BIRMANIA: Aung San Suu Kyi e la Miniera cinese a Letpadaung

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Era novembre 2012 quando la protesta popolare contro una miniera di rame a Monywa,vicino Letpadaung, incontrò la repressione violenta del nuovo governo birmano: 150 persone compreso vari monaci furono cacciati con bombe incendiarie ed la maggioranza dei presenti soffrì di ferite gravi.

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La gente protestava per gli alti costi ambientali e sociali di una miniera di rame di proprietà mista cinese birmana. Dopo le scuse del governo per gli incidenti, fu istituita una commissione di inchiesta parlamentare la cui presidenza fu data a Aung San Suu Kyi.

A tre mesi da quegli incidenti la Commissione ha ritenuto che non si dovesse bloccare la concessione mineraria alla compagnia alla quale però era chiesto di salvaguardare gli standard ambientali, di assumer personale locale e di pagare agli abitanti una cifra compensatoria. L’area della miniera è oltre i 3000 ettari. Nell’indagine parlamentare inoltre nessun ufficiale di polizia è stato posto sotto accusa per quella brutale repressione, ma si è attribuito il fatto alla cattiva preparazione della polizia.

La Suu Kyi comunque ci ha messo la faccia ed è andata a visitare i villaggi della protesta che l’hanno accolta tra le forti proteste per i risultati della commissione e per il suo giudizio sulle proteste “inutili”, in quanto la miniera significa posti di lavoro e lotta alla povertà.

Questo è un altro tassello che si aggiunge al nuovo ruolo assunto dalla Suu Kyi nell’arena politica attuale in Birmania che ha visto il suo silenzio su molte questioni delicate, dalla guerra nel Kachin alla questione Rohingya nello stato Rakhine. Di seguito un editoriale da irrawaddy.org

La Saga di Letpadaung Saga e la fine di un’ Era

Con le parole di Aung San Suu Kyi, il capo iconico della democrazia birmana, rivolte agli abitanti colpiti dalla questione controversa della miniera di rame di Letpadaung per cui la loro lotta contro il progetto era “inutile” si è aperta una nuova era nella politica birmana.

Non è un’ironia da nulla che questo evento sia accaduto a 25 anni dal giorno dopo la morte di Phone Maw, studente attivista che è considerato come la prima vittima di un movimento democratico nascente che continuò per cambiare il panorama politico della Birmania per l’ultimo quarto di secolo.

Fu durante la lotta del 1988 per porre fine a quello che erano 26 anni di governo militare che Suu Kyi, figlia dell’eroe dell’indipendenza Aung San, emerse come il capo incontrastato di quel movimento. Per gli sforzi che pose contro la nuova giunta che afferrò il potere in un golpe sanguinoso nel settembre 1988 affinché lasciasse la sua presa mortale lei passò tantissimi anni in detenzione.

Quei giorni sono comunque finiti. Rilasciata dagli arresti domiciliari nel novembre 2010 la Suu Kyi ha acquisito un rapporto con il governo quasi civile attuale che si formò due anni fa ponendo fine a 50 anni di governo militare diretto ma lasciando largamente intatta l’influenza delle forze armate nella politica Birmania. Quando scoppiarono le proteste lo scorso anno contro la miniera di Letpaduang, molti degli abitanti colpiti, che si lamentavano dell’esproprio forzato delle loro terre e degli effetti della degradazione ambientale, forse avevano sperato che Suu Kyi avrebbe sostenuto la loro causa. Dopo tutto l’anno prima aveva sostenuto il movimento contro la diga Myitsone nello stato Kachin, che era diventata una celebre rimostranza nazionale.

Quel progetto fu sospeso da notare dal presidente Thein Sein con una mossa che inviò forti segnali ai suoi critici che lui era seriamente intenzionato a rispondere alle domande della gente. Suu Kyi e i governi occidentali furono molto colpiti.

Anche questa miniera come la diga è un progetto sostenuto da imprese cinesi. Il principale investitore è Wanbao, una azienda ausiliaria della Norinco di proprietà statale, e il suo partner è un conglomerato birmano gestito dai militari, Union of Myanmar Economic Holdings Ltd (UMEHL).

Nel 2010 furono confiscati 3156 ettari di terreni agricoli per espandere le operazioni minerarie e in quel momento, ci furono poche proteste per la mano forte dei militari. Fu solo lo scorso anno dopo il successo delle proteste per la diga Myitsone che la popolazione locale si è data una voce ottenendo anche il sostegno del resto del paese.

Il sostegno è diventato ben presto rabbia quando le autorità lanciarono un attacco prima dell’alba contro i manifestanti il 29 novembre ferendo oltre 100 persone. In tante immagini, che sono ciercolate nelle città e per la rete, si vedono vari monaci buddisti severamente feriti dalle bomebe incendiarie usate per la repressione. Fu in quel momento che la Suu Kyi che era fino ad allora fuori della disputa entrò in campo. Quando Thein Sein formò la commissione per indagare sull’incidente e stabilire se il progetto minerario dovesse continuare o essere fermato di fronte all’opposizione crescente, nominò Suu Kyi a presiderla.

Nei mesi seguenti la commissione nascose le sue carte. Le proteste continuarono ma la ditta cinese Wanbao mostrò fiducia che sarebbe stato possibile continuare col progetto mentre aggiungeva che avrebbe rispettato qualunque fosse decisione della commissione. Qualche giorno fa la Commissione rilasciava il suo rapporto e Wanbao non era affatto scontenta. Si disse d’accordo a seguire le raccomandazioni del rapporto sull’elevare la salvaguardia ambientale, a creare benefici per la comunità e a compensare gli abitanti per aver preso le loro terre. Stesso tenore nel resoconto della controparte birmana del UMEHL.

E così Suu Kyi, che la scorsa settimana aveva incontrato l’ambasciatore cinese in Birmania ha aiutato il governo ad evitare un ulteriore deterioramento delle relazioni con la Cina: “Dobbiamo andare d’accordo con i nostri vicini che ci piaccia o no” disse alla fine dell’incontro.

Per alcuni analisti politici la nomina di Suu Kyi a presiedere la commissione è stata una mossa saggia da parte di Thein Sein dal momento che spostava il peso delle preoccupazioni di bilanciare le preoccupazioni delle proteste popolari della Cina sulle spalle di Suu Kyi. Da parte di Suu Kyi assumere quel ruolo significava assicurare Pechino che i suoi legittimi interessi nel paese sarebbero stati protetti se lei giungesse al potere nelle elezioni del 2015.

La decisione comunque non è andata giù ai manifestanti, ed uno di loro ha detto chiaramente all’Associated Press: “La commissione dovrebbe pensare al benessere della gente, dei poveri abitanti, piuttosto che alle buone relazioni con la Cina.” Gli altri attivisti come quelli della Generazione 88, Min Ko Naing e Ko Ko Gyi, che rifiutarono la partecipazione alla Commissione, sono rimasti silenziosi sul rapporto finale e su Suu Kyi.

Di certo la gente di Letpadaung non ha esitato ad esprimere la propria infelicità nei confronti della decisione finale e Suu Kyi è stata affrontata da centinaia di abitanti arrabbiati mentre si recava ad un incontro per spiegare le raccomandazioni del rapporto. “Non c’è nulla di più importante della nostra gente. Sono responsabile per il vostro benessere. Anche se la Montagna Letpadaung sparirà possiamo ancora creare un ambiente buono e piacevole per voi” diceva alla folla che aveva circondato la sua auto.

Da ora in poi non può più contare sulla popolazione birmana per crederle quando dice che qualunqu cosa fa è nel loro interesse più profondo. Anche quei giorni sono anche finiti.

Aung Zaw  http://www.irrawaddy.org/archives/29405

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