Bantar Gebang, riciclaggio dei rifiuti non detto agli occidentali

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Bantar Gebang è la più grande discarica a cielo aperto del Sudest-asiatico, un immenso paesaggio lunare di 120 ettari di rifiuti puzzolenti e tossici che serve la regione di Giacarta con i suoi 32 milioni di persone.

Photo: AP

La discarica contiene circa 39 milioni di tonnellate di rifiuti a cui se ne aggiungono settemila giornalmente. Si dovrebbe esaurire a 49 milioni di tonnellate per il 2021 se non prima.

Ibu Sri iniziò a raccogliere rifiuti nella discarica quando aprì circa 30 anni fa. Allora la spazzatura era deposta in una seri di crateri lasciati da attività di estrazione. Ora Bantar Gebang vista da lontano ha l’aspetto di dieci piccole colline.

Ibu Sri non va più a rovistare tra i rifiuti, ma gestisce un gruppo di cercatori che secondo turni cercano bottiglie di plastica, cannucce, contenitori medici di plastica fatti di polietilene a bassa ed alta densità, scarpe, alluminio, metalli e stagno.

Una volta separati, valutati e ripuliti la spazzatura ha un qualche valore economico: un sacco di bottiglie di plastica possono fruttare 30 centesimi di euro al chilo. I polietileni qualcosa di più.

Ibu Sri non è preoccupata dalla prospettiva di una chiusura di Bantar Gebang.

“Non credo che Bantar Gebang chiuderà a breve” dice. “Ma se dovesse chiudere, mi sposterò in un’altra discarica. Seguirò dovunque va l’immondizia”

Di Bantar Gebang ce ne sono dovunque nel Sudest-asiatico: Tondo a Manila, Da Phuoc a Ho Chi Minh City. Sono un testamento della falla fondamentale della crescita economica e della narrazione della prosperità accettata dovunque come la verità del vangelo. Il consumismo sfrenato ed i consumi che sostengono le nostre vite sono insostenibili.

Ogni tubetto di dentifricio, ogni bottiglia di sciampo, contenitore dello Yogurt, ogni confezione e sottile busta di plastica finisce da qualche parte come Banar Gebang, o Tondo, o peggio a galleggiare dovunque nel mare aperto.

Questa bugia disperata fu esposta in modo eclatante dalla fine del 2017 quando le autorità cinesi vietarono le importazioni di materiali di rifiuto. La politica della “Spada Nazionale” diede un colpo quasi mortale all’industria globale del riciclaggio dei rifiuti da 200 miliardi di dollari e le conseguenze si sentono ancora nel Sudest-asiatico, in Europa ed in Nord America.

Un intero ecosistema di brave persone del riciclaggio dei rifiuti, di magazzini ed inceneritori si è evoluto per permettere ai consumatori occidentali di credere che possono continuare nei loro modi dissoluti senza danneggiare l’ambiente. Questo è un nonsenso. E’ di fatti spazzatura. L’ecosistema andava bene solo finché i cinesi volevano importare i detriti del consumismo occidentale: dai rifiuti pericolosi, alle plastiche ai rifiuti elettronici.

Quando i cinesi compresero l’impatto di milioni di tonnellate di rifiuti sul loro ambiente, cambiarono idea e crollò l’intero edificio.

L’idea occidentale che il riciclaggio dei rifiuti sia possibile si è rivelato fraudolento. Sappiamo ora che il riciclaggio dei rifiuti ha un costo che non è positivo per l’ambiente.

Mentre il Sudest-asiatico soffoca nelle migliaia di tonnellate di rifiuti pericoloso, si fanno più amare le recriminazioni da entrambi i lati.

All’inizio di luglio l’Indonesia ha deciso di rispedire 49 container di rifiuti contaminati in USA, Australia, Francia, Germania e Hong Kong. A maggio la Malesia ha rispedito 3000 tonnellate in 14 paesi e le Filippine hanno rispedito 69 contenitori in Canada accompagnati dalle solite smargiassate di Duterte.

In realtà i paesi del Sudest-asiatico riescono a malapena a gestire la propria spazzatura.

A Giacarta ci sono progetti di creare zone di strutture di trattamento intermedio da 250 milioni di dollari per il 2022 che potrebbero sostituire Bantar Gebang. Non sarà probabilmente sufficiente dato che la città produce 7000 tonnellate al giorno.

Anche se si possono creare altre discariche resta il problema fondamentale: alla fine dei conti, cosa farà la gente di Giacarta, del Sudest-asiatico e del mondo con tutti questi rifiuti prodotti dallo stile di vita di questo secolo e dal consumismo in espansione?

La tecnologia e l’integrazione globale ci hanno deluso in questo campo. Esportare rifiuti come fanno europei ed americani è ipocrita ed autolesionista.

Le richieste che industrie e individui cambino le proprie pratiche o abitudini vanno bene fino ad un certo punto.

La soluzione richiede una completa revisione delle pratiche di vendita e distribuzione nelle “industrie di beni di largo consumo”. La gestione dei rifiuti sarà temporanea se non rieduchiamo i consumatori, produttori e intermediari.

Qualunque cosa intermedia fallirà mettendo i rifiuti sotto il tappeto o a Bantar Gebang ad accumularsi sempre più in alto.
Karim Raslan, SCMP

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