BIRMANIA: Comunità musulmana attaccata a Thandwe

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Il giorno dopo lo scoppio di nuove violenze settarie contro la comunità musulmana a Thandwe o Sandoway, dove è stata uccisa una musulmana di 94 anni ed altri quattro uomini musulmani, la comunità musulmana della cittadina si è rifugiata nella foresta circostante.

Questo accade mentre Thein Sein è in vista alla regione e è giunto proprio in quella cittadina per incontrare i capi religiosi della comunità musulmana e buddista.

Le responsabilità del governo e delle forze di sicurezza sono chiare perché non sono riuscite a fermare le “folle” inferocite che talvolta hanno favorito. Non sono riuscite a contrastare quella divisione crescente lasciando migliaia di musulmani e Rohingya separati e marginalizzati in campi profughi inadeguati ed in condizioni inumane. Non sono riusciti a isolare e fermare quei monaci buddisti che predicano e praticano l’odio contro la comunità musulmana diffondendo menzogne.

disordini razziali

Il messaggio del presidente Thein Sein su queste violenze ha trascurato di citare le morti avvenute e si è soffermato sul rischio che la riforma politica del paese corre se le violenze continuano e sull’immagine sporcata a livello internazionale.

La comunità musulmana ovviamente comprende bene che c’è “qualcosa che non va”, quando un presidente è stato silenzioso sulle morti e le distruzioni subite da una comunità, quando le forze di sicurezza stanno a guardare di fronte alla distruzione arrecata.

Di fronte a tanta violenza la gente della comunità musulmana non può far altro che scappare nelle foreste per nascondersi anche se non hanno nulla da mangiare e da bere, oppure cercare ove possibile la vendetta aggiungendo così morte a morte.

Se nel mese di giugno ed ottobre nello stato dell’Arakan ad essere attaccati erano i Rohingya, la cui cittadinanza non è riconosciuta, ora la pulizia etnica si rivolge contro la popolazione Kaman musulmana che il Birmania rappresenta il 4% della popolazione di 60 milioni di persone e che sono appieno cittadini birmani. (AP http://www.dvb.no/news/terrified-muslims-hiding-in-forests-ap-burma-myanmar/33068 )

La mano invisibile della violenza contro la comunità musulmana

Da questo ultimissimo scoppio di violenze nella Birmania occidentale sono rimasti sorpresi pochissimi. I capi politici degli schieramenti opposti hanno per lo più risposto con frasi vuote che servono più a placare i critici che a dare un taglio ai problemi di intolleranza e di sfruttamento di una crisi. Ne è conseguita che altre case appartenenti alla comunità musulmana sono state trasformate in cenere ed è cresciuto il conto delle morti.

L’uccisione di una donna di 94 anni segna poi un nuovo minimo della violenza: una donna che non poteva muoversi per vecchiaia di certo non rappresenta una minaccia esistenziale alla popolazione buddista. La sua morte è un classico esempio di intimidazione ed un messaggio all’intera popolazione musulmana per dire che non devono considerarsi al sicuro. E’ contro la comunità musulmana Kaman  che si sono avuti questi attacchi, popolazione distinta dai Rohingya nel passato oggetto di attacchi mirati, popolazione che ha una cittadinanza e che nel passato è vissuta con relazioni armoniose con la popolazione buddista.

La velocità con cui la violenza a Thandwe si è diffusa fa nascere ulteriori sospetti sul grado di organizzazione dietro le scene. L’occasione degli scontri di domenica è stata una discussione tra un tassista buddista e il capo del partito Kaman Musulmano Kyaw Zan Hla. Si diffonde la voce che il politico abbia offeso il buddismo e una folla si forma dando alle fiamme una moschea e varie case. Gli attacchi si diffondono attorno a Thandwe e decine di case sono rase al suolo ed incendiate. Una foto di un giornalista, Swe Win, mostra un camion con tanti arakanesi armati di lance e spade

thandway

Ci è voluto un nonnulla per lanciare la violenza in modo simile agli eventi accaduti in aprile a Oakkan, quando una ragazza musulmana in bicicletta avrebbe rovesciato l’urna votiva di un monaco con le offerte. Una vasta folla buddista, col diffondersi della notizia, si è radunata ed attaccò la moschea e tante case lasciando un morto e nove feriti. Il mese prima era stata la volta di Meiktila dove si parlò di varie decine di camions con folle buddiste esterne ad alimentare la violenza scoppiata. Analogamente si ebbe la stessa cosa a Sittwe nei disordini dello scorso anno.

Si può dire che si tratta solo di cospirazione e di una reazione emotiva degli osservatori politici della Birmania nell’incolpare il governo o le sue agenzie. Ma alla lista di eventi di sopra si può aggiungere quello che è accaduto a Lashio nello stato Shan a Maggio che non giustifica una rabbia generale ma locale contro i musulmani. Come riportava il New York Times le folle buddiste cantavano inni nazionalisti birmani e non è cosa facile da trovare in uno stato Shan. Quello che i media visivi hanno descritto a Meikhtila è di forze di sicurezza che se ne stavano ferme ad osservare la folla che metteva a fuoco i negozi, cosa descritta in modo uguale dai media locali secondo cui le forze di sicurezza hanno permesso che gli attacchi si facessero.

Ovviamente non ci saranno mai prove scritte degli ordini provenienti dall’alto. Di cosa se ne faccia il presidente Thein Sein di questo stato miserevole dell’armonia religiosa non è chiaro, sebbene le sue risposte sottili e prudenti hanno solo rafforzato la sensazione che è riluttante a puntare i piedi. Perché? Forse la ragione sta nel fatto che forze potenti a lui vicine, a disagio nella transizione, ne beneficeranno, specie i militari che temono una potenziale perdita di importanza e potere e che possono giocare su queste cose per riaffermare la loro importanza. Si considerino per esempio gli arakanesi che un tempo si opposero con così tanta forza contro la presenza militare nello stato ma che ora chiedono la sua protezione, oppure gli studenti attivisti importanti che hanno passato la loro gioventù a combatter contro l’esercito ma che ora dicono di voler unire le forze per ributtare indietro gli “invasori” musulmani.

Inoltre, la mentalità da folla è così forte tra tutti i birmani per tutta la nazione da poter replicare la catena degli eventi dello scorso anno a Sittwe ( veloce formazione di folle, tipi di armi usate, metodi di distruzione) in modo così incredibile nella divisione di Mandalay, nello stato Shan e persino nello stato Kachin, dove non c’è storia di ostilità anti-musulmana? E che sin dalla violenza a Oakkan l’occasione necessaria per innescare gli attacchi è di fatto diventata più debole e non più forte, come dovrebbe essere il caso se il governo davvero affronta la questione?

Il portavoce del governo Arakanese, U Win Myaing, intervistato dal New York Times, suggerisce in fatti che la severità del caso attuale che ha causato questi scontri non è importante, ma soltanto chi è coinvolto: “Potete vedere in tutti questi recenti conflitti che i Bengalis (cioè i Rohingya Musulmani) hanno acceso gli incidenti. Il problema sta sempre con loro”. Quindi almeno con questo rafforzamento del concetto che il nemico vive tra di noi, il governo tacitamente incoraggia gli attacchi e Win Myaing li legittima. Ma le similitudini inquietanti di quasi dieci scoppi di violenze anti musulmane da giugno dello scorso anno suggeriscono che ci deve essere qualcosa di più che accade di una semplice violenza settaria.

FRANCIS WADE, Asiancorrispondent

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