ASEAN non vede un attacco disumano contro i Rohingya nel Rakhine

I ministri degli esteri del ASEAN hanno preso finalmente in considerazione la situazione nello stato Rakhine riuscendo ad emettere un comunicato della presidenza di turno dell’organizzazione e non un comunicato congiunto come è solito.

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Il comunicato del ASEAN parla di una condanna di tutti gli atti di violenza che hanno portato alla morte di civili, alla distruzione di case e alla migrazione di grandi numeri di persone dalle loro case.

La situazione è descritta come una questione di complessa tra comunità con radici storiche profonde senza citare per deferenza alla Birmania il termine Rohingya.

Dopo aver invitato le parti a non fare atti che possano peggiorare la situazione, si auspica la ricerca di soluzioni di lungo termine alle cause radicali del conflitto e si parla del dialogo tra Bangladesh e Birmania per dare la possibilità alle popolazioni rifugiate di ricostruire la propria vita.

Poi si affida al governo birmano il coordinamento degli aiuti umanitari da parte del ASEAN alle comunità coinvolte auspicando che si possa affrontare uil problema dei rifugiati con il processo di verifica.

Di fronte a questo comunicato del ministro degli esteri filippino, sentito il parere dei paesi membri, la Malesia si è dissociata dalla dichiarazione perché non ha visto nulla delle proprie preoccupazioni sulla situazione dello stato Rakhine.

La Malesia ha definito il comunicato una rappresentazione ingannevole della realtà non bastata sul consenso. “La dichiarazione omette anche i Rohingya come una delle comunità colpite”.

La Malesia nel suo comunicato ha condannato gli attacchi del 25 agosto contro la sicurezza birmana da parte del ARSA, ma ha definito “sproporzionate” le operazioni controinsorgenza del governo Birmano che hanno portato a 400 mila Rohingya a fuggire in Bangladesh.

“La Malesia ha espresso gravi preoccupazioni per tali atrocità che hanno portato ad una crisi umanitaria completa che il mondo non può semplicemente ignorare ma su cui deve fare qualcosa”.

Ci sarebbe da domandarsi come potrebbe il ministro degli esteri Cayetano denunciare le violazioni di diritti umani contro i Rohingya, quando egli stesso ha negato in vari consessi internazionali l’esistenza di migliaia di Omicidi Extragiudiziali nelle Filippine ad opera della Polizia Nazionale Filippina.

Nel frattempo si fanno sempre più documentate le denunce contro i militari birmani per le violenze commesse contro la popolazione civile Rohingya in quello che l’ONU ha definito una pulizia etnica.

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Il governo birmano inoltre ha presentato prove di violenze commesse dall’insorgenza contro la popolazione civile della minoranza induista, parte della quale è anch’essa fuggita in Bangladesh in campi separati.

Resta un fatto però che la zona è ancora interdetta alla presenza di giornalisti stranieri, di agenzie umanitarie e internazionali. C’è solo finora il resoconto di un giornalista inglese della BBC.

Dai campi profughi in Bangladesh a Cox’s Bazar i medici e gli infermieri che lavorano per l’ONU hanno visto decine e decine di donne che portano ferite legate ad attacchi sessuali violenti. Le donne hanno fatto di accuse che vanno dalle molestie fino allo stupro da parte di più persone appartenenti alle forze armate birmane.

Dall’intervista della Reuters con 8 lavoratori della sanità dell’ONU sarebbero almeno 25 i casi di stupri in un mese, ricavati da interviste e da lettura di sintomi fisici denunciati, e tutti erano stati commessi da soldati del Tatmadaw.

I dottori della Organizzazione Internazionale della Migrazione dell’ONU, IOM, al campo temporaneo di Leda a Cox’ Bazar hanno detto di aver trattato centinaia di donne con ferite derivate da assalti sessuali violenti durante le operazioni delle forze armate birmane ad ottobre scorso.

Un dottore dello IOM ha definito gli attacchi commessi contro le donne, fatti per ferire e con maggiore aggressività e forza, un attacco disumano.

Un dottore ha detto di aver curato una donna che è stata stuprata da almeno 7 soldati ed è giunta alla clinica nel Bangladesh: “Era estremamente debole e traumatizzata ed ha dovuto lottare per raggiungere la clinica. Presentava delle lacerazioni della vagina.”

Segni di morsi, tagli intenzionali e penetrazione nelle parti intime con armi da fuoco, lacerazioni e sanguinamenti della vagina sono i segni fisici di tanti racconti di donne Rohingya.

I rapporti delle agenzie di aiuto hanno detto che oltre 350 donne hanno ricevuto il trattamento di salvavita per le violenze di genere.

La dottoressa di Medici Senza Frontiere ha detto di aver aiutato almeno 23 donne per le violenze di genere sin dal 25 agosto: “Questa è una parte dei casi che probabilmente sono accaduti”.

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Ad aprile un rapporto del segretario dell’ONU diceva che gli assalti contro le donne erano chiaramente usate per umiliare in modo sistematico e terrorizzar le loro comunità”

Lo stupro come arma contro le minoranze etniche non è cosa nuova nella storia del Tatmadaw. E’ stata la stessa Suu Kyi a denunciarlo nel 2011:

“Lo stupro è usato come un’arma dalle forze armate per intimidire le nazionalità etniche e dividere il paese, per come la vedo io”

Il portavoce di Aung San Suu Kyi rispetto a tutte queste denunce ha detto: “Le donne stuprate dovrebbero venire da noi. Daremo loro sicurezza ed indagheremo e agiremo”. Ha anche detto che i militari hanno promessi di fare qualcosa in merito.

Nel frattempo il governo birmano ha detto che l’esercito ha scoperto vari casi di fosse comuni in cui sono stati sepolti abitanti di villaggi induisti uccisi dall’insorgenza dei “terroristi bengalesi”.

In due giorni sarebbero stati scoperti 45 abitanti induisti trucidati, senza però che ci sia stata una verifica indipendente perché tutto lo stato è interdetto ad una verifica indipendente.

Si pensa che in altre fosse comuni ci possano essere almeno un centinaio di induisti, donne, uomini e bambini.

Tutta la regione di frontiera tra Rakhine birmano e Bangladesh era sede di un mosaico di comunità diversissime in cui predominava la comunità musulmana Rohingya. Dopo le ultime pulizie etniche, i Rohingya sono per metà fuggiti in Bangladesh, mentre le comunità buddiste ed induiste hanno cercato rifugio spostandosi a meridione.

“Non oso tornare al villaggio” dice Kyaw Kyaw Naing, un profugo induista nel campo di calcio della città di Sittwe. “Non sappiamo ancora quanti sono i nostri familiari morti che vivevano con noi”.

Alcune comunità induiste si sono rifugiate anche in Bangladesh dove esistono alcune piccole comunità induiste vicino la frontiera che hanno dato loro rifugio.

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Tutti con i segni della violenza e storie di dolore da raccontare questa volta per mano dell’insorgenza del ARSA. Ma finché non si potrà accedere alla regione, i racconti diffusi dai militari birmani, che hanno alle spalle decenni di crimini contro l’umanità, vanno presi con le pinze.