Bangkok in stato di emergenza con manifestanti in Parlamento

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Sembra un gioco al massacro, a chi mantiene i nervi ben stretti. Lo stato reale di assedio con cui le magliette rosse tengono sotto assedio il governo porta a temere per il peggio. Dopo le manifestazioni simboliche del versamento di sangue per le strade, dopo le ripetute manifestazioni e blocchi dei centri commerciali attorno al tempio di Erawan, è arrivata l’irruzione dei manifestanti nel Parlamento.

Da varie fonti sembra che sia stata provocata da alcuni elementi interni al Parlamento che avrebbero buttato tra la folla delle magliette rosse due lacrimogeni, non in dotazione alla polizia, che però non sono esplosi. Il primo ministro Abisit era già andato via in elicottero dal Parlamento.

Successivamente la folla, guidata da Arisman Pongruangrong, un cantante di Pattaya leader delle magliette rosse,e da un deputato di Thaksin di Bangkok, insieme a vari miliziani delle magliette rosse, hanno sfondato i cancelli e si sono messi alla ricerca del ministro degli interni, disarmando alcune guardie e preso loro le armi. Nel frattempo moltissimi deputati erano già andati via con vari elicotteri.

La situazione si fa sempre più insostenibile sia perché sono in molti a richiedere la mano dura contro i manifestanti, cosa che parte della polizia e dell’esercito non sembra voglia fare, sia perché il governo è immobile politicamente.

Il primo ministro Abhisit Vejjajiva ha dichiarato lo stato di emergenza a Bangkok e in alcuni centri vicini affidando al ministro degli interni la supervisione della legge d’emergenza.

“Vogliamo facilitare tutte quelle azioni per restaurare l’ordine e la pace. Le azioni da intraprendere saranno secondo la legge e gli standard internazionali”. Lo stato di emergenza non vuol significare, continua il primo ministro, la repressione imminente delle proteste ma uno strumento effettivo per l’applicazione della legge, compreso le azioni legali contro i leader delle magliette rosse.

Nel frattempo, gli altri leader delle magliette rosse hanno dichiarato che pur non accettando la reazione di Arisman non lo lasciano solo perché condividono le stesse opinioni. Quello che è accaduto non è stato pianificato o discusso dalla leadership delle magliette rosse. In molte province Thailandesi la mobilitazione è al massimo.

Alcune televisioni legate alle magliette rosse sono state chiuse, mentre alcuni siti web quale Pratachai è attualmente irraggiungibile.

Da che parte sta la democrazia e il rispetto delle regole democratiche? Chi può essere mai davvero il difensore dei diritti e delle regole democratiche?

Che fare delle magliette rosse

Sono passati vari giorni dall’offerta del primo ministro Abhisit di una roadmap di riconciliazione che prevede le elezioni per 1l 14 Novembre e la conseguente dissoluzione del parlamento per la seconda metà di settembre.

Come in precedenza scritto, il percorso non è facile e forse anche poco decifrabile dalle sponde della nostra Italia. Mentre le magliette gialle hanno rifiutato nettamente questo percorso di rappacificazione invitando il governo invece a perseguire la repressione a qualunque costo, le magliette rosse stanno ancora discutendo sul che fare.

Se in alcuni momenti sembra che si facciano dei percorsi avanti, con il partito di opposizione schierato per la roadmap, con Thaksin che telefona per dire di afferrare questo momento, in altri momenti la situazione sembra poter scivolare verso il dramma.

Alcuni giorni fa il lancio di alcune granate e gli spari verso alcuni posti di blocco ha causato la morte di due poliziotti, facendo temere il peggio. Dal canto loro le Magliette Rosse hanno posto alcune condizioni “di sincerità”: che il governo si faccia carico delle responsabilità delle morti e si presenti alla Polizia per ascoltare la denuncia dei parenti delle vittime. Il ministro degli interni Suthep si è già recato e il primo ministro si recherà, ma questo non sembra bastare.

Sulla testa dei leader delle magliette rosse gravano varie accuse che potrebbero costare loro anche la condanna a morte e che non permettono di restare a piede libero.

“Se dobbiamo essere giudicati noi anche loro devono prendersi le responsabilità di quello che è successo il sabato nero del 10 aprile, per i tanti morti e per i tanti rimasti senza occhi o senza gambe”. 

Nel frattempo la protesta rimane tutta in piedi e il centro commerciale di Rachaprasong rimane occupato in quanto come un leader del movimento ha detto: “Il processo non è ancora cominciato”, vale a dire che il movimento aspetta l’incriminazione di Suthep e Abhisit prima di poter smobilitare.

Ma il tempo comincia a mancare e se non si ha la liberazione di Rachadaprason entro pochi giorni non rimarrà che una sola via, la più sanguinosa, per liberare Rachadaprasong che da due mesi ormai non ha più vita economica, con moltissimi centri commerciali chiusi, hotel semivuoti.

Già moltissimi sono stati licenziati e l’impatto sull’economia a lungo andare ne è fortemente toccata. Il problema vero è che non si riesce a vedere la fine di questo tunnel anche nell’eventualità di una forte repressione che riuscisse a mandare a casa le magliette rosse. Anzi. La forte polarizzazione che vive ora la Thailandia sarebbe così destinata a rimanere a lungo. Una polarizzazione che non è solo tra Rossi e Gialli, ma che è più profonda: tra una città ricca ed opulenta ed una provincia “povera”; tra una middle class che appoggia Abhisit ed una provincia sdoganata dal Thaksin che, col suo populismo ha portato per la prima volta alla ribalta la provincia minore della Thailandia, L’Isaan e le province povere del Nord. Con i progetti “30 baht per un dottore”,

“Un villaggio, un progetto” ha portato direttamente nei villaggi molti dei finanziamenti che prima interamente passavano per le mani dei vari politicanti.

In questo senso, nella pur generale confusione ideologica del movimento delle magliette rosse in cui si fondono varie esperienze ma anche molta adesione alla “Voce del Capo”, si è avuto qualcosa di nuovo in Thailandia e nuove prospettive si sono aperte, ma credo bisogna attendere ancora un po’ per capire che evoluzione si avrà.

La strada verso la democrazia per ora rimane ancora un po’ costruita in “entrambi i sensi di marcia”, con un governo cioè che per bloccare un movimento e le sue richieste non trova nulla di meglio che la censura e il blocco della libertà di espressione, la lesa maestà per impedire qualunque discussione sulla monarchia, facendo quasi dimenticare le migliaia di persone scomparse nella guerra alla droga condotta nel 2003 da Thaksin e facendo passare sotto silenzio la guerra civile nel sud, dove si scontrano ormai due nazionalità diverse, una guerra civile innescata dalla gestione sempre del governo Thaksin.

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