Autodifesa ministro della giustizia filippino inizia a non crederci più

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La parola autodifesa la si è sentita spesso in occasione delle operazioni antidroga condotte dalle agenzie della sicurezza filippina durante l’amministrazione Duterte, ma ora il ministro della giustizia filippino comincia a dubitare di almeno 52 casi di autodifesa.

Secondo il rapporto di 21 pagine redatto dal ministero della giustizia filippino, i presunti tossicomani in 52 casi presi in carico non hanno né opposto resistenza né hanno sparato, al contrario di quanto scritto nei loro rapporti.

Sono sotto inchiesta ora 154 poliziotti legati a questi 52 casi di operazione di polizia e rischiano perciò un’azione penale.

Guerra alla droga Duterte

“La maggior parte dei casi indicano circostanze che non sostengono l’affermazione del personale di polizia di autodifesa. Ecco perché abbiamo portato questi casi all’Ufficio Nazionale di Indagini per un appropriata indagine” ha detto il ministro Guevarra.

Nel caso di un ragazzo di 17 anni Nave Perry Alcantara la polizia disse di avergli sparato tre volte dopo che il giovane sparò contro di loro. Ma il IAS, servizio degli affari interni della polizia nazionale filippina, dubita della descrizione dell’evento perché il giovane era ad appena un metro dal poliziotto che lo ha ucciso.

“Considerando le posizioni relative delle due persone al momento degli spari, IAS ha espresso dubbi sulla affermazione di autodifesa da parte del poliziotto” secondo il ministero che aggiunge che la polizia abbia usato forza eccessiva durante l’incursione antidroga. Nave Perry Alcantara inoltre risultò negativo al test della polvere da sparo.

Un poliziotto fu sospeso per due mesi ma gli altri presenti furono prosciolti.

In molti altri casi però non ci sono stati né la ricerca della polvere da sparo sulle mani dei sospetti spacciatori passati per le armi, né autopsie, né test balistici.

“Non esistono dati che sostengono l’affermazione dei poliziotti che il sospettato abbia sparato contro di loro. Nessun guanto alla paraffina, né test balistici né test incrociati sull’arma presumibilmente ritrovata sono stati mai condotti” scrive il ministero della giustizia.

Il ministero riporta il caso di Crispin Vedaño che fu sparato alle spalle due volte, su cui fu fatta l’analisi del guanto di paraffina che risultò negativa e su cui non esistono documenti a comprovare che si tratta di operazioni legittime di intercettazione, né uno straccio di autopsia.

Il poliziotto accusato di aver sparato ha avuto solo sei mesi di sospensione.

Questa inchiesta su 52 casi di autodifesa nasce dall’impegno del governo filippino e del ministro Guevarra che dissero lo scorso anno al Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU che era stata avviata una rivisitazione delle operazioni di polizia delle 5655 morti durante la guerra alla droga.

5655 è il numero di morti sempre denunciato dalla polizia e sempre rigettato dalle ONG dei diritti umani.

Carlos Conde di HRW Filippine dice che i casi rivisitati mostrano come la guerra alla droga sia “una politica di stato assassina ed illegale” e che almeno 6191 persone sono morte in oltre 200 mila operazioni antidroga a partire da luglio 2016 stando ai resoconti ufficiali. I gruppi dei diritti hanno sempre denunciato alcune decine di migliaia di persone uccise, per lo più poveri, cifra che fu fatta propria dalla stessa agenzia UNHCR.

“L’indagine di appena 52 casi graffia appena la superficie ed è totalmente insufficiente ed inconsistente con gli impegni del governo secondo la legge internazionale a dare una rivisitazione dei casi che coinvolgono i presunti omicidi extragiudiziali” ha detto FLAG, Gruppo di assistenza legale gratuita.

“Non fornisce informazioni utili per assistere nel portare davanti alla giustizia chi ha commesso il reato, né da qualcosa alle famiglie delle vittime uccise in nome della cosiddetta guerra alla droga dell’amministrazione Duterte”

La guerra alla droga fu introdotta dal governo Duterte nel 2016 formalmente per superare il problema della droga nelle Filippine con un invito aperto ad uccidere i presunti spacciatori se fosse in pericolo la vita dei poliziotti.

In questo periodo nacque il termine filippino Nanlaban,l’autodifesa dei poliziotti che affermavano che i presunti spacciatori o tossicomani avevano opposto resistenza agli arresti, oppure avevano provato ad impossessarsi delle armi dei poliziotti o avevano una loro arma.

Il ministro Guevarra ha però confermato che “tempo e risorse permettendo, il ministero della giustizia esaminerà le migliaia di altri casi perché è giusto ed è la cosa giusta da fare”

Il capo attuale della polizia General Guillermo Eleazar ha anche invitato le vittime di questa guerra alla droga a cooperare nel trovare i poliziotti responsabili che hanno commesso abusi di cui possono rispondere davanti alla giustizia.

Finora comunque ci sono solo 3 poliziotti ad essere stati condannati nel 2018 al carcere per aver ucciso Kian De Lo Rios in una operazione di polizia per altro ripresa dalle telecamere di sorveglianza della zona.

Sorte opposta, che testimonia come il sistema giudiziario filippino sia molto tortuoso, è quella di 19 poliziotti accusati dell’omicidio in carcere del sindaco di Albuera Rolando Espinosa, padre del boss della droga Kerwin Espinosa, a Baybay City la notte del 5 Novembre 5 2016, dopo un presunto scontro a fuoco.

Rolando Espinosa era stato incluso in una lista di trafficanti e politici connessi redatta da Duterte.

Nel processo i 19 poliziotti sono stati assolti per mancanza di prove, perché i testimoni presentati dall’accusa contro non hanno riconosciuto nessuno dei poliziotti presenti sulla scena del crimine che sarebbero andati lì, nel pieno della notte, a notificare un mandato di cattura per possesso illegale di armi in carcere.

Ma cosa significa proprio ora questa indagine e la pubblicazione di questo rapporto?

Bisogna ricordare che la Corte Penale Internazionale ha autorizzato a settembre una indagine completa sulla campagna antidroga di Duterte perché era un attacco sistematico ai civili ed era illegittima.

Il caso fu aperto all’ICC dopo le denunce di due persone, un sicario di lungo tempo Edgar Motabato e di un ufficiale di polizia di Davao Arturo Lascanas, e di alcuni familiari delle vittime che chiesero la denuncia di Duterte per crimini contro l’umanità. L’indagine dell’ICC prenderà in considerazione non solo il periodo da Luglio 2016 in poi, ma anche gli omicidi extragiudiziali a Davao precedenti, quando Duterte era sindaco.

Mentre all’inizio Duterte disse che non avrebbe cooperato con l’ICC ed ha portato le Filippine fuori dal Trattato di Roma, tempo fa ha detto che si preparava a difendersi dall’inchiesta.

Poiché i voli pindarici delle dichiarazioni di Duterte sono noti, bisogna registrare anche che ha detto che preferisce essere giudicato e condannato da un giudice filippino.

Ma sotto l’occhio dell’ICC non c’è solo il presidente, ma anche chi questa politica di stato l’ha applicata come Ronald M. Dela Rosa, ora senatore e candidato presidenziale per le elezioni presidenziali del 2022.

Appena dopo l’annuncio di indagini complete da parte dell’ICC, Duterte parlò all’Assemblea delle Nazioni Unite e con un messaggio registrato disse che “chiunque abbia agito al di là dei limiti di legge” nella sua campagna contro la droga era passibile di andare in giudizio.

Il presidente Filippino ha anche detto di aver ordinato un’inchiesta sulla condotta della campagna a cui il ministero della giustizia è al lavoro e ha prodotto un primo risultato.

L’ICC, ha detto Duterte, potrà solo osservare ma non indagare perché un’indagine dell’ICC sarebbe uno schiaffo al sistema giudiziario filippino. Peccato che finora ha condannato solo 3 poliziotti e tiene sotto processo per traffico di droga la senatrice De Lima che portò Edgar Motabato a testimoniare in Senato.

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