Asia Pacifico: sfruttamento sessuale e lavoro forzato alimentati dalla rete

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La regione Asia Pacifico ha metà dell’uso mondiale di Internet ed ospita circa 25 milioni di vittime della schiavitù moderna, prese in trappola con matrimoni costretti, sfruttamento sessuale e lavoro forzato, che sono il 62% degli oltre 43 milioni di schiavi di oggi.

Poiché le tecnologie della informazione e della comunicazione si diffondono in modo rapido sia tra le comunità urbane che rurali, quale ruolo gioca la tecnologia nel facilitare lo sfruttamento e il traffico degli schiavi in questa regione?

Mentre si indicano spesso le buone pratiche della tecnologia, è fondamentale comprendere come possa essere usata per scopi malvagi allo scopo di combattere i colpevoli con le loro stesse armi.

I trafficanti usano sempre più la rete, i siti di gioco ed i media sociali per catturare le proprie vittime. In Vietnam per esempio, donne e ragazze sono attirate da bande criminali che si fingono poliziotti sui media o attraverso relazioni online per guadagnare la loro fiducia e che poi sono rivendute a gang che le sfruttano a fini sessuali.

L’industria del cybersesso vale miliardi di dollari e riduce le distanze tra domanda ed offerta di servigi sessuali di migliaia di chilometri con un solo click ed è usata moltissimo da trafficanti per predare le vittime e nascondersi più facilmente dalle incursioni della polizia.

SCMP Graphics

L’industria del cybercrime incastrò Mira, una ragazza nordcoreana per otto anni. Crescendo in Corea del Nord, Mira era solita comprare nel mercato clandestino chiavette USB ricche di film stranieri. La tecnologia le fece dare un’occhiata al mondo esterno che desiderava fortemente raggiungere. La realtà si dimostrò più dura: dopo essere fuggita in Cina, fu venduta ad operatori di siti web di cam sessuali per i quali doveva dare i propri servigi sessuali per ripagare il debito.

Ad un livello ancora peggiore, la tecnologia è usata per sfruttare sessualmente i minorenni. Secondo un rapporto di ONG, il 95% dello sfruttamento sessuale commerciale di minorenni in Corea del Sud si fa sulla rete.

Nelle Filippine decine di migliaia di bambini sono vittima del turismo sessuale via webcam, costretti dalle loro comunità e talvolta dai genitori, a fare atti sessuali che i clienti vedono online pagando una decina di euro per volta.

Un’indagine fatta vicino Manila scoprì che questa industria è così ricca che molti abitanti avevano lasciato perdere i lavori nella pesca o nell’industria per iniziare il cybersesso con un proprio laptop vecchio.

Le famiglie dei minorenni credono che il cybersesso non sia pornografia e che non ci saranno ripercussioni sui figli poiché non accade un contatto fisico.

A livello globale, la maggioranza del materiale legato all’abuso sessuale di minori è scambiato attraverso canali non commerciali come le piattaforme peer-to-peer o rete paritetica, oppure sul dark web.

Essendo pericoloso il traffico su carte di credito, gli utenti barattano file criptati che diventano una moneta di per sé oppure usano criptovalute che aiutano a nascondere l’identità degli operatori.

La rete è anche usata per trafficare bambini per adozioni illegali. Alcuni anni fa le autorità cinesi salvarono 300 bambini ed arrestarono oltre mille persone sospettate di venderli con un sistema che coinvolgeva 4 siti web, forum online e 30 gruppi su piattaforme di messaggistica cinese.

La tecnologia incoraggia “turismo del volontariato” in cui la gente va verso paesi in via di sviluppo per fare un lavoro sociale come lo può essere lavorare in un orfanotrofio. La parola orfanotrofio talvolta inganna: un’indagine nelle strutture di cura residenziali in Cambogia trovò che 80% dei bambini avevano ancora un genitore in vita.

Questi tipi di vacanza sono così ricche per chi li organizza che ne è incoraggiata di conseguenza la sua istituzionalizzazione.

Non si conosce molto delle conseguenze negative che la tecnologia ha sullo sfruttamento del lavoro, reato che colpisce milioni in Asia Pacifico che ospita catene di rifornimento lunghe per vari settori, dove le merci sono trovate, trattate, assemblate e spedite in tutto il mondo. Parallelamente a questa catena di rifornimento delle cose c’è anche un’altra catena che muove invece gli esseri umani.

Nel 2017 c’erano 62 milioni di migranti internazionali nell’Asia Pacifico ed oltre 100 milioni attorno al mondo erano originari in questa regione.

La maggioranza si muove alla ricerca di migliori opportunità economiche. Questi flussi di migranti sono di rado diretti e spesso composti di nodi multipli di intermediari e reclutatori. La maggioranza dei casi di legami di debito e di traffico accadono in alcuni nodi di questo processo ed intrappolano le vittime in una situazione di schiavitù persino prima che lasciano casa.

Mentre si usano ancora largamente canali di reclutamento tradizionali, con internet che diventa sempre più accessibile, sempre più emigranti cerano online informazioni su opportunità di lavoro.

Il flusso di informazioni sulle piattaforme informali rafforza la persona che dà informazione sul lavoro per manipolare o nascondere parte dei termini e condizioni.

A peggiorare la situazione c’è la fiducia completa nei media sociali di chi cerca lavoro.

Una ricerca della University of Southern California mostrava che i filippini in cerca di lavoro si fidano dei commenti su Facebook più delle linee guida dei siti web di impiego del proprio governo.

Poiché sempre più comunità rurali accedono alla rete, è fondamentale che i governi pongano risorse per smascherare e chiudere piattaforme fraudolente e per diffondere la coscienza tra chi cerca lavoro sulla necessaria diligenza dovuta online. Si dovrebbero mettere in essere regolamentazioni più ferme e migliori per determinare le responsabilità per le imprese di tecnologia dopo il caso di Backpage.com negli USA.

E’ anche critica la collaborazione e lo scambio di informazioni tra governi che sono particolarmente efficaci quando si tratta di paesi che si trovano alle due estremità dei corridoi di immigrazione economica che hanno accordi formali in essere ma mancano di un adeguato sistema di monitoraggio e applicazione.

Silvia Mera is programme director at the Mekong Club, SCMP

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