Attraverso le frontiere del Sud Est Asiatico oggi nel pensiero di Farish Noor

Per comprendere una regione così complessa e dinamica come il Sud Est Asiatico si ha bisogno di comprendere le realtà economiche e sociali vissute a livello di base, e di capire che il senso di appartenenza vissuto dalla gente della regione si estende attraverso le frontiere del Sud Est Asiatico e che questo concetto non si può capire in termini di territori politici.

A partire dalle esperienze personali e dai lavori di ricerca nella regione, Farish Noor offre modi alternativi di comprendere il Sud Est Asiatico per come è vissuto e visto dalla gente ordinaria, che abita le zone di confine, i territori che si sovrappongono e gli spazi marini.

L’autore prende in considerazione i modi in cui già avviene l’integrazione delle popolazioni, talvolta anche al di fuori dell’orbita di quello che attiene all’ASEAN, a livello di rapporti tra popoli e allo stesso tempo di altri livelli complessi.

Contrabbando di magliette attraverso le frontiere dell’ASEAN e la realtà sul campo

Vorrei iniziare con un lungo quanto importante aneddoto. Nel 2003 ero al lavoro su una ricerca molto estesa in differenti parti del Sud Est Asiatico, in cui si analizzava la reazione delle varie società della regione alla cosiddetta guerra al terrore in conseguenza degli attacchi terroristici negli USA a settembre 2001.

attraverso le frontiere del sud est asiatico

In quel lungo periodo di ricerca, visitai molte località facendo tantissime interviste in Malesia, Indonesia, Thailandia e Vietnam. Uno degli incontri più interessanti che ebbi fu nel Meridione Thailandese, nella provincia di Satun, che confina con gli stati settentrionali della Penisola Malese.

Fu durante la mia breve visita a Satun che venni ad apprendere come la Thailandia, paese a maggioranza buddista, era una delle maggiori produttrici di magliette stampate con l’immagine di Osama bin Laden.

Allora quelle magliette erano una merce rara ed in tutta la regione, la gente di qualunque strato sociale, o professione, o gruppo di età comprava apertamente queste magliette per tantissime ragioni anche in conflitto tra loro. Intervistai un gruppo di giovani Thai che producevano le magliette e le vendevano dall’altra parte del confine malese.

Questa fu uno dei casi in cui seguii gli intervistati della mia ricerca sul campo: passammo il confine con la Malesia varie volte mentre loro portavano con sé centinaia di queste magliette di Osama bin Laden avvolte nei giornali.

Talvolta le magliette erano portate legalmente, ma spesso erano contrabbandate attraverso rotte non ufficiali nella giungla profonda per essere consegnate ad acquirenti in attesa che le rivendevano a clienti del posto con un margine di profitto.

Appresi anche da questi giovani thailandesi che esportavano le loro magliette fino a Sumatra, in Indonesia, via mare, sia legalmente che illegalmente.

Fu uno degli incontri più curiosi che ho mai avuto in tutti gli anni di ricerca nel Sud Est Asiatico e nelle complesse zone di frontiera della regione e che mi fece sorgere molte domande nella mia testa:

  • Perché, in primo luogo, dei giovani buddisti thailandesi facevano delle magliette di Osama bin Laden? E perché Osama bin Laden era popolare tra giovani thai che non erano neanche musulmani?
  • Come attraversavano così facilmente la frontiera tra Thailandia e Malesia e il confine di mare con la vicina Sumatra in Indonesia?
  • Sentivano un senso di appartenenza alla regione che si estende tra il Meridione Thailandese, la Malesia Settentrionale e Sumatra Settentrionale? Ed il loro universo politico, economico e sociale si estendeva al di là delle zone di confine che abitavano?

Le risposte che ricevetti mi confermarono il credo che i confini del Sud Est Asiatico sono davvero dei costrutti artificiali di scarso significato e di valore agli occhi della gente ordinaria che non vive e lavora nei domini tecnocratici del governo e dello stato. Mi furono date ripetutamente risposte simili: per i giovani thai nel Meridione, la loro distanza geografica da Bangkok si accompagnava ad un senso di alienazione dallo stato e ad un semplice sdegno per le preoccupazioni tecnocratiche dei legislatori.

I giovani thai che intervistai avevano altri crucci nella loro testa, ed erano toccati più dallo stato della violenza nell’inquieto meridione del paese; dal chiaro divario di sviluppo tra settentrione e meridione che lo si notava dalle cattive infrastrutture intorno a loro; e dal loro proprio futuro economico che nel loro sentire non erano la priorità delle elite del paese.

Quando chiesi loro del senso di “casa” e di appartenenza, molti di loro notarono che, da thailandesi del meridione, loro avevano più cose in comune con i Malesi di Perlis, di Kedah e del Kelantan nel settentrione della penisola malese; e che molti di loro avevano legami reali ed organici con persone dall’altra parte della frontiera.

I loro amici erano malesi, i loro legami commerciali erano con malesi, e alcuni erano sposati con malesi. Alcuni di loro avevano legami stretti a gente di Sumatra settentrionale e, come conseguenza di questo contatto lungo e delle interazioni commerciali costanti, il loro universo mentale era tale da includere la Thailandia Meridionale, Malesia Settentrionale e Sumatra.

Bangkok, d’altro canto, era percepita come lontana e indifferente. In modo simile Kuala Lumpur e Giacarta erano percepite come centri commerciali distanti dalla realtà quotidiana delle loro vite e di nessuna importanza per i loro bisogni e preoccupazioni.

Quindi dove sta l’ASEAN?

Queste osservazioni, per quanto dedotte da incontri aneddotici, non erano per nulla uniche o particolari. Durante le ricerche per tutta la regione del Sud Est Asiatico, ho incontrato molti esempi di movimenti transfrontalieri, di assimilazione e di formazione di identità organiche e significative che superano i confini degli stati e sono radicate nelle circostanze locali.

Tra i Bajao Laut, i nomadi di mari delle Sulawesi, esiste il credo molto reale secondo cui la patria Bajao è il mare, e che il Mondo Bajao si estende dal Mare delle Sulawesi al Borneo Indonesiano, a Mindanao, Sulu e Palawan nelle Filippine fino a Sabah in Malesia e Brunei.

Si può dire la stessa cosa delle varie comunità Dayak la cui “patria” si estende tra le frontiere tra il Sarawak malese e il Borneo Indonesiano, come anche dei Hmong che sono sparsi dal Vietnam alla Cambogia. Persino nei momenti di crisi, come durante il recente conflitto tra Thailandia e Cambogia attorno al Tempio di Preah Vihar, la gente che vive da entrambe le parti della frontiera non serba alcuna animosità verso i loro vicini, ma li vedono piuttosto come amici e parenti.

Mentre tutto questo può sembrare così postmoderno e molto sofisticato, questa complessità non è affatto nuova.

Il lavoro di Benedict Anderson sulle nazioni e la loro costruzione ci ricorda del carattere immaginario di tutte le nazioni, e di come esse esistano non come cose quanto come oggetti ontologici della mente.

Nei lavori di storici come K.N. Chaudhuri, G. Coedes e Paul Michel Munoz, possiamo già vedere ed immaginare un altro Sud Est Asiatico che era privo di frontiere e dove il movimento di persone, idee, sistemi di credi come anche di beni e merci era fatto facilmente su base giornaliera, cosa che rendeva la centralizzazione del potere difficile se non impossibile.

Gli studi contemporanei sulla storia e la politica del Sud Est Asiatico sottolineano la sua natura costruita, come un “costrutto discorsivo” che giunse tardi durante l’era coloniale e che era parte integrante del processo di dominio e controllo coloniale.

I lavori di studiosi quale Anthony Reid hanno mostrato che, indipendentemente dal modo in cui il colonialismo occidentale particolarmente a partire dall’età del capitalismo coloniale razziale, provava a dividere il Sud Est Asiatico in parti e blocchi distinti, ci sono state sempre queste zone in sovrapposizione di contatti e scambi umani, e che non si potevano mai cancellare efficacemente i legami di lingua, cultura, religione e storia, assicurando così che sarebbero rimaste sempre tracce del mondo premoderno persino all’apice della governamentalità moderna.

Sebbene il Sud Est Asiatico oggi consista di moderni stati nazione, dove l’apparato statale è reale e visibile, un argomento che lo si può vedere nei lavori di Steinberg e Milner, l’introduzione dello stato moderno e dei modi moderni dell’arte di governare, amministrare e gestire lo stato non hanno indebolito il potere di questi legami premoderni.

Tra lo Stato e la Nazione: Qual’è la distanza dell’ASEAN dai cittadini del Sud Est Asiatico?

Dalla formazione dell’ASEAN, Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico, nel 1967 il blocco regionale si è evoluto e sviluppato secondo una propria traiettoria ed è riuscito a conseguire un certo numero di cose.

Per iniziare, si deve notare che il risultato più importante dell’ASEAN è di essere riuscito ad evitare la guerra tra gli stati della regione per mezzo secolo. Grazie alla sicurezza e stabilità della regione intera, il Sud Est Asiatico è riuscito a beneficiare immensamente degli investimento stranieri diretti, FDI, provenienti da Giappone, Corea ed altri paesi dell’Asia Orientale dopo la recessione globale degli anni 80., creando di conseguenza le cosiddette Economie Tigri di Singapore, Malesia, Indonesia e Thailandia che continuarono a svilupparsi di continuo fino alla crisi globale del 1998.

Ma a questo punto si deve comprendere la natura dell’ASEAN e riconoscerlo per quello che è e quello che non è.

Quando fu creato nel 1967, l’intera regione era nella morsa del conflitto di opposizione della Guerra Fredda. I cinque stati fondatori dell’ASEAN erano preoccupati di assicurarsi che i propri paesi non sarebbero stati tirati in quel conflitto, e quindi non sorprende che la neutralità ed il principio di non intervento furono, e restano, idee fondanti fondamentali dell’ASEAN di ieri e oggi.

Sin dai suoi inizi, ASEAN fu un accordo pragmatico e realista tra i governi del Sud Est Asiatico. Come tale ha sempre operato sulla base del consenso comune e la cooperazione tra stati, a livello di governo con governo. ASEAN non ebbe inizio con un approccio dal basso verso l’alto, come una crescita organica di una sensibilità regionale comune tra le comunità delle regioni.

Perciò non possiamo e non dovremmo avere aspettative sull’ASEAN come se fosse un’iniziativa popolare o populista nata dalle radici della società del Sud Est Asiatico.

Sin dagli inizi si capì che, da gruppo regionale multilaterale, ASEAN era una preoccupazione dei rispettivi governi degli stati membri e che sarebbe ricaduto nell’ambito della politica estera degli stati. Ma la sfida che molti stati del Sud Est Asiatico incontrano oggi è di costruire una narrazione nazionale che possa fare due cose allo stesso tempo: da un lato, offrire un ampio modello in cui si possano incorporare in qualche modo il campo di identità etniche-culturali-linguistiche-religiose anche in un più largo contesto di storia regionale che sia interamente rappresentativa; e dall’altro localizzare anche i loro rispettivi stati nazione in un contesto di storia regionale. In molti paesi della regione ASEAN restano molte comunità etnico religiose linguistiche che combattono per la completa rappresentazione a livello nazionale.

Tra un ASEAN singolare e tanti Sud Est Asiatici.

Qui abbiamo bisogno di capire che esiste una distinzione molto reale tra ASEAN e Sud Est Asiatico che non è semplicemente una distinzione nominale.

ASEAN, lo si deve notare, è stato sempre un accordo tra stati e governi delle nazioni del Sud Est Asiatico. Lo stato moderno, comunque, è anche un mezzo che si può usare per fare alcune cose ed utilizzare per specifici compiti, ma è del tutto inadeguato per altre cose per le quali non è mai stato inteso.

Allo stesso modo in cui non ci aspettiamo che un’auto voli o un aereo salpi in mare, lo stato è uno strumento che si può usare per fare una serie di cose legate al suo scopo originario. Le prerogative statali e dei legislatori e tecnocrati sono definite dai parametri della moderna arte di governare.

Gli stati organizzano e gestiscono le economie, le politiche dell’istruzione, assicurano e proteggono le frontiere ed altro ancora. Ma non entrano, né lo devono, nella gestione delle microstorie e micro-biografie di cittadini e comunità.

Nel mio lavoro di ricerca, di analista politico e storico dell’Asia del Sud Est, ho spesso lavorato a livello di base che va oltre il controllo degli stati moderni e dei governi della regione. Ed è proprio su quel livello reale, organico e naturale che sono stato testimone, di persona, delle realtà di vita di migliaia di cittadini del Sud Est Asiatico, particolarmente di chi vive lungo le frontiere dell’ASEAN di oggi.

Le osservazioni salienti che si possono fare da questi incontri sono:

  • Per prima cosa i confini del Sud Est Asiatico sono davvero porosi e che nonostante i tentativi di chiuderli e di sorvegliarli, il movimento transfrontaliero in tante parti della regione è una realtà quotidiana e casuale.
  • Seconda cosa, la gente che abita queste zone di frontiera ha spesso maggiore affinità con i loro vicini politici che con i propri concittadini nelle altre parti del paese.
  • Terza cosa, le comunità delle zone di confine spesso non hanno tendenze nazionaliste esclusive e/o ostili verso l’ “altro”. I discorsi nazionalisti stretti hanno meno significato e valore tra persone che vivono in tali zone per la semplice ragione che l’altro straniero è il vicino della porta a fianco, che sta di fronte a loro, e capita che sono coloro con cui commercia, interagisce o si sposa.
  • Quarta cosa, e forse anche la più importante, queste esperienze sono radicate alla base, nelle realtà socioeconomiche del commercio, nell’insediamento, nella migrazione e nei matrimoni. E proprio a causa di ciò, hanno un significato per le persone la cui vita è forgiata da queste realtà.

Come la ricerca accademica manca il bersaglio

Il divario che vedo tra il modo di pensare dei politici e dei tecnocrati da un lato e la gente che vive dall’altro, si riflette anche negli studi del mondo accademico e il lavoro di ricerca oggi.

Questa è una spiacevole conseguenza della mentalità a compartimenti stagni che consegue dallo svilupparsi di specifiche discipline, e si riflette sulla mancanza di contatti e cooperazione tra le varie discipline nell’ambiente accademico.

Il risultato netto di questa mentalità a compartimenti stagni è il genere di ricerche specifiche per tema e anguste che molti di noi fanno, che ci lasciano delle zone d’ombra di cui non si può tenere conto nel lavoro di ricerca e nelle scoperte.

Per esempio gli economisti politici spesso lavorano sull’economia politica dei rispettivi stati dell’ASEAN, o sull’ASEAN nella sua interezza, ma non tengono conto di altre forme di vita economica e di pratiche che possano a volte coinvolgere interazioni che non sono necessariamente monetarie di natura, ma possono assumere altre forme di capitale, come un capitale culturale. Allo stesso modo, gli analisti della sicurezza lavorano sulla questione delle frontiere e questioni legate alla sicurezza nazionale, mentre non riescono a riconoscere che avvengono molte altre forme di movimento e interazioni tra frontiere che potrebbero gettare luce sui modi di prevenire un conflitto o di mediarlo al livello locale.

La lista potrebbe continuare e ci ricorda del fatto che il Sud Est Asiatico è davvero molto più complesso di quanto pensiamo e che ci sono infatti tanti “Sud Est Asiatici”

Quando osserviamo la mappa del Sud Est Asiatico oggi e tracciamo le tante differenti reti di movimento, di contatto e di scambi, legali ed illegali, regolari ed irregolari, possiamo vedere che il mondo polinucleare di cui ha scritto K. N. Chaudhuri è ancora una realtà vivente nella regione del Sud Est Asiatico.

Quindi perché non comprendere queste realtà multiple invece di demonizzarle/controllarle, e perché non mettere su una mappa le varie ed eterogenee mappe mentali dei “Sud Est Asiatico” che esistono già in questa parte di mondo?

Una possibile via di uscita dell’impasse che viviamo al momento è di assumere seriamente le scoperte di geografia, di storia e di antropologia sociale che ci possano dare un quadro più comprensivo dei tanti differenti mondi di vita che esistono al momento in questa regione – dalle mappe mentali delle comunità di montagna al mondo marittimo dei nomadi di mare come le popolazioni dei Bajao Laut, degli Illanuns e dei Suluk.

Solo allora sarà possibile comparare le geografie stabilite degli stati con le geografie mobili e dinamiche e fluide delle comunità reali, che potrebbero anche spiegare come e perché i discorsi ufficiali centrati sullo stato possono essere meno importanti per alcuni in certe circostanze.

Se non si fa questo, la nostra comprensione ufficiale dell’ASEAN resterà centrato sullo stato che racconta solo una storia ufficiale mentre dimentica e/o nega le miriadi di narrative del mondo di vita che esistono attualmente nella complessa regione che è il Sud Est Asiatico.

Alla ricerca del Sud Est Asiatico a livello locale

Il fatto che l’ASEAN sembri distante a così tanti cittadini del Sud Est Asiatico è qualcosa che me lo aspettavo. Eppure come ho provato a mostrare precedentemente, esistono in tutta la regione tantissimi casi di interazioni reali, organiche e quotidiane tra popoli e comunità che attraversano più volte e facilmente le frontiere e che, forse, hanno un senso di identità e di appartenenza radicato nell’ambiente immediato della loro subregione.

Le comunità delle colline e le comunità lungo le frontiere localizzano il senso di identità e appartenenza a domini condivisi che possono differire dalle frontiere politiche disegnate sulle mappe.

Tale è il caso dei Dayak che vivono sul confine del Malese Orientale con il Borneo Occidentale, che costituiscono gran parte degli interni della grande isola del Borneo. Spesso tali comunità possono appartenere a più di uno stato nazione e si possono diffondere in vari stati dell’ASEAN.

Tuttavia all’interno del contesto delle loro proprie storie nazionali sono stati spesso relegati ai margini come “minoranze” o come coloro che risiedono alla periferia, e i loro interessi e visioni del mondo sono anch’essi definiti periferici.

Un approccio organico dal basso allo studio dell’ASEAN deve guardare questi domini subregionali come habitus umani in forma indipendente, ed assumere come punto iniziale il significato di “casa” e di “locale” per queste comunità.

Le storie nazionali ufficiali forse hanno qualche problema nel trattare con tali concezioni locali, subregionali di terra natia e di appartenenza, perché sembrano contraddire il discorso ufficiale stato centrico del governo o le storie nazionali ufficiali che tendono ad essere lineari e totalizzanti.

Per esempio come accomoderebbero le storie ufficiali dell’Indonesia o della Malesia la visione del mondo dei Dayak che vivono in entrambi i paesi ed hanno ancora affinità per gli altri Dayak dall’altra parte della frontiera?

Una comprensione del genere richiederebbe l’apprezzamento del fatto che le identità non sono, dopo tutto, totalizzanti e neanche singolari: che un Dayak malese o un Dayak indonesiano possono essere entrambi Dayak ed avere una cittadinanza nazionale allo stesso tempo senza che esse siano mutualmente esclusive.

Ciò che questo significa è che potremmo studiare e, forse dovremmo studiare, il Sud Est Asiatico non come un blocco o area geografici predefiniti, e non come una regione definita solamente dall’ ASEAN, quanto piuttosto un mosaico di reti, di mondi, sistemi di commerci e percorsi di contatti umani.

Se si dovesse assumere un tale approccio, ci sono alcuni domini in particolare che vorrei indicare perché meritevoli di una ricerca sostenuta più stretta. Questi domini esistono nel qui-ed-ora e sono sufficientemente reali a livello di base e sono di fatto alquanto mondani.

Guardare al di là della legge dello stato e della legalità

Fatemi tornare all’esempio con cui ho cominciato, il caso dei giovani Thai che stampavano le magliette per contrabbandarle dall’altra parte della frontiera.

Il triste pregiudizio dei moderni legislatori e/o dei tecnocrati postcoloniali è che spesso non riescono a vedere al di là delle limitazioni strutturali dello stato e non concepiscono perciò la realtà umana e le relazioni sociali al di fuori del vocabolario del governo, della legalità, della sorveglianza e del senso dello stato.

L’effetto netto è che tutte quelle forme di comportamenti socioeconomici e socioculturali che non si conformano agli standard della legalità sancita dallo stato possono solo essere categorizzate come il loro opposto: forme di comportamento al di fuori della legge, illegali e viste potenzialmente nocive e pericolose per la sovranità dello stato nazione e la sua società.

Ma come ho visto nella mia ricerca lungo tali zone di confine, ci sono troppe troppe cose che accadono quando la gente passa i confini lungo canali non ufficiali, o entrano in commerci che non sono strettamente legali.

Naturalmente non voglio dire che l’illegalità di tali comportamenti è una cosa triviale o che si possa trascurare, ma che accadono cose in più del semplice contrabbando.

Se si dovesse usare uno sguardo più articolato a queste forme di “attività illegali”, potremmo vedere che insieme a forme di transazioni economiche che accadono ci sono altre forme di contatti umani.

Avvengono matrimoni, nascono bambini, famiglie e persone a volte assumono personas e identità multiple, e in modo significativo si creano di conseguenze comunità di “frontiera”.

Tutto ciò merita un serio lavoro che dovrebbero fare storici, geografi umani, sociologi e antropologi i quali sanno che, ad un livello organico, emergono ed evolvono organicamente davvero differenti sensi multipli di appartenenza locale/subregionale. Se ASEAN desidera davvero costruire un più forte senso di comunità tra i propri cittadini, forse vale la pena dare uno sguardo a queste forme alternative di legami sociali e formazione di identità subregionali piuttosto che semplicemente censurare e sorvegliare.

Ma forse la cosa più facile da vedere e ricercare è quello che ci fissa in faccia ogni giorno, e si presenta a noi nel più comune e mondano dei modi. Voglio dire le istanze multiformi di comunicazione ed interazione intra-ASEAN che accadono ogni giorno tra le milioni di famiglie che sono già, grazie alla composizione dei suoi membri, famiglie dell’ASEAN.

Qui parlo dalla mia personale esperienza di un malese di origini indonesiane giavanesi, sposato ad una moglie singaporeana e padre di mia figlia singaporeana.

ASEAN o Sud Est Asiatico non sono concetti distanti e astratti per me e la mia famiglia, perché incontriamo l’ASEAN ogni giorno e notte al nostro tavolo da pranzo.

A causa del nostro matrimonio e del nostro stile di vita e lavoro, la mia famiglia ed io negoziamo le realtà dell’ASEAN giornalmente. Mentre i governi lavorano per creare un maggior senso di vicinanza, di fratellanza e di buon vicinato tra i cittadini, per milioni di famiglie panASEAN come la mia queste esigenze sono reali, evidenti e giornaliere, e non sono dirette da una politica di stato o agenzia di governo.

Eppure sono rari degli studi seri su queste famiglie panASEAN. svolti da uno dei governi della regione o dall’ASEAN stesso, fatto su una base larga comparativa e con un approccio longitudinale. Se si dovesse fare uno studio simile oggi, potrebbe portare a conclusioni che sono tanto familiari e che forse ci ricordano del mondo privo di frontiere, dell’ASIA che fu ipotizzata nel lavoro di Chaudhuri citato prima: L’Asia in generale e il Sud Est Asiatico in particolare erano e restano una regione di movimenti, migrazioni e stanziamenti; e che i cittadini del Sud Est Asiatico continuano a vivere complicate vite interconnesse in un complicato mondo interconnesso.

Mentre l’integrazione dell’ASEAN procede lungo il proprio percorso previsto e con i governi che lavorano a rendere più facili ed economici questi movimenti interASEAN e/o intraASEAN, potrebbero crescere i casi di famiglie pan-ASEAN.

Il prodotto di lungo respiro di tali combinazione di processi potrebbe essere più vasto e importante di quanto immaginiamo.

Per iniziare, il fenomeno dei matrimoni interASEAN e di famiglie panASEAN potrebbe nel lungo termine essere la base di un senso significativo di identità e di appartenenza dell’ASEAN, dove i cittadini ASEAN sentano allo stesso tempo un senso tangibile di appartenenza alla loro cultura, etnicità, religione, Stato e regione.

Immaginare l’integrazione futura dell’ASEAN basata sulla realtà complessa delle vite umane

Per giungere ad una conclusione, permettetemi di tornare all’inizio: mi capita di essere uno storico politico del Sud Est Asiatico, anche se sono il primo a notare ancora che proprio la nozione di Sud Est Asiatico stesso è un costrutto discorsivo, risultato di incontri multipli con il colonialismo, l’imperialismo, la modernità, e il capitalismo coloniale nel recente passato.

Avendo studiato gli sviluppi storici degli stati della regione e delle loro istituzioni, sono il primo a dire che ASEAN è stato uno dei più importanti sviluppi nella regione durante l’era postcoloniale.

Ma sebbene abbia molto rispetto per l’ASEAN e mi consideri un suo cittadino, il mio proprio lavoro, la ricerca sul campo a livello di base per tutta la regione, mi hanno convinto che ASEAN è solo un aspetto del Sud Est Asiatico, e la storia dell’ASEAN è solo una delle tante storie della regione e della sua gente.

Ho provato a discutere e mostrare come, a livello di base delle interazioni giornaliere mondane, l’integrazione dei suoi cittadini già accade regolarmente e su una scala che sfida l’immaginazione.

Il Sud Est Asiatico già si trova nel processo di integrazione perché la sua gente già si integra; e su questo livello di integrazione individuale, l’integrazione tra popoli ha luogo in moltissime forme con modalità che non si possono comprendere convenzionalmente o assunte seriamente da alcune discipline che conosciamo.

E’ per questa ragione che sento davvero che si debba intraprendere un approccio più complesso e variegato dagli scienziati sociali dentro e attorno alla regione per studiare quello che accade davvero nella regione oggi, lungo le sue zone di frontiera, nel suo panorama marittimo, nello spazio virtuale su Internet e nei tinelli di migliaia di famiglie panASEAN giornalmente.

Guardando al futuro dell’integrazione dell’ASEAN come la concepiamo oggi, abbiamo bisogno di apprezzare il fatto che gli stati che misero su il blocco potrebbero non essere i soli o forse neanche i primari agenti e vettori del cambiamento nel futuro.

Ma se dobbiamo iniziare a speculare su quello che potrebbe essere il futuro, abbiamo bisogno di ritornare all’umanistica e alle scienze sociali, e l’attenzione alla dimensione umana delle relazioni complesse con lo spazio, il luogo e l’appartenenza.

Il Sud Est Asiatico non lo si può capire semplicemente in termini di geografia terrestre. Quello che lo rende quello che è sono le persone che ci vivono ed è a questo livello umano soggettivo che la vera idea del “Sud Est Asiatico” giunge ad avere significato in primo luogo.

Grazie

FARISH A. NOOR, ASIA Center, Japan Foundation

Farish A. Noor ha scritto The Discursive Construction of Southeast Asia in 19th Century Colonial-Capitalist Discourse (Amsterdam University Press, 2016), The Malaysian Islamic Party 1951-2013: Islamism in a Mottled Nation (Amsterdam University Press, 2014), Islam on the Move: The Tablighi Jama’at in Southeast Asia (Amsterdam University Press, 2012), e Islam Embedded: The Historical Development of the Pan-Malaysian Islamic Party PAS: 1951–2003 (Malaysian Sociological Research Institute [MSRI], 2004). Ha anche coeditato The Madrasa in Asia: Political Activism and Transnational Linkages (Amsterdam University Press, 2008) insieme a Martin van Bruinessen e Yoginder Sikand.

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