ASEAN incontra la Giunta Militare Birmana a Dawei

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In un precedente post, scrivevamo che la dittatura birmana, nonostante il suo record di violazioni di diritti umani, nonostante le stragi perpetrate ai danni delle etnie, nonostante il clima politico fortemente repressivo con 2200 prigionieri politici, le condizioni di miseria della stragrande maggioranza della popolazione, nonostante le apparenti condizioni di embargo, sembra andare meglio.

Pochi i capi di stato dell’ASEAN che hanno levato chiaramente la propria voce in favore di elezioni libere, giuste e inclusive prima delle elezioni stesse. Pochissimi quelli che le hanno denunciato come elezioni truffa. Come mai? Una ragione è certo che la democrazia nella maggioranza degli altri paesi dell’ASEAN non gode di buona salute. Solo le Filippine si sono espresse contro le elezioni truffa.

Sfogliando i giornali appare una notizia molto importante sul BangkokPost del 12 ottobre del 2010.

“Una grande industria Thailandese, la Italian-Thai Development sta studiando un grosso investimento in Birmania Meridionale, Dawei, una zona bellissima, naturalmente intatta, per costruire un porto profondo sull’oceano indiano. 58 miliardi di dollari è la cifra che servirà a produrre non solo un porto, ma anche ferrovie, strade, accessi nelle montagne di confine che colleghino Dawei alle province occidentali della Thailandia. Il contratto firmato con l’ente Birmano prevede il fitto di 250 chilometri quadrati e le maggior infrastrutture saranno costruite entro il 2015. In una seconda fase sarà portata avanti una zona industriale da 50 miliardi di dollari per industrie pesanti come l’acciaio, il petrolchimico, produzioni d’energia, industrie di fertilizzanti a partire dal 2016.”

Il presidente della Italian-Thai aggiunge che molte nazioni che ora sostengono le sanzioni contro la Birmania, rendendo per altro solo più poveri i birmani, cambieranno idea e porteranno i loro investimenti, nell’ipotesi anche che il governo birmano garantisca alla zona delle caratteristiche particolari di zona di libera circolazione.

In un altro post ricordavamo che nella zona industriale di Map Ta Phut, nella provincia orientale di Rayong, si è aperta da tempo una grande questione di salute ambientale ed umana, con la popolazione che apertamente ha osteggiato le scelte del governo sulle norme di Impatto ambientale protestando contro il peggioramento della qualità dell’ambiente e della salute nella zona.

Mettendo insieme queste due notizie, non è poi difficile pensare che da tempo la grande industria thailandese stia pensando di delocalizzarsi in aree differenti. Questa di Dawei è un’occasione molto ghiotta per migrare in un’area dove sarà possibile fare quello che non è più possibile fare ingoiare alla popolazione thailandese. Una delocalizzazione produttiva all’interno del sudest asiatico, considerato che esistono ancora zone vergini, dove la manodopera costa ancora meno della Thailandia, dove una dittatura militare assicurerà la calma sociale e l’assenza dei diritti.

Le dichiarazioni del segretario del National Economic and Social Development Board ci vengono in aiuto:

“Muoversi in Birmania rappresenta una risposta alle problematiche ambientali sia a Map Ta Phut che nel sud della Thailandia (molto ricca per il turismo). E’ abbastanza chiaro che non si possono localizzare a Map Ta Phut nella provincia di Rayong altre industrie pesanti, proprio quando alcune inchieste hanno mostrato che la gente del posto non era d’accordo con la venuta di una raffineria e di un complesso petrolchimico.”

Come fa notare Tim Johnston sul Financial Times, le ragioni per questa impresa ci sono tutte. Le condizioni per la libera circolazione delle merci sono impervie, tragiche. La tendenza è quella di unificare un sistema di circolazione che vada da Pechino a Singapore

“Il porto potrebbe rivoluzionare il sistema del commercio nella regione dando accesso importante al mare sull’Oceano Indiano e al mercato ricco indiano. C’è un porto profondo a Phuket ma la maggior parte delle merci dirette ad occidente parte dai porti di Map Ta Phut or Laem Chabang nel golfo della Thailandia e deve passare attraverso gli affollati mari dello stretto di Malacca prima di prendere la via per l’occidente.”

Lo stesso governo Thailandese ha già escluso di usare il sud per questo genere di affari per i benefici del turismo di massa thailandese e il forte impatto economico positivo sulla popolazione locale.

E’ un progetto a cui l’ASEAN si è legato ed è appoggiato dalla Cina che vedrebbe con favore anche per sé l’idea di uno sbocco al mare per le proprie merci sull’oceano indiano. Sono allo studio anche progetti ferroviari tra Cina Laos e Thailandia, mentre si ammodernano la rete ferroviaria cambogiana e si comincia a lavorare sulla rete vietnamita.

Nel frattempo, dopo che la Thailandia ha firmato già un contratto trentennale per la fornitura di gas con la Birmania, il premier Abhisit trova l’accordo con la giunta Birmana sul progetto.

Nell’accordo si parla di 160 chilometri di ferrovia e anche di strade per collegare Kanchanaburi in Thailandia ed il porto di Tavoy (Dawei) ed ad una futura zona franca da costruire da 40 mila ettari, per i progetti industriali menzionati prima.

Le navi dirette per la Thailandia, Cina, Vietnam e Laos potrebbero così tagliare 10 giorni di viaggio evitando anche di passare per gli stretti della Malacca sempre molto ricca di pirati. Lo stretto di Malacca è il più importante da un punto di vista strategico e economico collegando gli oceani Pacifico e Indiano, collegando le grandi economie indiana, cinese giapponese e coreana. 50 mila navi col 25% dei beni prodotti al mondo.

Si capisce perciò l’importanza di questo progetto anche alla luce del problema delle sanzioni contro la dittatura birmana. Gli USA e l’Europa hanno posto le loro sanzioni economiche contro la giunta Birmana e certamente sarebbero escluse da questi progetti lasciando così libero spazio alla Cina e all’ASEAN. Probabilmente è anche questa situazione che Obama ed altri stanno valutando quando parlano di cambiare strategia erso la giunta birmana, considerato l’incerto risultato delle sanzioni.

Cosa succederebbe se gli USA e l’Europa non dovessero decidere di levare le sanzioni e sarebbero così tagliate fuori da questa grossa torta?

Nell’incontro tra Abhisit e il generale Than Shwe non si è discusso solo di questo e non è stato il solo incontro: molti ministri hanno partecipato e vari temi sono stati affrontati. Mentre Abhist si è visto negare ancora una volta la possibilità di incontrare Aung San Suu Kyi ( allora ancora agli arresti domiciliari) mentre la richiesta di libere elezioni e inclusive non sarà stata neanche ascoltata, si è discusso di altri temi scottanti: la chiusura dei valichi di Mae Sot dove tanta merce thailandese passa (3,3 milioni di dollari al giorno di perdita per la Thailandia), il problema dei lavoratori birmani in Thailandia. Più di un milione di Birmani nel periodo 2009 2010 ma solo 170 mila posseggono un passaporto temporaneo. Un grande numero di profughi e la voglia del governo thailandese di rimpatriarli tutti subito dopo le elezioni.

L’accordo è stato salutato molto bene dai giornali della giunta: maggiori entrate, e riconoscimento ancora maggiore del loro ruolo. La democrazia e le elezioni libere, eque ed inclusive dovranno aspettare ancora un po’.

Di qualche giorno fa invece la notizia che la ditta Italian-Thai, che è la più grande ditta di costruzioni infrastrutturali in Thailandia, ha concluso l’accordo di 8 miliardi di dollari per il progetto di Tavoy (Dawei) nella regione del Tenasserim. Porto profondo con relativi impianti di costruzione navi e riparazioni, zona industriale per petrolchimico, raffinazione e degassificatore, oltre ad altre piccole e medie industrie.

I lavori che iniziano l’anno prossimo dureranno dieci anni e rappresenta l’investimento più grosso fatto in Birmania che produrrà la tanto agognata zona economica speciale, sul modello della cinese Shenzen, su 40 mila ettari attorno a Tavoy. Per l’australiano Sean Turnell il successo economico relativo cinese è dovuto alla libertà che era permessa nella zona e ai diritti di proprietà che le imprese godono senza l’interferenza dello stato, una cosa che in Birmania non è possibile in quanto lo stato birmano continuerà sempre ad interferire.

Ma ci sono altri problemi. Se da un lato c’è chi spera che si abbia comunque una boccata di ossigeno dalla povertà opprimente della Birmania con la creazione di posti di lavoro, rimangono ancora aperti la estrema militarizzazione della società e la gestione centralizzata di tutto, oltre l’assenza di un sistema di standard internazionali da adottare con il rischio concreto di un maggior rafforzamento del regime e dei suoi apparati di controllo.

Inoltre quale sarà l’impatto sul sistema industriale thailandese? La delocalizzazione delle lavorazioni e delle industrie quale conseguenze porterà sulle condizioni di vita degli strati proletari e operai in termini di disoccupazione, condizioni di lavoro, protezione ambientale? Diventerà Map Ta Phut un museo di archeologia industriale come tanti in Europa ed in Italia?

Secondo un articolo, pubblicato su AsiaTimes, di Clifford McCoy, ci sono alcune cose che vanno tenute in considerazione

“Sostegno al progetto è stato dato dai cinque membri del ACMECS (Vietnam, Thailandia, Laos, Cambogia, Birmania) che mirano alla creazione di un Corridoio Economico che leghi il porto di Dawei al Sud della Thailandia e alla Malesia. Il percorso sarà collegato via ferrovia alla CIna, Laos con un finanziamento cinese di 6,6 milardi di dollari che andrà dalla frontiera del Laos fino a Padang Besar in Malesia. Apparentemente il maggior beneficiario sarà la Thailandia che mira a fare da hub del trasporto regionale. La Thailandia resta uno dei maggior investitori in Birmania con progetti complessivi di 10 miliardi di dollari fino a metà del 2010…….

Il nuovo porto si connette con tre corridoi economici del progetto di sviluppo della subregione della Asian Development Bank che mira a creare legami tra le economie del sudest asiatico continentale e la Cina.

Attraverso la Birmania le merci possono arrivare a Moulmein (intersecando il corridoio economico est ovest), Myawaddy e Mae Sot, per arrivare in Laos a Savannakhet fino in Vietnam al porto di Danang.

Ad est il nuovo corridoio di trasporto si connette attraverso Bangkok al corridonio meridionale (Bangkok, Phnom Pehn, Hochiminville e Vung Tau) e a quello nord sud dal sud della Cina al Laos con ferrovia da Kumming fino a Nong Kai thailandia. In questo modo le merci cinesi e con esse le altre trovano una via preferenziale e più facile della via marittima via Singapore. Vanno considerati altri progetti ferroviari tra Cina e Birmania direttamente.

I benefici per la Birmania sono rappresentati dalle migliaia di posti di lavoro che saranno disponibili per la costruzione delle infrastrutture come pure nelle industrie e nelle raffinerie. Il governo ne <span lang=”it-IT”>beneficerà</span> direttamente dall’accordo di condivisione dei profitti con la Italian Thai benché non si conoscano esattamente i termini dell’accordo.

Di certo non tutte le previsioni su Dawei sono rosee, a cominciare dall’efficienza dei vari collegamenti. La comprovata efficienza del porto di Singapore potrebbe essere un problema per il nuovo porto. Per convincere gli armatori che davvero risparmieranno tempo e denaro spostandosi a Dawei, i beni e le merci devono essere trasferite velocemente. Molto dipende dalla qualità dei collegamenti ferroviari e stradali in lista per la connessione al porto.

Lo stato delle strade in Birmania è notoriamente brutto. La parte del corridoio occidentale dalla Thailandia verso il confine birmano, finanziato e costruito dai thailandesi, è lontano dalla completezza dopo anni che è in costruzione.

Inoltre molti percorsi attraversano territori dove opera la guerriglia delle etnie Karen. Nel recente passato sono rimasti tranquilli ma dopo le ultime elezioni si potrebbero generare altre pressioni sui gruppi etnici con rinnovati scontri armati. Anche i Mon hanno truppe nell’area e le relazioni del Nuovo partito dello stato Mon col governo sono sempre flebili dopo il loro rifiuto di integrare le loro armate in una forza di controllo della frontiera sotto il comando dell’esercito birmano prima del 7 novembre.

Un esempio di ciò che può accadere, i ribelli hanno preso possesso del passo di frontiera più importante a Myawaddy e di uno minore al passo delle tre pagode il 7 novembre. La strada che da Myawaddy va a Moulmein, parte del corridoio est-ovest è stata la scena di varie imboscate di ribelli nel passato ed una nuova strada da Dawei potrebbe avere la stessa pericolosità, passando nelle stesse aree dove sono attivi i gruppi armati dei Karen e dei Mon.

Vanno considerate anche le preoccupazioni per le possibili violazioni dei diritti umani associate al progetto. Ci sono rapporti di numerosi gruppi dei diritti umani degli anni 90 con descrizioni dettagliate dell’uso di migliaia di persone, comprese donne e bambini, costrette a lavorare ad un’estensione della ferrovia Birmana senza paga, senza la presenza di sanitari, picchiati e violentati dai soldati.

La costruzione del gasdotto verso la Thailandia della Total francese e della Unocal statunitense a Yadana nella stessa area attirò ancora più critiche. E’ stata prodotta una vasta documentazione dei violazioni dei diritti umani in connessione col progetto nella sua costruzione tra il 1995 e 1998 da parte delle organizzazioni dei diritti umani. Negli USA fu portato a termine un processo contro la Unocal per una cifra non conosciuta. Unocal fu poi assorbita dalla Chevron.

Secondo le organizzazioni dei diritti umani, popolazioni furono spostate con la forza per fare strada al progetto e tenere sicuro il corridoio sena alcuna compensazione. Furono anche arruolati a lavorare per sostenere i battaglioni condotti nell’area per fornire la protezione alle compagnie petrolifere e al gasdotto. Secondo Earth International, 36000 abitanti furono evacuati per rendere sicuro il corridoio degli oleodotti.

Secondo l’agenzia Mon News si sa che il progetto del porto sorgerà sul luogo in cui si trovano 5 villaggi. Benché non ci siano ancora ordini di evacuare nei confronti degli abitanti, visto che il governo in Birmania ha una lunga storia di evacuazioni forzate per far posto a vari progetti senza alcuna compensazione, la paura è grande.

Se ci fosse una corretta gestione del progetto, sarebbe una manna sia per la Birmania che per la regione. Comunque da come sta prendendo forma, il progetto sembra basarsi sullo sfruttamento del bassissimo costo della manodopera birmana e sulle leggi ambientali, che mancano. Mentre il lavoro è ben accetto, a lungo termine saranno solo i generali e le compagnie a trarre i reali profitti.”

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