BIRMANIA: Alla ricerca della presidenza dell’ASEAN del 2014

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Il primo ministro, e presidente della Birmania, il già generale Thein Sein, ha rinnovato la richiesta di presidenza dell’ASEAN per il 2014 nell’ultimo summit dell’ASEAN, a Giacarta,

A seconda del modo di guardarla, l’ASEAN è un’impresa lungimirante che si propone di raggiungere un’unità tra i suoi  più diversi membri, oppure uno sforzo caotico di presentare un fronte unificato nonostante le spesso inconciliabili differenze.

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In certi momenti sembra di trovarsi di fronte più al secondo caso: la Thailandia e la Cambogia si stanno combattendo l’un l’altra e l’ASEAN sembra incapace di fare qualcosa.

Quello di cui l’ASEAN ha bisogno in un periodo come questo è di mostrare una reale volontà politica, una dimostrazione dell’atteggiamento da «uniti possiamo resistere, divisi cadiamo» che, spesso, si manifesta, quando uno qualunque dei suoi membri viene scelto dalla critica dell’occidente.

Ringraziamo la Birmania, allora, ed il suo nuovo governo che vogliono fare la propria parte per allontanare l’attenzione dalle profonde divisioni nell’ASEAN, introducendo una non questione controversa che è importante solo per la Birmania stessa: la sua richiesta di presiedere l’ASEAN nel 2014.

Il primo ministro, e presidente della Birmania, il già generale Thein Sein, ha rinnovato la richiesta di presidenza dell’ASEAN per il 2014 nell’ultimo summit dell’ASEAN, a Giacarta, la scorsa settimana. Era la sua prima missione all’estero a Marzo e perciò una specie di festa di rivelazione per i nuovi ministri civili birmani.

Comunque, la risposta dell’ASEAN, un cenno provvisorio di assenso, è stata poco entusiasmante e mostrava la riluttanza dell’assise nello scontrarsi con i maggiori partner del dialogo occidentale. Nel 2006 il regime birmano fu costretto a rinunciare alla sua richiesta di presidenza a causa della condanna internazionale della sua storia di violazioni dei diritti umani e della violenta repressione dei dissidenti, compreso l’attacco al leader dell’opposizione birmana Aung San Suu Kyi e ai suoi sostenitori nel maggio 2003.

Benché alcuni dei membri dell’ASEAN possano volere dare alla Birmania il beneficio del dubbio questa volta, in considerazione che ha fatto un passo che l’allontana dal governo militare diretto, altri, specie gli USA, sono meno propensi ad essere influenzati da cambiamenti che secondo molti sono solo di facciata. Ciò vuol dire che, ancora una volta, la Birmania potrebbe mettere l’ASEAN in una posizione molto difficile.

In tempi normali sarebbe onere dell’ASEAN trovare un modo per soddisfare le richieste di una nazione da cui dipende fortemente sia per commercio che per la sicurezza, mentre allo stesso tempo deve riaffermare la sua solidarietà interna. Questa volta, comunque dovrebbero essere i governanti birmani a portare il peso maggiore. Se insistono nel dire che hanno le carte in regola per la presidenza, devono mostrare di voler mettere il bene più grande dell’ASEAN davanti ai propri interessi, dimostrando di aver davvero cambiato il modo in cui governano nella propria nazione.

Possono farlo rilasciando, per prima cosa, tutti i prigionieri politici birmani. Possono fermare tutte le loro offensive militari e violazioni dei diritti umani nelle regioni etniche. E possono iniziare i colloqui con tutte le parti politiche, compreso il partito ufficialmente sciolto NLD di Aung San Suu Kyi, sul come raggiungere una duratura riconciliazione.

Da presidente attuale dell’ASEAN, l’Indonesia può indicare con chiarezza quali sono i cambiamenti richiesti al successore in pectore quando invia il proprio primo ministro, Marty Natalegawa, in Birmania in una missione esploratrice che studi quanto il regime sia adatto alla presidenza.

Una volta che il ministro giunge in Birmania, dovrebbe incontrare i capi dell’opposizione e gli attivisti e chiedere persino il permesso per parlare con i più importanti dissidenti in prigione. Eli dovrebbe anche visitare le aree degli stati Shan e Karen dove, da decenni, hanno  luogo vaste violazioni dei diritti umani. E per avere una più completa visione della scala della crisi umanitaria birmana causata dal conflitto, lui e i suo gruppo dovrebbe visitare le aree di frontiera ed incontrare i rifugiati e i rifugiati interni.

Se la Birmania è davvero intenzionata nell’assumere un ruolo di maggiore presenza sul palcoscenico della regione, deve voler affrontare i maggior problemi in casa propria. Allo stesso modo, se l’ASEAN non vuol diventare estremamente irrilevante, deve essere preparata ad affrontare il toro per le corna invece di pulire la polvere nascondendola sotto il tappeto. Cominciare con la Birmania è un buon inizio.

Editoriale de Irrawaddy.org 11 maggio 2011

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