BIRMANIA: Dov’è la voce di Aung San Suu Kyi?

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aung-san-suu-kyi12Il 2012 ha visto un grande momento con l’apertura della Birmania al mondo “esterno”, con l’elezione della Aung San Suu Kyi e l’inizio di un disgelo e della fine di una dittatura militare. L’inizio appunto. Ma ancora tantissimo resta da fare specie su due fronti caldissimi: la guerra nello stato etnico del Kachin e le persecuzioni contro i Rohingya nello stato dell’Arakan.

Nel primo caso è in atto una guerra tra le forze armate birmane, Tatmadaw, e il KIA l’esercito indipendente Kachin, che sta causando morti e decine di migliaia di persone sfollate, che fuggono alla guerra senza però poter trovare nessun aiuto umanitario. Ultimamente sono entrati in funzione aerei ed elicotteri che sembra abbiano usato, data la posizione geografica, anche lo spazio aereo cinese per poter attaccare le roccaforti dell’esercito Kachin. Benché ci siano dei colloqui di pace in atto, il cessate il fuoco no viene e sembra, come dice Irrawaddy, “E’ passato un anno e mezzo dall’inizio del conflitto nello stato più settentrionale della Birmania, e l’esercito del paese non mostra alcun segno di allentare il suo sforzo di sconfiggere sul campo l’Esercito Indipendente Kachin, l’ultimo grande gruppo armato etnico a combattere contro le forze governative. Piuttosto che lasciare che i colloqui di pace portino al termine lo scontro come in altre parti già avvenuto, l’esercito birmano Tatmadaw sembra determinato a sistemare la questione a proprio modo attraverso la forza bruta.” Sono almeno centomila le persone sfollate e prive di aiuti umanitari.

Il secondo punto molto contenzioso è la questione dei Rohingya di cui abbiamo più volte parlato. Le violenze nell’Arakan e il razzismo diffuso e crescente contro questa popolazione è servito e serve ai militari e non è tollerabile in un paese che vuole progredire sul terreno democratico. Se non venisse affrontato e non venisse garantita a tutta la popolazione Rohingya che da secoli vive in Birmania il diritto di cittadinanza, si giungerebbe a mantenere ancora in vita una popolazione apolide e a tener aperto ancora un conflitto.

Di fronte a questi due grossi problemi è notevolmente mancata la voce di Aung San Suu Kyi che così a dato luogo a molte speculazioni e a critiche molto aspre nei suoi confronti. Di seguito presentiamo un editoriale su questo dell’Irrawaddy.org

 Aung San Suu Kyi resta silenziosa mentre la Birmania brucia – editoriale Irrawaddy.org

Tante volte le parole rischiano di aggiungere benzina sul fuoco di un conflitto; ma ci sono volte in cui il silenzio è come ossigeno, che nutre la conflagrazione che disperatamente ha bisogno di essere spenta. Il leader della democrazia birmana Aung San Suu Kyi ha bisogno di comprendere questo, mentre si tiene lontana dalle istanze brucianti che percorrono il paese che un giorno spera di guidare.

L’anno appena trascorso è stato uno molto importante per Su Kyi e per la Birmania. Tristemente comunque è terminato con una nota familiare, con notizie di peggioramento della guerra nello stato Kachin, dove le forse armate birmane hanno accelerato la loro offensiva con incursioni aeree su obiettivi ribelli che potrebbero mettere in pericolo la vita di civili, compreso alcune migliaia di rifugiati dislocati da più di un anno e mezzo di lotta.

E qualche giorno fa c’è stato un altro avviso di una crisi umanitaria che si inasprisce sull’altro lato della Birmania. Secondo l’agenzia dell’ONU sui rifugiati, UNHCR, circa 13 mila persone hanno provato a fuggire le violenze scoppiate nell’Arakan a giugno su barche di fortuna. Almeno 485 sono morti in mare per scappare la violenza e la persecuzione.

In tutto questo tempo il premio nobel della Birmania ha mantenuto un incredibile silenzio, rifiutandosi di commentare, come ha detto in una visita negli USA a settembre scorso, “ per non aggiungere fuoco ad un lato qualunque del conflitto”.

Questa risposta totalmente inadeguata ad alcuni dei problemi più pressanti mostra di quanto Aung San Suu Kyi si sia allontanata dall’essere la voce di ispirazione delle sue masse oppresse del paese. Questi giorni, sembra, lei si accontenta di attendere istruzioni dal governo prima di affermare quello che è assolutamente ovvio: che deve finire il bagno di sangue oppure le ferite del paese non saranno mai sanate.

Nel giorno dell’indipendenza, Suu Kyi ha detto nel suo discorso presso la sede centrale del suo partito che la gente del paese deve contare su se stessa se vuole realizzare il sogno di una nazione libera e prosperosa. “Non attendetevi che qualcuno sia il vostro salvatore.”

Suu Kyi ha ragione nel dire che la Birmania non ha bisogno di un salvatore, ma ha bisogno di un leader, e dopo un anno in cui ha collezionato tanti encomi a livello internazionale, è tempo che lei provi di essere il leader.

Fin quando Suu Kyi continuerà ad evitare di prendere una seria posizione sulle istanze reali che piagano il paese, il paese democraticamente unito di cui parla nel suo discorso resterà elusivo come sempre. Senza parole decisive dalla donna in cui il paese ha posto le sue speranze per un futuro migliore, la Birmania resterà al massimo una versione appena meno repressiva della tirannia profondamente divisa che è stata per la maggior parte della sua storia di stato moderno.

http://www.irrawaddy.org/archives/23187

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