BIRMANIA: Comunità musulmane in Birmania

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Dopo gli incidenti che sono scoppiati a Meitlika con gli assalti antimusulmani collegati alla violenza etnica nello stato dell’Arakan dello scorso anno, forse è utile tracciare la natura a più facce delle comunità musulmane in Birmania che non è presa spesso in considerazione quando si parla di nazioni della regione con una buona presenza di comunità musulmane.

In Birmania comunque almeno il 4% della popolazione è musulmana, circa 2 milioni di persone. Un grande numero di essi non sono considerati cittadini e quindi non figurano nelle statistiche ufficiali. Secondo alcuni ci sarebbero, cosa improbabile, circa 11 milioni di musulmani o il 20%. Alcuni siti web considerano fino ad 1,5 milioni di musulmani che vivono fuori del paese.

comunità musulmane in Birmania
SCMP

La maggioranza dei musulmani sono sunniti e sono largamente dispersi con una vasta diversità del loro retroterra etnico, dello status economico e con vario grado di integrazione sociale e politica nella società. C’è una certa correlazione tra etnia e religione, e non tutti i musulmani appartengono ad una delle 135 etnie ufficialmente riconosciute. Il quadro comunque non è uno facile.

Il gruppo musulmano più antico del paese ha le sue origini nell’VIII secolo, ma per la maggioranza si deve guardare al XIII e XIV secolo, quando i loro progenitori giunsero come commercianti, servi di corte e mercenari. Alcuni conquistarono posizioni elevate ed erano conosciuti come Pathi o Zerbadee, un termine che connota qualcuno di madre birmana e padre musulmano. Conosciuti ora come Musulmani birmani sono linguisticamente e culturalmente integrati nella società birmana.

C’è una piccola comunità cinese musulmana che vive principalmente nel nordest e conosciuta come Panthay, la cui origine risale ai cinesi che si sistemarono in Birmania nel XIII secolo ma che per lo più sono discendenti dei cinesi musulmani che fuggirono in Birmania dopo il collasso del Sultanato dello Yunnan nel XIX secolo. Un altro gruppo i Kamans vivono nello stato Rakhine o arakan e ci sono alcuni malay musulmani nella Birmania meridionale.

Con la conquista britannica della Birmania nel 1826, 1852 e 1885 ci furono grosse immigrazioni musulmane dal subcontinente indiano. Arrivarono come emigranti, commercianti, ufficali e lavoratori. Prima della seconda guerra mondiale più di un terzo dei musulmani birmani erano indiani su una popolazione di sedici milioni di persone. Con l’occupazione giapponese in tanti lasciarono la Birmania come pure dopo il golpe di Newin nel 1962.

La comunità maggiore, con una presenza di 800 mila persone, si definisce “Rohingya”, e vivono per lo più nello stato Rakhine anche se esiste un certo numero attorno a Rangoon. Sono etnicamente degli asiatici meridionali e parlano un dialetto bengalese caratteristico. Tutto ciò che riguarda questo gruppo è controverso, persino il nome, e il quadro si è ancor più incupito da discussioni poco accurate e di parte sia nella stampa che sul web.

Alcuni Rohingya tracciano la loro progenie ai regni musulmani dello stato dell’Arakan dei secoli XV e XVI, ma la maggior parte sembra legata agli indiani che giunsero nel periodo coloniale britannico. CI fu un altro influsso dopo il 1945 e dopo i disastri naturali che colpirono il Pakistan orientale e la guerra di indipendenza del Bangladesh del 1971. Nel 1974 l’ambasciatore del Bangladesh a Rangoon affermava che c’erano mezzo milione di immigranti bangladeshi in Birmania.

I pieni diritti per i musulmani furono inclusi nella costituzione del 1947 ma nel 1960 il buddismo divenne la religione di stato e dopo il golpe del 1962 il regime militare tendeva ad uguagliare i musulmani con il governo coloniale e lo sfruttamento straniero della Birmania. Ai musulmani non era permesso partecipare alle elezioni, entrare nelle forze di sicurezza o essere impiegati dello stato. Fu ristretto il numero delle moschee, mentre alcuni cimiteri musulmani furono distrutti e chiuse molte scuole musulmane o madrassas.

I musulmani birmani e cinesi sono ora per lo più assimilati nella società birmana ma non alcune delle altre comunità. Nel 1982 il governo decretò che tutti i cittadini dovevano poter tracciare la loro progenie agli antenati che vivevano in Birmania prima del 1823 (prima della guerra anglobirmana). Questo impatto fu principalmente sentito dai Rohingya come era sicuramente inteso.

Le tensioni religiose non sono mai state lontane dalla superficie. Sin dal XII secolo la Birmania è stata essenzialmente buddista, una filosofia che si è intessuta fortemente nel tessuto della cultura locale. L’Islam è cresciuto attraverso accidenti storici e sviluppi naturali. Di conseguenza i musulmani divennero socialmente e politicamente marginali specie dopo la conquista dell’indipendenza del 1948.

Per esempio i disordini anti indiani a Rangoon degli anni 30 erano suscitati da problemi economici ma subito diventarono razziali e religiosi. I più recenti disordini si sono centrati sulla paura della dominazione economica da parte dei musulmani e dalla competizione per la terra. Ci sono state dispute sulla proprietà e il matrimonio. La letteratura razzista e le campagne di odio hanno asserito che i musulmani insultassero il Buddismo, le donne birmane e la razza birmana.

Poche parti del paese sono rimaste non toccate I disordini anti musulmani sono accaduti a Mandalay nel 1997, a Tooungoo e Sittwe nell’Arakan nel 2001 e Meiktila e Yamehin la scorsa settimana. I Rohingya comunque sono stati quelli che hanno avuto il trattamento peggiore. Nel 1978 200 mila fuggirono nel Bangladesh per scappare dalla persecuzione. Dopo un altro progrom del 1992 ne seguirono altri 300 mila mentre lo scorso anno sono stati spostati almeno 50 mila dalle violenze settarie. Tanti sono stati uccisi.

I musulmani birmani non sono riusciti a rispondere alla violenza. Sono divisi al loro interno e non c’è mai stata una sola organizzazione a rappresentare i loro interessi. Osservati motlo da vicino dalle autorità e dalle locali cittadinanze, la maggioranza dei musulmani è sempre stata apolitica con un profilo sempre tenuto basso. C’è stato poco proselitismo sebbene alcuni capi di comunità hanno denunciato le difficoltà dei musulmani in Birmania.

Prima del 2011, i musulmani birmani avevano pochi contatti con l’esterno. I viaggi a la Mecca erano limitati dal regime. Ci sono state richieste occasionali di aiuto all’estero ma, a parte qualche campo di rifugiati, non ci sono stati molti risultati pratici. La situazione ora sta cambiando man mano che la sittuazione di maggiore libertà con il presidente Thein Sein incoraggia ora i musulmani birmani ad alzare la voce. U esempio sono ora i Rohingya che usano meglio internet per presentare la loro causa.

C’è stato qualche gruppo insorgente musulmano ma tranne un’eccezione sono stati piccoli e inefficaci. Sono stati fatti tentativi di connettere i Rohingya al terrorismo internazionale. Qualunque legame sembra essere stato passeggero ma tali paure sono state incoraggiate sin dal disordne del 2012 con l’espressione di sostegno da parte di estremisti islamici importanti.

Alcuni commentatori hanno proposto che gli ultimi scoppi di disordini sono accaduti perché col clima di riforma sotto Thein Sein la gente birmana è più prona ad esrpimere i propri sentimenti più profondi, cosa che certo ha dato un contributo, ma va notato che l’intolleranza religiosa non è nuova per la Birmania. Prima del 2011 il regime incoraggiava alcuni disordini anti musulmani per distogliere l’attenzione dai propri fallimenti.

La cosa principale non è ciò che è accaduto nel passato ma come Naypidaw risponderà a questa violenza settaria nel futuro. Anche se il governo è determinato ad affrontare le tensioni sociali in un modo più attento, i disordini nello stato Rakhin hanno mostrato come sia difficile farlo e quindi incontrerà enormi sfide. Il problema non è solo la tattica delle forze di sicurezze ma le politiche di discriminazione e le attitudini della comunità i Birmania che rendono i disordini anti musulmani facili a riaversi. Queste sono questioni che pochi politici birmani sembrano voler seriamente in considerazione.

Andrew Selth

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