Attacchi coordinati ai ponti della resistenza birmana al golpe

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Forze della resistenza ed eserciti etnici compiono attacchi coordinati senza precedenti nella guerra civile birmana

All’inizio di una stagione dei monsoni che non vedrà probabilmente una tregua nella guerra civile che imperversa nel Myanmar, il mese di giugno è stato particolarmente duro per il regime del golpe che fa di tutto per imporre la propria volontà su una nazione in rivolta.

Alle difficoltà della giunta del Consiglio di Amministrazione dello Stato si sono aggiunte le nuove sanzioni americane su un settore bancario quotato nella borsa, i colloqui facilitati dalla Cina con tre armate etniche importanti finiti nel pieno fallimento e la prima defezione di una intera unità militare a favore dell’opposizione contro il golpe, che attacca la già tenue presa del regime su un pezzo dello stato del Kaya Orientale.

attacchi coordinati ai ponti

Hanno attratto meno attenzione nella chiara confusione di una “guerra dai mille tagli” una serie di attacchi nella parte orientale del paese che, visti nel complesso, avrebbero dovuto preoccupare i militari di Naypyidaw più che la perdita nel Kayah di due battaglioni della Guardia di Frontiera Karenni dalla fedeltà chiaramente discutibile.

Sostenuti da un livello notevole di pianificazione strategica e di esecuzione tattica, gli attacchi di giugno delle forze di opposizione hanno messo in luce un approccio operativo che, nell’estendersi in una guerra a più fronti, aggraverà la vulnerabilità centrale di un esercito intrappolato tra una mancanza di soldati e l’area operativa troppo estesa.

Gli attacchi hanno messo in dubbio l’idea non verificata che la forza aerea del regime può imporre uno stallo militare in cui la giunta che ha maggiori risorse deve solo attendere che il campo dell’opposizione si spacchi lungo linee etniche e politiche.

I ponti nel mirino degli attacchi coordinati delle forze etniche e della resistenza birmana

Non è una coincidenza che vari attacchi coordinati nel mese di giugno hanno preso di mira i ponti.

Sebbene gli attacchi siano accaduti in vari punti geografici, hanno mandato un chiaro messaggio: per la prima volta forze etniche e della resistenza Bamar insieme hanno fatto operazioni che sono giunte nel cuore della nazione e hanno preso di mira le infrastrutture essenziali a rifornire un esercito che vive una mancanza critica di elicotteri di trasporto e che non può essere difeso dalle forze dell’aria.

Ad iniziare dal primo giugno la prima operazione ha coinvolto un’ondata di attacchi sincronizzati da parte delle forze della prima brigata KNLA e suoi alleati, unità di PDF appena formatesi alle postazioni delle due estremità del ponte Donthami.

Il ponte, che attraversa il fiume Donthami vicino a Thaton, si trova sull’autostrada asiatica che attraversa lo Stato Mon e collega Yangon alla capitale dello Stato Karen, Hpa-an, e al centro commerciale di Myawaddy, al confine con la Thailandia.

Gli scontri sono andati avanti per 90 minuti ed hanno bloccato il traffico per un po’ di più. Sebbene le cifre riportate dai media di 45 soldati uccisi siano un po’ eccessive, sono di certo accaduti gli assalti che intendevano occupare le postazioni di guardia al ponte.

A meno di una settimana, una seconda operazione a Kyaukky della regione di Bago ha fatto capire che l’attacco a Donthami non era stato unico.

Compiuto di nuovo all’alba, l’azione ha messo insieme una forza congiunta dalla Terza Brigata del KNLA e gli alleati PDF che hanno visto occupate una stazione di polizia e quattro postazioni dell’esercito a cui è seguita la demolizione del ponte Bonthataw sul fiume Sittang.

Mentre restano da confermare la morte di 30 tra soldati e poliziotti, le immagini del drone della sezione orientale del ponte crollato, dove l’ampia struttura in cemento incontra la riva del fiume, non lasciano dubbi sul fatto che la connessione stradale tra Kyaukgyi, a est del fiume, e Kyauktaga sulla riva occidentale, una città sulla principale linea stradale e ferroviaria Yangon-Naypyidaw, sia stata interrotta almeno per i prossimi mesi.

Nella stessa giornata le forze guidate dal KNLA hanno fatto saltare un ponte minore a Nat Ywar nella cittadina Htantabin, a nord di Kyaukky, non lontano dal centro di trasporti di Toungoo. Quello ha segnato il secondo ponte distrutto a Htantabin nel giro di dieci giorni.

Secondo un rapporto ufficiale del 30 maggio sul sito ufficiale governativo, i “terroristi del PDF” avevano già distrutto un ponte di ferro sulla strada che portava ad un ponte molto più grande sul Sittang il 26 maggio.

L’attacco più distruttivo è stato comunque sulla arteria principale dell’Autostrada Asiatica nelle prime ore del 29 giugno quando i genieri della Prima Brigata del KNLA e PDF hanno abbattuto una larga sezione del ponte di oltre sette metri, il Kyone Eit, nello stato Mon a Bilin.

Le immagini della luce del giorno indicavano che una grande esplosione aveva fatto crollare due terzi del ponte nel canale di sotto, portando la morte di uno sfortunato automobilista che nella notte si era ritrovato a cadere con l’auto nell’abisso.

In modo deliberato la squadra di demolizione aveva posto le cariche esplosive in modo da lasciare una corsia di 4 metri ancora disponibile per il passaggio.

L’attacco al ponte fu seguito da un attacco ben preparato con droni armati sugli ufficiali che ispezionavano i danni con la morte di due persone e il ferimento di 27 persone tra polizia ed esercito, un blitz che serviva ad indicare i progressi letali nelle capacità dei droni della resistenza.

Una resistenza che cambia

Sullo sfondo di attacchi tipicamente caotici e casuali sulle strutture del regime che per molte forze del PDF nel Myanmar centrale sono ancora l’approccio preferito alla guerra, gli attacchi guidati dai Karen ai ponti a giugno sono emersi ad un livello tattico come esempi lampanti di pianificazione ed esecuzione che il ministro della difesa del NUG farebbe bene a diffondere come una lezione da capire meglio nelle file della resistenza.

Poiché le operazioni complesse richiedono integrazione efficace di vari elementi, il successo si è basato sulla selezione attenta dell’obiettivo, su informazioni aggiornate, sul raggiungimento degli obiettivi nell’oscurità ma in tempo, e sulla sincronizzazione dei ruoli di vari gruppi con compiti differenti in luoghi differenti, tra cui quelli che conducevano assalti preliminari alle postazioni per disperdere l’impatto del fuoco di rappresaglia dell’artiglieria e a squadra di demolizione successiva, dotata di esplosivi di tipo militare e dell’addestramento necessario per usarli a dovere.

Nel caso delle operazioni al ponte di Sittang del 6 giugno, il tutto doveva essere seguito dal ritiro alla luce del giorno nel mezzo della reazione nemica sia sul terreno che dall’aria.

Dal punto di vista strategico, la geografia delle operazioni, presumibilmente poco coordinate tra i comandanti regionali del NUG e le relative brigate del KNLA, non è stata meno eloquente.

Nella valle di Sittang, il sabotaggio di ponti chiave aumenta la pressione sulle posizioni isolate del regime in un corridoio di territorio che corre in direzione nord-sud tra le colline Karen dominate dalla resistenza a est e il fiume a ovest. A collegare questa serie di piccoli presidi è una strada secondaria già vulnerabile tra Toungoo a nord e Shwegyin a sud.

Kyaukgyi si trova a metà del corridoio, una città cardine che la distruzione del ponte di Bonthataw ha ora in gran parte tagliato fuori dai rifornimenti stradali provenienti da ovest del Sittang. I prossimi mesi della stagione delle piogge vedranno probabilmente una maggiore interdizione della strada da parte delle forze di guerriglia che ora operano lungo tutta la sua lunghezza, e probabilmente l’abbandono o la caduta delle posizioni isolate del regime che essa collega.

Come sanno i comandanti di entrambe le parti in conflitto, a pochi chilometri dal fiume sulla sua costa occidentale ci stanno la strada principale e le arterie ferroviarie che collegano Yangon alla capitale Naypyidaw e alla città di Mandalay.

Queste arterie nazionali a loro volta sono sovrastate dalla spina centrale delle montagne di Bago Yoma dove nei conflitti precedenti i Karen e la guerriglia comunista avevano stabilito aree di base e trampolini per gli attacchi.

A meridione negli stati Mon e Karen, le minacce strategiche poste dall’alleanza KNLA-PDF sono di gran lunga più immediate perché le operazioni aggressive della guerriglia già minacciano la connettività delle strade tra le grandi città.

Gli attacchi coordinati di giugno ai ponti hanno segnato una crescita significativa della pressione esercitata prima nella stagione secca dalla Prima Brigata KNLA di Thaton e PDF associati sulle strade che connettono Yangon, Moulmein e Hpa’an.

Le operazioni nella zona Thaton-Bilin nello stato Mon echeggiano una tendenza vista ad est lungo la strada alla frontiera Thai dove la sesta brigata KNLA e PDF alleati sono attivi costantemente dentro e fuori le città di Kyondo e Kawkarein.

L’impatto cumulativo di questa attività è di un forte aumento di perdite dell’esercito ed il licenziamento dei comandanti responsabili.

Agli inizi dello scorso aprile è stato sollevato dall’incarico il generale Myat Thet Oo comandante della regione militare sudorientale di Moulmein che poi è diventato ambasciatore nel Laos.

Il suo comandante, generale Khun Hlaing, capo dell’Ufficio delle operazioni speciali 4 che presiede le operazioni sia nel Karen che nel Mon è stato licenziato improvvisamente.

Bloccare il regime

In una fase della guerra in cui non è né pratico né desiderabile la cattura di centri urbani dalle forze di opposizione, emerge per forza di cose come strada migliore per proseguire una strategia di soffocare le linee principali di comunicazione.

Come messo in luce a giugno nella larga area operativa del KNLA di Karen-Mon-Bago, l’approccio richiede coordinamento lasco operativo a livello regionale piuttosto che un tentativo complessivo e controproducente di imporre un coordinamento strategico sulle organizzazioni armate etniche in differenti parti del paese che devono vincere molti vincoli militari e politici differenti

In alcuni casi la pressione delle imboscate costanti centrali nella strategia dell’insorgenza ha costretto i militari ad abbandonare strade importanti dove il costo in termini di vita e di veicoli ha superato l’importanza di mantenerle aperte.

La strada tra Kalay, centro del comando delle operazioni regionale nel Sagain nordoccidentale e la città crocevia di Gangaw nella regione di Magwe, a sud, è un caso eclatante.

Un’arteria lunga 120 chilometri che costeggia le Chin Hills, che dalla fine del 2021 al 2022 è stata teatro di scontri settimanali e di attacchi di rappresaglia dell’esercito contro i villaggi, è stata abbandonata quest’anno mentre l’esercito si ritirava nella sua ridotta di Kalay.

Lungo le grandi vie di comunicazione dove il regime non può permettersi di arrendersi lo scenario alternativo della resistenza prevede una campagna di imboscate e interruzioni rafforzate ove possibile dal far saltare ponti e dall’emorragia di soldati che tali assalti infliggono.

Questa realtà è già emersa lungo la cosiddetta “strada degli Oggetti esplodenti improvvisati”, la strada tra la città di Sagaing e Monywa, centri del Comando Nord-Occidentale dei militari; e in una forma molto differente che coinvolge forze Karen e PDF meglio organizzate ed equipaggiate lungo l’autostrada asiatica negli stati Mon e Karen.

Il successo della strategia si può misurare dal numero inferiore di movimenti militari concentrati in convogli più grandi che richiedono la scorta di veicoli da combattimento corazzati ed elicotteri da guerra,

I militari sono stati costretti ad usare questo espediente nello stato Chin Occidentale e lungo vari passaggi del fiume Ayeyarwaddy nella regione di confine tra Sagaing e Kachin dove sono stati impiegati scorte di imbarcazioni da guerra per proteggere il movimento fluviale di rifornimento diretto a nord.

La follia della guerra aerea

Queste tendenze emergono sullo sfondo del fallimento delle forze aeree del Myanmar ad ottenere un impatto apprezzabile sul campo di battaglia.

Nonostante i grandi numeri di operazioni fatte questo anno con un costo enorme per le bombe sganciate e il carburante consumato, il peso della guerra aerea della Aviazione Militare del Myanmar è caduto sui civili, mentre le forze della resistenza, che operano in piccole unità senza hub logistici facilmente identificabili, hanno subito perdite apparentemente minime.

In effetti, l’impatto complessivo della campagna del MAF è stato principalmente psicologico: terrorizzare i civili e al tempo stesso sostenere il morale degli avamposti del regime in difficoltà.

Nei conflitti di gran lunga più mortali dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, gli attacchi aerei sui civili si sono dimostrati alla fine dei conti controproducenti alimentando la volontà popolare a combattere. Nel cercare di sostenere posizioni che si trovano sotto la pressione crescente ma troppo numerosi per essere tutti difesi dall’aria, la parte militare della strategia della MAF rappresenta, nel migliore dei casi, un “dito nella fossa”.

Nei conflitti prolungati che non riescono a fornire una sufficiente drammaticità quotidiana facilmente misurabile in vite perse o chilometri guadagnati, l’industria giornalistica internazionale è incline a dichiarare una “situazione di stallo” e a passare oltre. Nell’ultimo anno, il Myanmar non ha fatto eccezione a questa tendenza, talvolta impacchettata nella rassicurante conclusione che la guerra è una guerra che “nessuna delle due parti può vincere”.

Resta da vedere come e se l’opposizione popolare birmana riuscirà a vincere ma è folle trascurare la notevole mobilitazione sostenibilità ed accesso alle armi che ha raggiunto in due brevi anni, avanzamenti che come indicati a giugno, continuano ad evolvere in modi che non sono immediatamente ovvi ma senza dubbio significativi,

Nel contesto di una guerra civile per molti versi senza precedenti, le speculazioni sul futuro sono di dubbio valore. Ma se le traiettorie attuali sono una guida, potrebbe essere più utile concentrarsi meno su chi vincerà e più su come e quando l’esercito in difficoltà della nazione perderà.

Anthony Davis, Asiatimes.com

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