è il risultato di due fattori: il flusso sostanzioso delle rimesse degli oltre 10 milioni di emigrati e una drammatica espansione nel settore dei servizi con una immensa crescita del settore delle esternalizzazioni.

Per anni un alto tasso di natalità e la mancanza di lavoro hanno mandato milioni di filippini a cercare lavoro all’estero. Attualmente il 10% della popolazione vive all’estero e le rimesse di queste persone rappresentano il 9% del PIL crescendo stabilmente ogni anno dal 2002. Con la popolazione in età da lavoro che è prevista in espansione per i prossimi 50 anni continuerà l’emigrazione come pure le rimesse che tornano a casa, aiutando a mantenere alti i consumi tra i poveri e quelli senza banca. Le rimesse sono poco sensibili agli shock economici. Nella crisi finanziaria asiatica le rimesse hanno aiutato a stabilizzare i flussi di capitale e hanno impedito il deprezzamento del peso. Allo stesso tempo nel 2013 mentre la rupia si deprezzava del 18% il peso solo del 5%.

Un altro tratto distintivo dell’economia filippina è il grande ruolo del settore dei servizi che rappresentano il 57% del PIL e che portano le Filippine ad essere il secondo paese dopo l’India per le esternalizzazioni nel modo in via di sviluppo. Si stima siano stati creati 800 mila posti di lavoro nei settori inferiori del call center ma anche nell’ingegneria, medicina e ragioneria. Il governo merita per aver facilitato la crescita con investimenti e misure fiscali.

Eppure le Filippine continuano a lottare su vari fronti. La crescita deve ancora diventare posto di lavoro e minore povertà. La disoccupazione resta stabilmente sopra il 7% più che negli altri paesi dell’ASEAN da oltre sei anni, ed il sotto lavoro è rimasto al 20%. Il settore dei servizi da solo, con un milione di persone che entrano nel mercato del lavoro ogni anno, non riesce ad assorbirli tutti specie da quando l’agricoltura e la manifattura hanno cominciato a perdere forza lavoro. Non sorprende quindi che la povertà sia scesa di pochissimo o che il reddito pro-capite è tra i più bassi dei cinque paesi principali dell’ASEAN

Il paese per invertire la tendenza deve creare lavoro di bassa qualità nella manifattura e nell’agricoltura. Ma per fare questo ci vorranno maggiori investimenti esteri che attualmente sono i più bassi in Asia. Si paragonino i 20 miliardi dell’Indonesia ai 2 miliardi delle Filippine.

Gli investimenti nelle Filippine restano basse perché la sua economia resta una delle più restrittive al mondo con limiti costituzionali che impediscono la proprietà estera di compagnie filippine fino al 40% in un vasto campo di settori. Manila deve affrontare questo problema come anche i suoi colli di bottiglia, la mancanza di infrastrutture e la confusione sulla direzione complessiva delle politiche economiche.

La riforma della terra approvata durante il periodo di Corazon Aquino non hanno per esempio ancora avuto i loro presunti effetti, come pure i diritti di proprietà hanno limitato gli investimenti nel settore agricolo. Le Filippine sono uno dei paesi più ricchi al mondo per minerali, ma i cambiamenti politici hanno portato gli investimenti minerari ad un fermo, destino sofferto da progetti infrastrutturali.

La lista delle cose da fare di Manila è lunga quanto quella di Giacarta. Ma mentre l’Indonesia in un decennio non ha approvato una riforma importante, le Filippine, sotto la guida forte di Aquino, ha fatto dei passi concreti per affrontare alcune delle sue sfide. Nei primi tre anni del mandato Aquino ha condotto una lotta senza quartiere contro la corruzione e ha approvato riforme per migliorare la trasparenza e l”efficienza nella spesa del governo e nell’amministrazione delle tasse. Contro la dura posizione della Chiesa Cattolica ha fatto approvare la legge della salute riproduttiva per aiutare i poveri ad un migliore accesso al controllo delle nascite. Ha liberalizzato l’industria dell’aviazione adottando l’opzione cieli aperti, permettendo l’entrata di compagnie aeree straniere da tempo proibite e dando una spinta all’industria turistica del paese. Ha attaccato interessi forti del tabacco e dell’alcol con una tassa per ridurre il consumo di questi prodotti e migliorare le finanze del governo; ha implementato un programma di trasferimento di cassa condizionale per i poveri ed ha espanso l’accesso all’istruzione e alla cura della salute. Sul piano politico ha raggiunto un accodo quadro per un nuovo accordo di pace con il maggior gruppo insorgente musulmano. Per queste ragioni Aquino gode di un sostegno popolare senza precedenti a metà del suo mandato, come visto nella vittoria elettorale nelle elezioni di maggio 2013.

Il presidente è anche ben accettato all’estero con miglioramenti significativi nei sondaggi globali. Le Filippine sono salite di 26 posti nell’indice di competitività globale e batte l’Indonesia per l’indice percepito di corruzione. Inoltre sale di 30 posti nell’indice della Banca Mondiale per la facilità di fare affari invertendo il declino e sorpassando l’Indonesia.

Le Filippine sono quindi ben messe per sostenere il ritorno aspettato alla volatilità del capitale globale e nel mercato azionario quando la Federal Reserve allenterà le condizioni di credito nel 2014. La Banca Filippina avrà più possibilità di quella indonesiana per mantenere una politica monetaria flessibile e prendere misure per accelerare la crescita. Benché sia improbabile una crescita continua a questi tassi, indotti dalle misure di stimolo indotte dalle elezioni, la crescita resterà sopra il 6%. Per contro la Banca Mondiale e IMF hanno abbassato le previsioni di crescita per l’Indonesia ad appena sopra il 5%.

L’imperativo delle riforme

I punti di forza dell’Indonesia come la grandezza, ricchezza di risorse naturali, posizione, economia guidata dal consumo e sistema finanziario buono continueranno ad attrarre gli investimenti e a rafforzare le prospettive future, ma il prossimo presidente deve tornare ad un percorso di riforme se il paese deve restare competitivo.

Le Filippine d’altro canto ha il proprio momento dietro lo sforzo riformista e un presidente popolare a tre anni dalla fine del mandato. Sono una buona piattaforma per far andare avanti la crescita. Aquino comunque per massimizzare le opportunità del paese, ha bisogno di gestire il disastro umanitario del tifone Haiyan velocemente, efficientemente e con più compassione possibile. Poi bisognerà spingere per riforme strutturali, con cambiamenti costituzionali necessari a promuovere l’investimento estero. Il presidente ha mostrato poco entusiasmo per questo progetto ma varie forze potrebbero fargli cambiare idea.

Tutti i grandi settori degli affari sostengono emendamenti importanti alla costituzione riflettendo un cambiamento dell’economia politica dal momento che gli oligarchi filippini sentono di poter guadagnare piuttosto che perdere dall’introduzione di nuovi capitali esteri e dalla competizione. Questo cambiamento di opinione sulla liberalizzazione dell’economia riflette il sostegno pubblico per la decisione dell’amministrazione Aquino di stare vicino a Washington, risultato delle relazioni dure con Pechino su alcune dispute di confine in mare.

Cresce anche il sostegno delle elite filippine alla partecipazione alla Trans Pacific Partnership guidata dagli USA, un accordo di libero commercio regionale, che aprirebbe anche l’economia filippina. In pieno contrasto è l’Indonesia, dove nessuno parla in favore dell’accordo e il mondo politico per intero diventa più nazionalista e protezionista.

Alla fine la migliore promessa nelle Filippine potrebbe venire da questo evolversi del pubblico consenso a favore dell’apertura e della trasparenza. Le rivelazioni della fine del 2013, secondo cui i legislatori avevano spostato grandi somme di denaro del Pork Barrel per usi personali e che l’ufficio del presidente aveva fatto uso cattivo di fondi a propria discrezione, ha lanciato un urlo pubblico così forte che Aquino forse deve spingersi ancora più in là nella lotta alla corruzione per mantenere la sua autorità morale. Se lo fa potrebbe lasciare un’eredità grande e duratura al proprio paese. Per contrasto, quando il presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono si dimetterà il 2014 a fine mandato, si lascerà alle spalle un decennio di opportunità mancate per far avanzare la riforma economica e politica.

Karen Brooks, Foreignaffair

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