BIRMANIA: Ci sarà una Casa per i Rohingya della Birmania?

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I recenti disordini tra le comunità etniche Rakhine e Rohingya in Birmania mettono in luce alcune delle istanze di sicurezza umana più grandi che il paese deve fronteggiare mentre si avvia ai processi di democratizzazione e di costruzione della pace. Mentre non si pone alcuna domanda sulla cittadinanza dei 135 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti in Birmania, la maggioranza dei quali si estende attraverso i confini della nazione con l’India, il Bangladesh, la Cina e la Thailandia, i Rohingya invece sono percepiti come esterni allo stato.

Questa popolazione ha vissuto sulla regione di confine tra il Bangladesh e la Birmania per generazioni, ma come mostrano le conseguenze dei disordini i cittadini Birmani, quelli dell’elite come i cittadini comuni, hanno poca simpatia per la loro condizione di apolide. Esiste nello stato di Rakhine una tipica disputa del periodo postcoloniale tra indigeno e coloni. I Rakhine buddisti si considerano come gli abitanti originali della terra e percepiscono i Rohingya musulmani come “coloni Bengalesi”, mentre i Rohingya presentano i loro reclami contrastanti dei diritti come cittadini birmani.

Le recenti tensioni tra le due comunità sono precipitate dopo l’orribile stupro ed omicidio di una ragazza Rakhine a Kyat Ni Maw avvenuto il 28 maggio, le foto del cui corpo brutalizzato sono state diffuse su internet appena dopo che i centri delle notizie avevano diffuso i fatti secondo cui tre uomini Rohingya erano detenuti come sospetti dell’omicidio della ragazza. Questo ha spinto centinaia di Rakhine a manifestare di fronte alla stazione di polizia e all’agenzia locale amministrativa dello stato Rakhine. Giorni dopo, il 3 di giugno, un gruppo di Rakhine si rivolse alla giustizia dei gruppi paramilitari quando uccisero secondo le notizie nove uomini Rohingya in un attacco di vendetta contro un autobus di passeggeri a Taung Kote nello stato Rakhine.

Spinti dalla rabbia a causa del resoconto nefasto dei media locali dell’omicidio e dei riferimenti provocatori spregiativi verso i Rohingya come kala, i Rihingya a Rangoon fecero le loro proteste. Benché il termine kala derivi dal Pali e significa nobile, significa anche nero nella lingua Indù. Il termine è associato a connotazioni razziste nella lingua birmana ed è spesso usato per indicare gli stranieri del subcontinente compresi persone del Bangladesh, indiani, nepalesi pachistani e gente dello Sri Lanka.

Per i Rohingya essere chiamati kala significa negare la loro connessione storica con lo stato Rakhine. La parola stessa Rohingya, come reclamano gli stessi appartenenti all’etnia, deriva da Rakhine prova della loro connessione con lo stato. La protesta dei Rohingya sul riferimento verso di loro come kala rifeltte anche la loro frustrazione per la loro esclusione ufficiale dalla società birmana. Mentre vanno avanti le riforme democratiche del paese, molti Rohingya privi di documenti sperano di ottenere il diritto di cittadinanza, ma finora non ci sono indicazioni di alcuna tendenza in atto in questa direzione.

La legge sulla cittadinanza del 1982 stabiliva che i Rohingya, insieme ad altre vari comunità come i Gurkhas, con legami etnici con i Nepalesi, non facevano parte ufficialmente dei 135 gruppi etnici riconosciuti in Birmania che potevano recepire la cittadinanza. Il prossimo censimento del 2013 è previsto per il 2013, ma probabilmente non ci saranno probabilmente cambiamenti nello status dei Rohingya tanto che anche i capi più acclamati del paese affrontano il problema con molto tatto alla luce dei recenti disordini. L’icona della democrazia Aung San Suu Kyi di recente ha detto che “il problema dovrebbe essere affrontato secondo il governo della legge”, presumibilmente con l’attuale legge di cittadinanza.

Ko Ko Gyi, un’icona delle proteste in favore della democrazia del movimento del 1988 represso brutalmente dai militari e in carcere sino a qualche tempo fa, si è apertamente opposto al conferimento della cittadinanza dei Rohingya, implicando che gli stati esteri vicini ai Rohingya dovrebbero badare ai fatti propri, in perfetta sintonia con il punto di vista dei militari sul problema. “Ora è ora di dire chiaramente cosa pensiamo dei Rohingya. Non sono affatto uno dei gruppi etnici della Birmania. Consideriamo i disordini che accadono ora a Buthedaung e Maungdaw sono causati da immigranti illegali dal Bangladesh definiti Rohingya e da provocazioni meschine di alcune comunità internazionali.” ha detto Ko Ko Gyi. “Perciò tali sforzi di interferenza di alcune nazioni potenti sul problema senza per altro comprendere totalmente i gruppi etnici e le altre situazioni della Birmania saranno visti come offensivi della sovranità della nostra nazione”.
Rafforzati anche dalla recente abolizione delle restrizioni su Internet i cittadini birmani possono ora comunicare liberamente sui social media come Facebook, dove in molti hanno usati un linguaggio ricco di fosche tinte razziali verso i Rohingya che in precedenza sarebbero stati vietati o censurati. Gli articoli postati hanno messo in evidenza le percezioni di base tra i Birmani che i Rohingya non dovrebbero essere considerati cittadini birmani, e che non solo sono stati apostrofati come Kala ma anche sono visti come terroristi. Un articolo rappresentativo per esempio diceva: “Abbiamo il diritto di autodifesa. Spero che DASSK, Daw Aung San Suu Kyi, voglia capire che non si tratta di fare i bulli contro una comunità. Non sono comunque una minoranza. C’è una istanza di sovranità e questo è terrorismo e essi sono nemici mortali della libertà”.
A metà giugno il governo dichiarava la legge marziale imponendo il coprifuoco in vari distretti dello stato Rakhine. Oltre 80 persone sono state uccise e migliaia di case date alle fiamme da quando sono cominciati i disordini. Violenze sporadiche continuano sin dall’imposizione della legge di emergenza nell’area.
In Birmania risiedono oltre 800 mila Rohingya, ma la violenza spinge ondate nuove di popolazioni verso il Bangladesh, dove, secondo l’ONU, vivono già 300 mila Rohingya nei vari campi profughi, lì rifugiatisi dopo le prime repressioni di stato contro le loro comunità in Birmania. Birmania e Bangladesh terranno dei colloqui sulla situazione dei Rohingya agli inizi di luglio quando il presidente birmano Thein Sein dovrà iniziare una visita di tre giorni il 15 di luglio. Alcuni sperano che dopo i colloqui la minoranza perseguitata potrà ricevere una qualche forma di semi cittadinanza. Se dovesse fallire, allora i Rohingya rimarranno in un limbo fisico e legale nella speranza di uno status di rifugiato in qualche parte del mondo.

Jacob Zenn AsiaTimesOnline

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